Tasti di scelta rapida del sito: Menu principale | Corpo della pagina | Indice delle News
sei in: Home » Quadri di un'esposizione. Pittura barocca nelle collezioni del maestro Francesco Molinari Pradelli
Galleria

La pittura emiliana: il pannello informativo, due oli su rame (Lo sposalizio mistico di santa Caterina con i santi Giovannino e Francesco di Pietro Faccini e Sacra Famiglia di Ippolito Scarsella detto lo Scarsellino) e una Sacra Famiglia con san Giovannino di Bartolomeo Schedoni.
La Sala, affrescata da Bartolomeo Cesi, dedicata alla pittura veneta.
La pittura veneta. Partendo da sinistra: Sebastiano Ricci, L’apoteosi di san Vittore (o di san Giorgio) e Sacra Famiglia con sant’Anna; Giovanni Battista Pittoni, Riposo nella fuga in Egitto.
La pittura napoletana dell'ultima sala. Partendo da sinistra: Bacco, Arianna e Venere di Sebastiano Conca e tre tele di Luca Giordano, ovvero il dittico con L'Annunciata e L'Angelo annunziante e Socrate vessato da Santippe.
Una parete della Sala di Giasone allestita con le nature morte. Al centro si riconosce la Natura morta con tappeto, canditi, fiori e cesto di frutta di Francesco Fieravino detto il Maltese, specializzato nella resa dei tappeti.
Sono esposte foto e locandine dei concerti diretti da Molinari Pradelli.
Visione di insieme della Sala di Giasone. Al centro il touch screen da 42'' sul quale è possibile vedere le singole scene degli affreschi in altissima risoluzione.
L'ultimo piano del Palazzo Fava, nella quale trova spazio una piccola sezione dedicata al Maestro Molinari Pradelli, nel centesimo della sua nascita.
La Sala con le Storie di Enea affrescate da Ludovico Carracci, dove è allestita la pittura emiliana. Si riconoscono, sulla parete corta, Susanna e i Vecchioni di Paolo Emilio Besenzi e il celebre Ratto di Europa di Guido Cagnacci.
Tag-Cloud

palazzo degli uffizi contemporanea opere nelle quattrocento della trieste salani sale sezione patrimonio alla percorso come galleria firenze sono madonna
Mostra

Quadri di un'esposizione. Pittura barocca nelle collezioni del maestro Francesco Molinari Pradelli

Bologna, Palazzo Fava 21 giugno 2012 - 7 ottobre 2012

Un'immagine della Sala di Giasone con le nature morte dalla collezione Molinari Pradelli.
Un'immagine della Sala di Giasone con le nature morte dalla collezione Molinari Pradelli.

Share |

La collezione

Il maestro Francesco Molinari Pradelli non era solo un acclamato direttore d'orchestra di fama internazionale, ma anche un conoscitore d'arte, ed in particolare di pittura barocca. La passione gli era nata negli anni Cinquanta, quando decise di liberarsi dei quadri ottocenteschi che decoravano la sua villa a Marano di Castenaso, in provincia di Bologna, per avventurasi nel panorama ancora poco esplorato della pittura del Seicento e delle sue naturali propaggini settecentesche.
La sua era una passione sincera per il fatto artistico, non lo interessava il prestigio sociale che poteva derivargliene né tanto meno l'investimento economico, ed infatti la raccolta, ben presto vincolata almeno nel suo nucleo principale, negli anni è andata sempre arricchendosi di acquisizioni oculate (fino a circa a duecento pezzi), senza eccessi né nomi di richiamo. Sebbene si possano elencare alcune presenze importanti – su tutti Sebastiano Ricci, Guido Cagnacci, Luca Giordano – la maggior parte degli artisti raccolti erano all'epoca sconosciuti al grande pubblico e marginalizzati anche dagli stessi storici dell'arte. Negli acquisti da antiquari e gallerie di fiducia, compiuti approfittando delle tappe dei tour internazionali, il maestro si faceva guidare essenzialmente dal piacere estetico per la pittura ed i suoi aspetti più manuali: per la pennellata sensuale dei dipinti barocchi, per la consistenza materica delle nature morte e l'esecuzione sintetica dei bozzetti. In questa maniera, riportò in Italia numerose opere importanti andate disperse nel corso della travagliata storia del nostro Paese, sollecitando i riconoscimenti dei quadri e lo studio delle personalità artistiche citate dalle fonti secentesche ma non ancora ricostruite, come quelle dei pittori di nature morte Luca Forte e Pietro Navarra. Come appassionato dilettante della materia, Molinari Pradelli era infatti a contatto con numerosi storici dell'arte e lo testimoniano gli scambi epistolari con Roberto Longhi, Raffaello Causa, Federico Zeri, Giuliano Briganti, Rodolfo Pallucchini, Robert Enggass, Ferdinando Bologna e altri ancora; e lo attestano le assidue frequentazioni dell'Istituto di storia dell'arte bolognese, con Francesco Arcangeli, Carlo Volpe e Renato Roli, e della soprintendenza cittadina, dove lavoravano Cesare Gnudi, Andrea Emiliani, Eugenio Riccòmini.
Per questo “gioco di squadra” attivato tra l'amatore, gli accademici e le istituzioni, ci sentiamo quindi di condividere l'affermazione del curatore, Angelo Mazza, secondo cui «si potrebbe affermare che, contrariamente al solito, la collezione del maestro Molinari Pradelli ha contribuito allo sviluppo degli studi più di quanto non ne abbia beneficiato.»

