Tasti di scelta rapida del sito: Menu principale | Corpo della pagina | Indice delle News
sei in: Home » Antinoo. Il fascino della bellezza
Galleria

Piastrelle votive in terracotta dedicate ad Antinoo, da Aquileia (da cat. n. 1).
Ipotesi ricostruttiva dell'alzato dell'Antinoeion (Z. Mari, da cat. p. 82, fig. 5).
Ricostruzione della scena nella cella dei templi dell'Antinoeion (Z. Mari, da cat. p. 82, fig. 8).
Particolare del pannello ricostruttivo presente nella mostra, con inseriti i frammenti scultorei relativi ai templi dell'Antinoeion.
Busto neo-egizio di Antinoo in marmo nero, Milano - anni venti del XX secolo (da cat. n. 13).
Testa di personaggio ignoto presente nella sesta sala dell'esposizione.
Testa di una statua di Antinoo-Osiride in marmo rosso, già collezione Chigi, ora Dresda, Skulpturensammlung (da cat. n. 5).
Tag-Cloud

della degli uffizi come firenze sono opere percorso quattrocento madonna trieste alla galleria salani patrimonio nelle palazzo sale contemporanea sezione
Mostra

Antinoo. Il fascino della bellezza

Tivoli, Antiquarium di Villa Adriana 5 aprile 2012 - 4 novembre 2012

Busto di Antinoo in marmo pario, da Tivoli-Villa Adriana (da cat. n. 4).
Busto di Antinoo in marmo pario, da Tivoli-Villa Adriana (da cat. n. 4).

Share |

“Nelle ore di insonnia, percorrevo i corridoi della Villa … mi fermavo davanti ai simulacri di Antinoo … sfioravo con un dito quel petto di pietra” (Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano).

Le struggenti parole messe in bocca ad Adriano nel famoso romanzo della scrittrice franco-belga aprono ad effetto questa suggestiva esposizione dedicata alla figura di Antinoo e allestita nell’Antiquarium della splendida villa di Tivoli. Si tratta, come dichiarato dalla curatrice Marina Sapelli Ragni, di “una selezione ragionata” di pezzi (sculture, rilievi, gemme e monete) connessi al giovane bitinio amato dall’imperatore Adriano, riuniti per la prima volta in una mostra, organizzata dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio. L’intento è quello di render noti ad un ampio pubblico i risultati importanti degli scavi condotti nella villa stessa tra il 2002 e il 2005, grazie ai quali Zaccaria Mari ha potuto identificare lo spazio occupato dall’Antinoeion, ossia la tomba-tempio ideata dall’imperatore per onorare il defunto-divinizzato Antinoo, realizzata intorno al 135 d.C.

Il bel bitinio, conosciuto da Adriano probabilmente nel 123 d.C. e da lui condotto a Roma pochi anni dopo, godette del lusso elegante della villa tiburtina mentre questa era ancora un fervido cantiere plasmato dall’immaginazione e dal gusto del suo princeps. Non stupisce dunque scoprire che proprio qui ne fossero gelosamente conservati i resti (come sembra evidente dalla traduzione dei geroglifici incisi sull’obelisco del Pincio) e al contempo esaltata la memoria. Morto per annegamento nel Nilo nell’ottobre del 130 d.C., Antinoo divenne oggetto di intensa devozione pubblica, seppure non a livello ufficiale dato che la sua apoteosi non fu mai richiesta da parte di Adriano, né concessa liberamente dal Senato. In Egitto, tuttavia, l’imperatore fondò la città di Antinoopolis, presso il luogo dello sciagurato annegamento, e promosse in prima persona la diffusione dell’immagine dell’amato in veste di Osiride, il dio rinato dalle acque sacre del Nilo. D’altra parte, nel resto dell’impero, ma soprattutto in area greca, venne istituita 'spontaneamente' (vedi a Tessalonica, a Delfi, a Kourion sull’isola di Cipro e a Loukou nella villa di Erode Attico) o su esplicita volontà di Adriano (come a Mantinea, metropoli di Bithynion) una forma di culto eroico che tendeva ad associare al ritratto idealizzato del giovinetto alcuni attributi specifici, suggerendo l’assimilazione o quanto meno un evidente richiamo a svariate divinità (quali Dioniso, Ermes, Apollo e Adone), per lo più connesse a riti misterici. La fortuna straordinaria del bell’Antinoo comincia così proprio negli anni successivi alla sua morte e prosegue, immutato simbolo di sensualità maschile e amore sfortunato, fino ai giorni nostri.

