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La lettera dei parlamentari inglesi a Clemente VII incredibilmente ricca di sigilli
I rilievi dell'età di Marco Aurelio, murati alle pareti delle scale che portano al primo piano del Palazzo dei Conservatori, ridotti a sfondo per proiezioni
L'immagine utilizzata per la locandina della mostra
L'Innocenzo X di Algardi ingabbiato
L'allestimento nella Sala degli Orazi e dei Curiazi
Sfrattata dalla sala cui dà il nome, la Lupa guaisce spaurita nell'esedra del Marco Aurelio
Particolare dell'allestimento nella sala dedicata alle grandi figure femminili (Foto: Reuters / Tony Gentile; da www.ibtimes.com)
Particolare di uno dei codici miniati esposti in mostra
I rilievi dell'età di Marco Aurelio, murati alle pareti delle scale che portano al primo piano del Palazzo dei Conservatori, ridotti a sfondo per proiezioni
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Mostra

Lux in arcana. L'Archivio Segreto Vaticano si rivela

Roma, Musei Capitolini 29 febbraio 2012 - 9 settembre 2012

Gli atti del processo a Galileo affiancati dal puntuale apparato informativo multimediale (©AFP PHOTO/Tiziana Fabi, da http://www.thesqueeze.net)
Gli atti del processo a Galileo affiancati dal puntuale apparato informativo multimediale (©AFP PHOTO/Tiziana Fabi, da http://www.thesqueeze.net)

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Raramente capita di imbattersi in una mostra dal bilancio tanto contrastato quale è quello di Lux in arcana. Gli aspetti positivi sono molto positivi e riguardano, oltre all'eccezionale interesse dei pezzi esposti - un'ampia selezione di documenti custoditi presso l'Archivio Segreto Vaticano, che sino ad ora non avevano mai lasciato la loro dimora -, la comunicazione, cui raramente (almeno nel nostro Paese, e in particolare a Roma) si presta un'attenzione tanto evidente, e con risultati così notevoli. A queste qualità si contrappongono, con pari forza, umbrae dense, che consistono principalmente in un 'peccato originale' che non ci si stancherà di condannare ogni volta, sino a che certe mode espositive non verranno abbandonate: il riferimento è all'uso di organizzare mostre di ampie dimensioni, come questa, all'interno di ambienti di altissimo valore storico e artistico, di per sé assolutamente 'autosufficienti', quali sono le sale del Palazzo dei Conservatori. Ambienti che già in passato sono stati sede di esposizioni, in particolare di arte antica, ma che questa volta risultano ancor più umiliati, in virtù dell'invadenza dello sfarzoso allestimento - che sarebbe anche bello, in sé. Ma andiamo con ordine.

Ci si avvicina alla mostra leggermente prevenuti, per il marketing aggressivo che strizza l'occhio - nel titolo, nella grafica, nelle immagini utilizzate - a Dan Brown e ai vari Giacobbo. Ma, appurato che si tratta di una rassegna 'di sostanza', si perdona volentieri a certe astuzie.
Più difficile è giustificare quello che si vede salendo le scale che portano al primo piano del palazzo: i rilievi murati alle pareti, provenienti da un arco di trionfo dell'età di Marco Aurelio, sono ridotti a sfondo per proiezioni luminose che servono da introduzione alla rassegna. Primo schiaffo della mostra al museo, dell'effimero al permanente; e non è niente rispetto a quello che si vede in seguito. Entrati nel magnifico Salone degli Orazi e dei Curiazi, infatti, lo si trova completamente invaso dalle strutture dell'allestimento. L'illuminazione inoltre è molto bassa, per creare un'atmosfera 'arcana' e perché i delicati documenti non ne tollererebbero una più forte. Risultato: uno dei più significativi ambienti del tardomanierismo romano di fatto scompare.

L'apertura ad effetto è riservata agli atti del processo a Galileo Galilei. Benché la Chiesa ci abbia abituato, dai tempi di papa Wojtyla, a pentimenti e ammissioni di colpa, la scelta non può non colpire, e positivamente; ed è stata d'altra parte suggerita dal fatto che, appena entrati nel salone, si incontra sulla destra la monumentale scultura berniniana che raffigura quell'Urbano VIII che fu inizialmente sostenitore del pisano e della scienza moderna e che poi cambiò schieramento, fino a pretendere dallo scienziato l'abiura delle sue teorie. La teca con il volume degli atti è accostata al basamento della statua, e l'abbinamento funziona, anche perché il papa di Bernini ha un'espressione severa e un gesto imperioso, più di condanna che di benedizione, che nel contesto processuale ci stanno proprio bene. Vero è che la scultura è un po' assediata dai pannelli e non può essere ammirata nel migliore dei modi; comunque Urbano se la passa molto meglio del suo successore. Di fronte a lui, infatti, all'altro capo della vasta sala, si erge l'Innocenzo X in bronzo di Algardi, capolavoro della statuaria seicentesca che è scandalosamente imprigionato dalle strutture provvisorie ed è del tutto nascosto alla vista, ad eccezione del capo del pontefice. Papa Pamphilj non fu certo il pastor più bonus della storia della Chiesa, e tuttavia non si meritava un trattamento tale da parte di un'istituzione ecclesiastica, quale è l'Archivio Segreto; soprattutto non lo meritava il bronzo algardiano.