La mostra

Non è la prima volta che la collezione Molinari Pradelli viene presentata al grande pubblico, senza dimenticare che il maestro ha sempre generosamente prestato i suoi pezzi per numerose mostre. La prima occasione di vederla risale al 1984, sempre a Bologna, quando il collezionista era ancora vivo e poté partecipare con orgoglio all'esposizione di un centinaio di dipinti e alla stesura di un buon catalogo, entrambe curate da Carlo Volpe. Una dozzina di anni dopo, Mantova ospitò invece la raccolta intera, e alle schede degli allievi di Volpe si aggiunsero quelle che ancora mancavano. Questa volta, e di nuovo a Bologna, sono stati scelti novanta dipinti che ben esprimono i gusti del direttore d'orchestra e ricostruiscono i contatti coi principali storici dell'arte del tempo: quasi trenta nature morte, il genere che più caratterizza la collezione, oltre trenta dipinti di area emiliana e circa altrettanti tra pittura veneta e napoletana, tutti risalenti al Sei e Settecento. Restano fuori dalle mura del Palazzo le altre aree di interesse di Francesco Molinari Pradelli, ovvero la pittura toscana (con opere di Pietro Dandini, Sagrestani, Bonechi), la lombarda (Giulio Cesare Procaccini, Carlo Francesco Nuvolone, Carlo Innocenzo Carlone) e quella genovese (Strozzi e Magnasco).

Ben fatte le didascalie dei singoli quadri (purtroppo solo in italiano, come pure i pannelli che introducono alle sale e, in qualche caso, offrono fotografie della villa di Marano): quasi piccole schede di catalogo, che riportano anche informazioni sui pittori, molti dei quali sconosciuti al visitatore medio. Inoltre, ogni sala è dotata di uno schermo touch screen di 42'', nel quale si possono osservare dettagli ad altissima risoluzione degli affreschi dei Carracci e dei loro allievi, e leggere notizie sul ciclo pittorico commissionato dal conte Filippo Fava a fine Cinquecento. Un ciclo che Roberto Longhi definì «un romanzo storico, impaginato sulla pittura precedente» ma capace di superarla e «comunicare direttamente ad apertura, non di libro, ma di finestra».

La natura morta

Ed è nella sala di Giasone, dove è certo che i tre Carracci lavorarono insieme, che si apre la mostra, con l'ampia sezione dedicata alla natura morta. Qui, e nella saletta vicina, confluiscono tele di scuola napoletana (Giuseppe Recco, Giuseppe Ruoppolo, Baldassarre De Caro, tra le quali spicca la Natura morta di Luca Forte firmata con un ricciolo del tralcio di vite), scuola romana (Pietro Navarra, Mario dei Fiori), emiliana e marchigiana (tra cui Bartolomeo Arbotori, di cui si ammira il Tacchino spennato già dato a Felice Boselli), gli stranieri giunti in Italia (Francesco Fieravino detto il Maltese, specializzato nella riproduzione di tappeti, ed il Grande Vaso con stemma nobiliare di Jacob van Kerckhoven detto Giacomo da Castello) e l'esempio toscano di Jacopo Chimenti detto l'Empoli. L'interesse del collezionista, per quegli anni inusuale, verso questo genere minore fu determinante per gli studi, come dimostrano le ben 13 tele prestate all'esposizione “La natura morta italiana”, realizzata nel 1964 da De Logu a Napoli e quindi inviata a Zurigo e a Rotterdam.

