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Galleria

Carlo Ceresa, Battesimo di Cristo. Terno d'Isola, chiesa di San Vittore
Bernardo Strozzi, San Cristoforo traghetta il Bambino e i santi Sebastiano e Rocco. Almenno San Salvatore, chiesa di San Salvatore
Carlo Ceresa, Martirio di San Sebastiano. Averara, chiesa di San Giacomo Maggiore
Carlo Ceresa, Ritratto del cavaliere gerosolimitano Giovanni Paolo Pesenti. Bergamo, collezione privata
Carlo Ceresa, Ritratto di gentiluomo. Collezione privata
Giovan Battista Moroni, Ritratto di podestà. Bergamo, Accademia Carrara
Carlo Ceresa, Madonna con il Bambino in gloria e i santi Giuseppe, Francesco d'Assisi e Carlo Borromeo. Bergamo, chiesa di Santa Caterina in Borgo
Carlo Ceresa, Apparizione di Gesù Bambino a sant'Antonio di Padova. Gorlago, chiesa di San Pancrazio
Fra' Galgario, Ritratto di Girolamo Secco Suardo. Bergamo, Accademia Carrara
Daniele Crespi, Madonna con il Bambino in gloria adorata dai santi Francesco d'Assisi e Carlo Borromeo. Bergamo, Museo Adriano Bernareggi
Evaristo Baschenis, Ragazzo con canestra di pani. Milano, collezione privata
Carlo Ceresa, Ritratto di Bernardo Vertova. Collezione privata
Carlo Ceresa, Crocifissione con la Maddalena e due disciplini bianchi. Mapello, chiesa di san Michele
Evaristo Baschenis, Accademia musicale di Evaristo Baschenis alla spinetta e Ottavio Agliardi con arciliuto. Bergamo, collezione privata
Carlo Ceresa, Visione del beato Felice da Cantalice con il donatore Giuseppe Raspa. Nese (Alzano Lombardo), chiesa di San Giorgio
Matthias Stom, Assunzione della Vergine e i Santi Sebastiano, Rocco e Carlo Borromeo. Chiuduno, chiesa di Santa Maria Assunta
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Mostra

Carlo Ceresa. Un pittore del Seicento lombardo tra realtà e devozione

Bergamo, Museo Adriano Bernareggi, Accademia Carrara/GAMeC 10 marzo 2012 - 24 giugno 2012

Carlo Ceresa, Angelo Annunciante. Torino, Pinacoteca dell'Accademia Albertina
Carlo Ceresa, Angelo Annunciante. Torino, Pinacoteca dell'Accademia Albertina

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Introduzione

Al bergamasco Carlo Ceresa è già stata dedicata, negli ultimi decenni, qualche esposizione monografica, sulla scia della mostra longhiana su I pittori della realtà in Lombardia, allestita a Palazzo Reale a Milano nel 1953; e alcuni saggi hanno indagato e rivalutato questo pittore, nel solco della tradizione avviata dagli studi di Roberto Longhi – Dal Moroni al Ceruti – e di Giovanni Testori – Carlo Ceresa, ritrattista –, nella quale si inserisce anche l'attuale iniziativa. Progettata in occasione del quarto centenario della nascita del pittore, nel 2009, la rassegna bergamasca è ordinata negli spazi della Galleria d’arte moderna e contemporanea, ad eccezione di una piccola sezione iniziale ospitata in qualche ambiente del Museo Adriano Bernareggi, nel centro della città.

La mostra

Il percorso della mostra, che non coincide del tutto con la sequenza con cui le opere sono presentate nel catalogo, è inevitabilmente condizionato dalla volumetria degli spazi della GAMeC, che hanno obbligato i curatori a raggruppare alcune opere di grande formato negli ambienti di dimensioni maggiori, cogliendo anche la possibilità di istituire interessanti confronti, senza che sia pregiudicata complessivamente la linearità del percorso.
Al Museo Bernareggi l’avvio si concentra sulla giovinezza di Ceresa e sul suo tirocinio sulle stampe. Nato nel 1609 a San Giovanni Bianco, nel bergamasco, Ceresa si formava nel momento in cui la peste del 1630 e le sue conseguenze interrompevano la continuità della tradizione di pittura locale, fondata sul magistero di Giovan Battista Moroni. Per questo motivo, nei suoi dipinti più antichi il pittore avvertiva l’esigenza di ricorrere alle incisioni, modelli dai quali ha derivato spesso invenzioni, in alcuni casi in modo estremamente fedele e in altri sperimentando citazioni e combinazioni, che sono state rimontate all’interno delle sue composizioni. Ne è un esempio il Martirio di San Sebastiano proveniente da Averara, che dipende da una stampa, di identico soggetto, che riproduce in controparte un dipinto di Hans von Aachen conservato nella chiesa di San Michele a Monaco di Baviera.

