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Galleria

L'Annunciazione
Melchiorre Cafà, Modello in cera raffigurante la Gloria di Santa Rosa da Lima (particolare), Mdina (Malta), Cattedrale di San Paolo
La Gloria di Santa Rosa da Lima
La Natività prima del restauro
Melchiorre Cafà, Modello in cera raffigurante l'Adorazione dei pastori (da http://www.timesofmalta.com)
La Natività
L'Adorazione dei pastori prima del restauro
Giuseppe Mantella e Edgar Vella di fronte all'Adorazione dei Pastori (da http://www.timesofmalta.com)
La Gloria di Santa Caterina da Siena
Particolare della Gloria di Santa Rosa da Lima in fase di restauro
Una restauratrice di fronte all'Annunciazione
Particolare dell'Adorazione dei pastori in fase di restauro
Melchiorre Cafà, Martirio di Sant'Eustachio, Roma, Sant'Agnese in Agone
L'Adorazione dei pastori
Melchiorre Cafà, Gloria di Santa Caterina, Roma, Santa Caterina a Magnanapoli
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Mostra

Melchiorre Cafà scultore maltese nella Roma barocca. Modelli e bozzetti dalla cattedrale di Malta

Roma, Accademia Nazionale di San Luca 21 marzo 2012 - 22 aprile 2012 (prorogata al 21 maggio 2012)

Particolare dell'Adorazione dei pastori in fase di restauro
Particolare dell'Adorazione dei pastori in fase di restauro

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Il 21 marzo scorso, in una sala della rinata Galleria dell’Accademia di San Luca a Roma, si è inaugurata una piccola, esemplare esposizione in cui sono raccolti cinque rilievi in cera modellati dallo scultore maltese Melchiorre Cafà (Vittoriosa, Malta 1636 – Roma 1667). Si tratta di preziose testimonianze delle prime fasi del processo creativo dell’artista, individuate nel 2008 da Giuseppe Mantella e Sante Guido presso il salotto della sagrestia della cattedrale metropolitana di Mdina. Ricoperte da varie ridipinture e da uno strato superficiale di argento applicato a foglia, sono state restaurate rivelando le più fresche e delicate idee compositive di Cafà. Esposte una prima volta a Mdina nel dicembre 2010, sono finalmente giunte a Roma, trovando adeguata collocazione a palazzo Carpegna in un allestimento semplice ed elegante che valorizza al massimo la qualità delle opere e ne favorisce la piena fruibilità, anche grazie ad un apparato didascalico – forse fin troppo esaustivo – che ne illustra la funzione e il contesto storico-artistico.

Lo scultore

Nato a Vittoriosa nel 1636, Cafà arrivò a Roma verso il 1658 ed entrò nello studio di Ercole Ferrata, uno dei principali allievi di Alessandro Algardi e anche collaboratore di Gian Lorenzo Bernini. Come ricorda Lione Pascoli, “poco ebbe a faticare con lui il maestro; perché era tale, e tanta l’abilità sua, e l’apertura sua di mente, che appena aveva veduta fare una cosa, che così ben l’apprendeva, che avrebbe potuto insegnarla agli altri”. La sua fama si consolidò rapidamente se già nel dicembre 1660 firmò il contratto per la pala d’altare con il Martirio di Sant’Eustachio per la chiesa pamphiliana di Sant’Agnese in Agone, un’opera capitale per la concezione del rilievo scultoreo barocco di cui si conserva il modello preparatorio in terracotta al Museo di Palazzo Venezia. Tuttavia, Cafà, a causa del ritardo nella consegna del marmo da Carrara e di nuove commissioni sopraggiunte, lasciò l’opera incompiuta al momento dell’improvvisa scomparsa, occorsa il 4 settembre del 1667. Sempre per una cappella della famiglia Pamphilj in Sant’Agostino, eseguì il gruppo con la Carità di San Tommaso di Villanova, anche questo documentato nel suo farsi da un bel modello oggi al Museo Nazionale della Valletta, e anche questo portato a termine da Ferrata dopo la morte del giovane maltese. Tra il 1662 e il 1665 realizzò la Gloria di Santa Caterina da Siena per la tribuna dell’altare maggiore della chiesa domenicana di Santa Caterina a Magnanapoli, un’opera originalissima per l’efficace contrasto tra le candide superfici del rilievo con la santa e le sfumature cromatiche dei marmi policromi sullo sfondo. Un modello in cera della composizione, di collezione privata, è esposto alla mostra romana e differisce dall’opera finale per alcuni particolari. I Domenicani si rivolsero ancora a lui, verso il 1663, per l’esecuzione della statua giacente di Santa Rosa di Lima, beatificata nel 1668 durante il pontificato di Clemente IX Rospigliosi. Terminato nel 1666, il marmo rimase a Roma ancora per qualche tempo e giunse al porto di Callao in Perù solo il 15 giugno del 1670. Pochi mesi prima di morire, Cafà stava lavorando alla Gloria d’altare per l’immagine miracolosa della Vergine conservata in Santa Maria in Campitelli, ma l’incidente causato dalla caduta di un blocco di marmo nella Fonderia di San Pietro lo stroncò in pochi giorni. Era il 4 settembre del 1667 e lo scultore era intento a plasmare i modelli in grande per un gruppo con il Battesimo di Cristo da fondere in bronzo, destinato alla chiesa conventuale di San Giovanni Battista alla Valletta. Come ben si evince dalle fonti, Cafà curava con particolare attenzione le fasi iniziali del lavoro, elaborando le composizioni attraverso disegni e modelli in terracotta e in cera, e questa sua capacità di ideatore era riconosciuta dal suo stesso maestro Ferrata che, in più di un’occasione, ricorse ai modelli del giovane maltese per le sue stesse opere.