Il percorso espositivo

La mostra, che si propone di illustrare la molteplicità delle raffigurazioni di Antinoo collocandole nel loro contesto, è idealmente suddivisa in quattro sezioni; alla prima sono interamente dedicate le quattro salette iniziali al piano terra dell’Antiquarium, in cui campeggiano, accompagnati dai busti di Adriano, alcuni famosi ritratti del giovane bitinio. Da ricordare in particolare il bellissimo busto in marmo pario rinvenuto proprio a Tivoli e conservato ai Musei Vaticani (cat. n. 4), e il noto efebo della collezione Farnese (cat. n. 16) risultato dell’assemblaggio di una testa ritratto di Antinoo e di un torso antico ma non pertinente, in cui sono appunto evidenti i tratti ancora acerbi del corpo, molto diversi ad esempio dai caratteri dell’Antinoo di Delfi, presente in mostra purtroppo solo tramite una foto d’epoca, risalente al momento del suo rinvenimento.

Con la quinta sala al pian terreno viene introdotto il tema della eroizzazione/deificazione di Antinoo; sono quindi esposti alcuni interessanti reperti votivi, testimonianza diretta del culto tributato al giovane, come le tre piastrelle votive da Aquileia dotate di forellino per la sospensione e decorate a stampo con il profilo di Antinoo racchiuso in una ghirlanda (cat. n. 1). Si possono inoltre ammirare il singolare busto moderno di Adriano con maschera facciale antica in alabastro egiziano (dalla collezione Albani, cat. n. 31) e la foto di dimensioni pari al vero del “tondo adrianeo” (ora inserito nell’arco di Costantino) con la caccia al cinghiale condotta dall’imperatore in compagnia del suo amato. Questa seconda sezione viene ripresa nell’ottava sala, da cui emerge soprattutto il carattere sincretico del culto di Antinoo, presentato a volte con la corona intrecciata di edera a mo’ di Dioniso (vedi il bel busto del British Museum, cat. n. 12), altre in contesti di culti misterici, come nel caso della testa proveniente dal santuario di Magna Mater a Ostia (cat. n. 28), o in quello del discusso rilievo in marmo pentelico con Antinoo-Silvano/Attis dai dintorni di Lanuvio.

La terza sezione della mostra, che occupa la sesta e la settima sala, dà invece spazio al peculiare rapporto tra Adriano, Antinoo e la terra d’Egitto, con l’esposizione dei reperti e l’illustrazione delle vicende archeologiche relative all’Antinoeion. Molto bella è la testa egittizzante di Antinoo in marmo rosso, con nemes e uraeus (cat. n. 5), esempio purtroppo incompleto di una di quelle statue, spesso più grandi del vero, che raffiguravano Antinoo-Osiride. Fra gli oggetti presenti spiccano certamente il busto di sacerdote isiaco in marmo rosso (cat. n. 5) e la sfinge acefala in marmo proconnesio (cat. n. 44) rinvenuti nella cosiddetta “Palestra” di Villa Adriana, che alla luce dei nuovi scavi è molto probabilmente da interpretarsi come un secondo luogo evocativo dell’Egitto (forse un Iseum), aperto anch’esso al culto di Antinoo divinizzato in forma di Osiride.