Nella seconda metà degli anni Trenta del Seicento la progressiva conquista di un linguaggio autonomo da parte del pittore coincideva con l’avvicinamento alle opere di Daniele Crespi, il pittore milanese scomparso nel 1630. In una lettera indirizzata a Donato Calvi il figlio di Carlo, il sacerdote Giovan Battista Ceresa, indicava nel milanese il “maestro di mio padre”. Se per motivi cronologici appare del tutto impraticabile l’ipotesi di un discepolato, tuttavia, come scrive Francesco Frangi, «più che sulla scorta di un vero e proprio tirocinio a bottega, l’adesione alla nobile formula stilistica del Crespi si giocò dunque come una scelta autonoma, intrapresa in anni non più precocissimi, al momento di trovare un‘alternativa all’ossessivo ricorso alle stampe cinquecentesche». Come viene chiarito nelle pagine del catalogo, Ceresa riuscì sicuramente a confrontarsi con la pala di Crespi raffigurante la Madonna con il Bambino in gloria adorata dai santi Francesco d’Assisi e Carlo Borromeo, oggi nel Museo Bernareggi ed esposta in mostra, ma originariamente collocata nell’oratorio di San Carlo a Roncaglia Fuori, nel comprensorio di San Giovanni Bianco. Da questo modello deriverebbe un dipinto irreperibile, documentato da una riproduzione fotografica, del quale Simone Facchinetti ha riconosciuto l’autografia di Ceresa.

Nelle sale della GAMeC si è così scelto di accostare opere di entrambi i pittori, giocando confronti convincenti ed esemplificativi di un’influenza che si riverberò tanto sulle opere devozionali quanto sui ritratti. Al contempo si è voluto evidenziare il ruolo, rivestito dall’artista, di argine capace «di avere almeno impedito che Bergamo fosse raggiunta dall’ondata barocca» (R. Longhi). È stata allineata una serie di dipinti, che, giunti a Bergamo grazie all’avvio, negli anni Cinquanta del Seicento, del cantiere della decorazione dei transetti e della navata di Santa Maria Maggiore, nonché alle esigenze di una committenza motivata e ambiziosa, danno conto della penetrazione delle novità barocche nel territorio, rispetto alle quali la pittura ceresiana rimase del tutto estranea.
In alcune delle pale d’altare dell’artista, come nella Visione del beato Felice da Cantalice con il donatore Giuseppe Raspa, sono spesso collocati in abisso i committenti, ritratti con penetrante attenzione. D’altronde, lo studio di modelli dal vero costituiva una pratica alla quale Ceresa faceva continuamente ricorso, come testimoniano alcuni oli su carta raffiguranti Teste di profilo, le quali ritornano nei personaggi di molti dipinti sacri.

Alla produzione di carattere religioso si affianca quella ritrattistica, che si dispone dagli inizi degli anni Trenta sino gli ultimi decenni di attività del maestro. Tra le opere che risalgono alla fase più antica, sono presenti i due Ritratti dei fratelli Bernardo e Galeazzo Vertova, datati al 1633, anno al quale viene ricondotto un gruppo di opere attribuite al “Maestro del 1633”, forse di provenienza fiamminga, e che tuttavia, secondo gli studiosi, non sembrano spiegare sino in fondo la restituzione analitica degli abiti dei personaggi ritratti da Ceresa. Gli accostamenti proposti nelle sale potranno costituire una fonte per ulteriori riflessioni di natura stilistica. Se i curatori non mancano di avanzare esclusioni dal catalogo del pittore così come era stato definito da Luisa Vertova nel 1984, spiace che non sia presente un’opera che rappresenta una certezza tra i pezzi situabili nel corso degli anni Quaranta del Seicento, ossia il Ritratto del pro-prefetto di Bergamo Bernardo Gritti, conservato nel Rijksmuseum di Amsterdam, che precede di qualche anno il magnifico Ritratto del cavaliere gerosolimitano Giovanni Paolo Pesenti (1650).
Come anticipato, gli aristocratici bergamaschi sono ritratti da Ceresa con una scrupolosa indagine del dato di costume, che, come rilevava Testori, «non è un fatto di semplice indumentaria, ma una segnalazione esterna di una natura interna: questo per la persona singola: e una segnalazione esterna della complessa vicenda interna storico-sociale: questo per le classi […]. Il suo ritratto sarà appunto il ritratto d’ambiente. E del rapporto persona-società, la valenza figurativa sarà appunto il costume».
A chiudere la mostra, oltre ad alcune opere di Baschenis, sono presenti anche ritratti di mano di Fra’ Galgario, i quali, oltre a inserirsi nella medesima traiettoria della tradizione ritrattistica bergamasca, costituiscono anche un esempio di continuità sul versante dei contesti di committenza.
 
Conclusioni

La qualità della rassegna, che si configura come una positiva occasione di studio e a corollario della quale sono state organizzate anche alcune apprezzabili iniziative divulgative, ne fa consigliare vivamente la visita. Invece, poco convincente è la scelta di esporre due opere ceresiane in uno shopping center bergamasco, scelta che 'stona' rispetto alle premesse scientifiche della mostra; e poco consone appaiono anche altre iniziative promozionali eno-gastronomiche, che si allontanano dal carattere culturale dell’evento. Singolare è anche l'omaggio tributato a Ceresa da un'azienda del territorio, che produce acque minerali e che ha scelto di distribuire otto milioni di bottiglie con un'etichetta personalizzata dedicata all'esposizione. Alle preoccupazioni di natura commerciale si aggiungono anche quelle di carattere più strettamente politico, legate all’obiettivo di promuovere l’immagine di una città che aspira a divenire capitale europea della cultura nel 2019.

 

Autore/autrice scheda: Daniele Giorgi