I restauri

I quattro preziosi rilievi ritrovati nel 2008 raffigurano l’Adorazione dei pastori, la Natività, l’Annunciazione e la Gloria di Santa Rosa di Lima, e sono esposti a Roma insieme alla Gloria di Santa Caterina da Siena, sempre in cera e conservato in collezione privata. Una volta riconosciuti come opere di indubbia qualità, si è proceduto ad un delicato restauro che ha rimosso i diversi strati superficiali, risultati di precedenti interventi. Contestualmente, monsignor Luigi Deguara, responsabile del Capitolo Metropolitano di Malta, ha avviato una ricerca d’archivio grazie alla quale si è potuta rintracciare la prima citazione delle quattro cere al 1767, fino ad arrivare al più recente inventario del 1933, in cui i rilievi sono ricordati come “quadri in gesso”. I restauratori, diretti da Guido e Mantella, hanno dunque rimosso la lamina metallica d’argento e lo strato di gesso sottostante, applicato su tutte le superfici come preparazione all’argentatura. Al di sotto è stato trovato uno strato di stucco di colore ambrato che fu impiegato, non solo per motivi estetici, ma anche per reintegrare alcuni particolari a tuttotondo, quali teste e braccia, staccati e perduti nel tempo. A quel punto, riemersa la superficie originaria, di un intenso colore marrone rossastro, si è potuto constatare come i manufatti avessero subìto interventi di restauro risalenti già al XVII e XVIII secolo, eseguiti con cere di colori e composizioni differenti. La cagionevole natura del materiale, sensibilissimo agli sbalzi termici e alle sollecitazioni fisiche, ne causò ab antiquo la parziale frammentazione che necessitò quindi di reintegrazioni e rifacimenti nonché, in alcuni casi, della completa rilavorazione di intere figure.

La mostra

Tutte queste informazioni si possono facilmente desumere, e verificare sulle opere, durante la visita alla mostra, ospitata in una luminosa ed ampia sala della Galleria dell’Accademia di San Luca, di cui Cafà divenne membro nel 1662, a soli ventisei anni. L’allestimento, sobrio nella scansione delle pareti, è giustamente dominato dalle opere cui si alternano i pannelli informativi con notizie sull’artista e la sua tecnica esecutiva. Soprattutto risultano molto utili, ai fini della comprensione dei restauri susseguitisi nel tempo, i disegni delle varie composizioni, le cui parti sono evidenziate con colori diversi ad indicare la cronologia degli interventi. L’efficacia della mostra risiede soprattutto nella irripetibile interazione con il barocco romano e con le altre opere di Cafà disseminate nelle varie chiese cittadine. Il visitatore è invitato a proseguire il percorso espositivo in Sant’Agnese in Agone, in Santa Caterina a Magnanapoli e in Sant’Agostino, passando per il Museo di Palazzo Venezia e il Museo di Roma, per confrontare come il tocco vivace del modellato di Cafà si adatti diversamente alla terracotta, alla cera e quindi al marmo.

Infine, vale la pena di sottolineare l’attualità di questa esposizione che ben si inserisce nel filone della recente riscoperta critica della ceroplastica. Solo nell’ultimo anno si è assistito alla ripubblicazione del fondamentale saggio del 1911 di Julius von Schlosser (Storia del ritratto in cera. Un saggio) e a una bella mostra a Palazzo Fortuny di Venezia tutt’ora in corso (Avere una bella cera, a cura di A. Daninos, 10 marzo-26 giugno 2012), chiosata da Alvar Gonzáles Palacios sulle pagine del Sole 24 Ore (1 aprile 2012) in cui rievoca la fortuita scoperta, nel 1978, del busto in cera di Maria Carolina d’Asburgo Lorena (1793) al Palazzo Reale di Napoli.

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Autore/autrice scheda: Cristiano Giometti