Un chiaro pannello esplicativo offre ai visitatori la ricostruzione aggiornata dell’Antinoeion; la pianta del santuario, ancora perfettamente leggibile in situ nella zona prospiciente le sostruzioni dette “Cento Camerelle”, consisteva di un ampio témenos rettangolare che racchiudeva due templi affrontati (con elevato in marmo pario fino al tetto) e circondati da aiuole di palme da dattero. Tra i templi è visibile una base quadrata dove è assai probabile che poggiasse il famoso obelisco Barberini, oggi sul Pincio, sul quale è riproposta quattro volte una scena in stile egittizzante dal medesimo schema: la presentazione di un giovane stante davanti ad una divinità seduta (Horus, Thot, Ra); i geroglifici nominano esplicitamente Antinoo. Sul lato lungo opposto all’ingresso una vasta esedra porticata con colonne tortili in giallo antico inquadrava scenograficamente il sancta sanctorum del complesso, il cui protiro era sostenuto dalle due gigantesche statue di Antinoo-Osiride in marmo rosso ora conservate in Vaticano nel Museo Pio Clementino.
Grazie al recente lavoro anche di carattere storico-antiquario, è ormai accertato che tutta la serie di sculture in marmo grigio di stile egittizzante, rinvenute dai Gesuiti a metà Seicento, non proviene affatto dall’avvallamento detto “Canopo”, bensì dalla zona dell’Antinoeion. Parimenti, è del tutto impossibile ritenere parte di un Serapeo la grande esedra verso la quale confluisce la vasca del “Canopo”: si tratta invece di un triclinio monumentale ravvivato da fontane e giochi d’acqua.

L’esposizione continua al piano superiore dell’Antiquarium, dove tre grandi sale accolgono l’ultima sezione incentrata sulla fortuna dell’immagine del giovane bitinio nei secoli. Particolarmente rilevante la testa di Antinoo proveniente dal Camposanto di Pisa, rilavorata come ritratto di santo/profeta e resa nota da Ranuccio Bianchi Bandinelli in un articolo del 1946 (cat. n. 21). Di grande interesse anche la riproduzione in bronzo del “busto Grimani” (cat. n. 34) creata da Guglielmo Della Porta per i Farnese (cat. n. 18) attorno al 1560, e la testa in bronzo del Museo Archeologico di Firenze (cat. n. 9), lungamente ritenuta un originale antico, da riferire invece all’attività di abili copisti alla corte medicea, forse ancora sotto Cosimo I. Dopo alcune teche con cammei e medaglioni riportanti l’effige di Antinoo, compare infine un pezzo eccezionale: il busto neo-egizio in lucido marmo nero, degli anni Venti del Novecento, recante il ritratto di Antinoo con nemes (dalla collezione di Franco Maria Ricci, cat. n. 13).