Tra Urbano VIII e Innocenzo X si dispiega l'allestimento, con i suoi inestimabili tesori documentari. A differenza di quanto avviene nelle sale successive, non si può individuare un chiaro criterio tematico nella scelta dei pezzi (infatti questa prima sezione reca il titolo generico di Il custode della memoria); l'obiettivo sembra semplicemente quello di mostrare la straordinaria ricchezza e varietà, per epoche e aree geografiche, delle raccolte vaticane. E l'obiettivo è pienamente raggiunto: nelle teche si succedono pezzi stupefacenti, come la lettera dei parlamentari inglesi a Clemente VII del 13 luglio 1530, stracarica di impronte di sigilli in cera rossa, una missiva su seta di Elena di Cina a Innocenzo X (il 'sequestrato' di cui sopra), una lettera degli indiani Ojibwe a Leone XIII, scritta su corteccia di betulla, un diploma con sigillo d’oro di Federico Barbarossa, una lettera del califfo Abu Hafs ‘Umar al-Murtada a Innocenzo IV, la bolla Inter cetera di Alessandro VI riguardante la spartizione del mondo tra Spagna e Portogallo. Insomma, ne emerge la Ecclesia universalis, al centro delle vicende storiche e politiche mondiali, irraggiata su tutte le terre conosciute, quasi in una riedizione degli affreschi di certe basiliche barocche. 

Non meno sorprendente è l'apparato informativo di cui è corredato ciascun documento. Esso (in italiano e in inglese) consta di una parte più tradizionale, fissa, che è impressa sulle strutture dell'allestimento e nella quale sono riportate le informazioni fondamentali sul pezzo (datazione, luogo di produzione, misure; stupisce solo che manchi l'indicazione delle diverse tipologie di scrittura impiegate); e di una parte che scorre su schermi affiancati ai tesori d'archivio. Nella porzione superiore di ciascun schermo compare una descrizione sintetica del documento, destinata a chi vuole un'informazione più basilare; in quella inferiore si succedono diverse schermate, in cui sono riportate notizie più approfondite, che dal testo spaziano alla situazione storica in cui il documento fu redatto e ai personaggi coinvolti. Il tutto con l'ausilio di belle immagini. Importante è inoltre la presenza di un timer che segnala lo scorrere della presentazione e ne indica la durata complessiva (che di solito è compresa tra i due e i quattro minuti per pezzo). Un apparato informativo di grande eleganza e chiarezza insieme, che è in grado di raccontare una storia sia a chi desidera un'informazione più rapida e a grandi linee, sia a chi vuole approfondire.

A differenza della meravigliosa varietas che caratterizza il salone d'avvio, nelle sale successive la disposizione dei documenti è guidata da un chiaro criterio tematico: ogni ambiente è dedicato ad un argomento, dal rapporto tra la Chiesa e le istituzioni statali (Tiara e corona) alle grandi figure femminili (Sante, regine e cortigiane), ai rapporti con gli altri cristiani e le altre religioni (La riflessione e il dialogo). I documenti presentati nelle diverse sezioni continuano ad essere del massimo interesse: si va dai codici miniati al Privilegium Ottonianum del 962 (a lettere d'oro su pergamena purpurea), dall'abdicazione di Cristina di Svezia alla lunghissima pergamena (di quasi sessanta metri!) che contiene gli atti del processo ai Templari, per la cui esposizione si è dovuta approntare una struttura molto particolare, che consente di vederne srotolata una bella porzione. Templari ed eretici sono i protagonisti della sala che maggiormente indulge alla spettacolarizzazione, con proiezioni e video, e che comunque si lascia apprezzare, se non fosse che - repetita iuvant - ci troviamo in ambienti che mal si prestano a scomparire dietro pannelli, schermi e gigantografie. 