L’allestimento

La serie di citazioni soprattutto poetiche, dalla Yourcenar all’Antinoo di Pessoa (1918), che riecheggiando dai cartelloni alle pareti accompagnano fin dall’inizio la nostra visita, ci immergono nell’atmosfera di rarefatta bellezza e pathos romantico emanata dalle candide e austere forme di Antinoo, affiancate ai busti di Adriano, i cui occhi paiono sempre rivolti verso l’amato in un gioco di sguardi studiato e protratto di sala in sala.
L’allestimento si presenta, tuttavia, piuttosto disomogeneo, quasi forzato dagli spazi dell’Antiquarium, il cui piano terra comporta una successione di piccole sale un po’ buie, mentre il piano superiore avrebbe l’ariosità di un loft, ma risulta purtroppo eccessivamente gremito di sculture. In effetti, il problema di dover/voler gestire insieme l’esposizione temporanea dedicata ad Antinoo e quella permanente delle statue che decoravano la lunga vasca del “Canopo” non è forse stato risolto nel migliore dei modi. L’idea di intervallare i ritratti di Antinoo con repliche romane di statue classiche (come le Korai dell’Eretteo e le Amazzoni ferite di Policleto e Fidia), o con rielaborazioni imperiali di stile ellenistico ma soggetto egizio (vedi i Sileni canefori, il coccodrillo-fontana in marmo cipollino e la personificazione del Nilo), confonde il visitatore e soprattutto si pone in netta contraddizione rispetto all’auspicato intento scientifico di distinguere la zona del “Canopo”-“Serapeo” (poco distante dall’Antiquarium e su cui in passato ci si era appunto erroneamente concentrati nella ricerca della tomba di Antinoo) dall’Antinoeion vero e proprio, decorato in puro stile egittizzante quale sfondo coerente al culto del dio Antinoo-Osiride. Nessun cartello avverte del compromesso realizzato e solo leggendo le piccole targhette su ogni singola statua si capisce che alcune vengono dal “Canopo”, dove d’altra parte sono ancora allestite le copie moderne; data, però, l’evocazione ingannevole di un paesaggio egiziano, si rischia ugualmente di provare dei dubbi circa il rapporto di tali sculture con i reperti egittizzanti appena visti al piano terra.   

Una soluzione particolarmente ben riuscita è invece quella dell’inserimento in un unico grande pannello ricostruttivo di vari frammenti scolpiti, afferenti alla decorazione parietale che si ripeteva uguale nella cella di entrambi i tempietti affrontati dell’Antinoeion; in questo modo, come ho potuto constatare assistendo ad un simpatico battibecco tra due turisti, i visitatori riescono a dare un senso soddisfacente ai frammenti scultorei, che risulterebbero di difficile lettura se presi singolarmente.  

Considerazioni finali

Nel suo complesso la mostra ha sicuramente il pregio di radunare alcuni splendidi ritratti di Antinoo, sia antichi che moderni, nonché di sottolineare la valenza iconica acquisita nei secoli dal giovane bitinio, immortalato non solo in opere d’arte visive, ma anche nelle pagine di scrittori e poeti. Essa punta effettivamente a suscitare una sorta di fascinazione, come ci propone il titolo stesso: “Antinoo. Il fascino della bellezza”.

Permangono comunque, a mio avviso, alcune carenze sul piano didattico-scientifico, dal momento che i pannelli esplicativi piuttosto essenziali (seppure lodevolmente tradotti anche in inglese) non sono sufficienti a informare adeguatamente i visitatori su ciò che stanno vedendo, soprattutto sul senso unitario dell’esposizione, che emerge invece con forza dalla lettura del catalogo. Il testo, infatti, prima aggiornata monografia italiana su Antinoo, costituisce in questo caso una guida indispensabile e non si pone come semplice integrazione o arricchimento della mostra; anzi, è proprio la parte di regesto, con le schede dei materiali esposti, ad essere particolarmente stringata. I saggi di M. Galli, Z. Mari e N. Giustozzi sono, invece, importanti per cogliere concretamente il valore degli oggetti esposti e la loro reciproca connessione. Un esempio significativo è quello dell’ara votiva da Aquileia dedicata a Beleno (cat. n. 3); presente in mostra ma assolutamente non spiegata, sembrerebbe fuori contesto se non fosse per l’articolo di Mari (p. 79) da cui si evince che in un distico elegiaco tiburtino (CIL XIV 3535) Antinoo veniva appunto paragonato per età e bellezza a Beleno, dio celtico associato ad Apollo. Resta, al contrario, del tutto misteriosa la presenza nella sesta sala di una testa maschile (per altro esposta storta) certamente non identificabile né con Antinoo, né con Adriano. 


Leggi anche: "Rileggere l'antico" a Villa Adriana
                  Egitto mai visto
                  Mario de' Fiori a Villa d'Este
                  I battaglisti a Villa d'Este

Autore/autrice scheda: Michela De Bernardin