Il rapporto problematico tra temporaneo e permanente che si era riscontrato nel Salone degli Orazi e dei Curiazi, infatti, continua nelle sale seguenti, anzi. Fa rabbia vedere un pezzo fondamentale non solo per la storia dell'arte ma per l'intera cultura occidentale, come lo Spinario, ridotto a elemento d'arredo di un ambiente del quale altri sono divenuti protagonisti. E, poco dopo, si cerca invano la Lupa nella sala cui la scultura dà il nome: ritenendola ingombrante, la si è sic et simpliciter trasferita nell'esedra del Marco Aurelio, dove rimarrà per tutta la durata della mostra. Va bene che non si tratta probabilmente di un bronzo etrusco ma di uno medievale (cosa che peraltro non ne diminuisce l'interesse, au contraire...), però si dà il caso che il povero mammifero sia il simbolo della città, uno dei pezzi più intimamente legati al palazzo che lo custodisce, uno dei mirabilia più ricercati dai visitatori: era proprio necessario il suo sfratto?

Una menzione merita infine la parte conclusiva dell'esposizione, che è allestita al terzo piano di Palazzo Caffarelli, in spazi neutri in cui per fortuna non si verificano 'interferenze' con le preesistenze. La sezione sul "periodo chiuso" e il pontificato di Pio XII potrebbe deludere qualcuno, ma d'altra parte non ci si può certo aspettare che la Chiesa scelga questa sede per aprire spiragli sulla sua dubbia condotta all'epoca delle grandi dittature e soprattutto nel secondo dopoguerra... E così il pontefice risalta soprattutto come il papa di San Lorenzo, che va a dare il suo sostegno ai romani dopo i bombardamenti alleati; altri documenti riguardano grandi figure come Edith e Rosa Stein e pagine tragiche, come l'eccidio delle Fosse Ardeatine.
Impressionante è inoltre la sezione I segni del potere, relativa ai sigilli, nella quale spiccano un enorme sigillo in oro di Filippo II di Spagna e un raro sigillo incassato longobardo in cera. Molto interessanti anche gli ultimi ambienti, in cui si entra nel vivo del lavoro di studio e di restauro condotto presso l'Archivio Segreto, con la presentazione tra le altre cose delle varie 'magagne' che possono danneggiare i documenti antichi (dagli insetti, al fuoco, all'umidità). Merita una menzione anche il catalogo, disponibile in edizione italiana e inglese, ben illustrato e caratterizzato da un tono piano e accessibile, così come accessibile è il prezzo (14 euro).

Lux in arcana, tirando le somme, merita sicuramente una visita. Il problema di fondo del suo allestimento all'interno del Palazzo dei Conservatori non può tuttavia essere aggirato. Mostre del genere vanno organizzate altrove. Non solo perché organizzarle nelle antiche sale denuncia uno scarso rispetto nei confronti delle testimonianze del passato, ma anche e soprattutto perché palesa una considerazione ben poco generosa del pubblico, ritenuto tutto composto da 'pecoroni': senza negare che tanti lo siano, vi sarà pur qualcuno un po' più consapevole, giunto magari dall'India o dal Brasile per godersi lo Spinario o gli affreschi del Cavalier d'Arpino nel Salone degli Orazi e dei Curiazi. Cosa bisogna dire a questi visitatori, "ci dispiace, ripassate"? Oppure si potrebbe rimborsare loro il biglietto aereo?

Uno spazio ideale per mostre come questa potrebbe essere, rimanendo nell'ambito dei musei comunali, la Centrale Montemartini, bisognosa di più visitatori e nella quale le opere si possono spostare e riorganizzare senza troppe difficoltà. Certo, la posizione è meno centrale di quella dei Capitolini, ma basterebbe promuovere meglio l'affascinante museo archeologico-industriale e magari facilitare l'arrivo dei visitatori, tramite un più efficiente servizio di trasporti. Anche perché mostre di un tale sfarzo, come questa, non potrebbero essere allestite se le enormi spese non venissero almeno in parte coperte con i biglietti di ingresso, e i già visitatissimi Capitolini si prestano benissimo a questo compito. Un ragionamento di ordine esclusivamente organizzativo-economico, però, non può cancellare le forti perplessità museografiche e culturali che si sono evidenziate più sopra. Senza rinunciare a splendidi apparati comunicativi come quello che dispiega Lux in arcana, bisognerà puntare piuttosto a ridimensionare i costi, anziché a rientrare delle spese, in un percorso di progressiva decrescita con la quale anche l'industria espositiva, come tanti altri settori, dovrà prima o poi fare i conti.

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Autore/autrice scheda: Fabrizio Federici