La pittura emiliana

Nella terza e quarta sala del palazzo trova posto la sezione dedicata alla pittura emiliana, la più nutrita in mostra. Il percorso inizia con due raffinati dipinti su rame di piccolo formato, una Sacra Famiglia con San Giovannino dello Scarsellino e lo Sposalizio mistico di Santa Caterina con santi di Pietro Faccini, che già parteciparono alla “Mostra del Seicento emiliano” organizzata a Bologna nel 1959, mentre sull'altra parete sta la grande tela di Giovan Gioseffo Dal Sole Pirro uccide Polissena, la cui attribuzione si deve agli scambi di idee tra Eugenio Riccomini e Renato Roli. Ma il vero fulcro della sala è la celeberrima opera del Cagnacci, il Ratto di Europa con il toro inghirlandato di fiori e la superficie pittorica così smaltata e lucente: uno dei pezzi forti della collezione, esposto per la prima volta proprio a Bologna nel 1984.
La piccola quarta sala è invece dedicata interamente ai dipinti dei fratelli Gandolfi, Ubaldo e Gaetano, protagonisti della pittura a Bologna nella seconda metà del Settecento; si segnala in particolare il Giudizio di Paride di Gaetano, di cui Molinari Pradelli possedeva sia il bozzetto preparatorio che il dipinto, sensibilmente variato; i due pezzi acquistati in momenti diversi (prima la versione finita e poi il modelletto) testimoniano la curiosità del maestro per le fasi del processo creativo e la passione per la pennellata corsiva dei bozzetti.

La pittura veneta

L'interesse di Molinari Pradelli per la pittura veneta era vivificato dall'amicizia con lo storico dell'arte Rodolfo Pallucchini, che a lungo soggiornò anche in Emilia. Una conoscenza, questa, che spiega la pubblicazione sulla rivista “Arte Veneta” e nei volumi dello studioso di diverse opere riportate in Italia dal direttore d'orchestra, che rendeva partecipe l'amico dei suoi nuovi acquisti, come dimostra il fitto scambio epistolare. Il contatto con Roberto Longhi è invece testimoniato da un altro dipinto qui esposto, l'intenso Ritratto di fanciullo col piffero di Eberhard Keil detto Monsù Bernardo, che lo studioso definì, proprio per la presa dal vivo dei soggetti, il «Frans Hals di quaggiù». Oltre al bel Ritratto di Carlo Tinti di Fra' Galgario, già di sapore europeo, il pezzo forte della sala è una Sacra Famiglia di Sebastiano Ricci, che il maestro ebbe occasione di definire «il quadro più amato […] per la nobiltà dell'impaginazione unita alla morbidezza del ductus pittorico e all'invenzione cromatica assieme sobria e intensissima», portato da New York in Italia nel 1969 e subito orgogliosamente esposto nella mostra veneziana “Dal Ricci al Tiepolo” curata da Pietro Zampetti.

La pittura napoletana

La conoscenza della pittura sei-settecentesca napoletana era stimolata, oltre che dalle conversazioni con Raffaello Causa e Nicola Spinosa, dalle visite alla città dove il maestro si recava per i suoi concerti al Teatro San Carlo. Non solo la natura morta, che abbiamo visto nella prima sala, ma anche quadri di figura di Micco Spadaro, Francesco de Mura, Luca Giordano, e di pittori meno conosciuti come Giovan Battista Rossi, al quale L'adorazione dei pastori in mostra, dai preziosi effetti luministici, fu proprio attribuita da Spinosa, o Lorenzo De Caro, le cui piccole tele Trionfo di Giuditta e la Conversione di San Paolo declinano squisitamente il soggetto religioso in un brillante stile rocaille.  

Il piano superiore

Le due sale all'ultimo piano celebrano la figura del maestro Molinari Pradelli, ricordato attraverso fotografie, locandine dei suoi concerti, le riviste che avevano parlato della preziosa collezione, ed un video in bianco e nero, nel quale lo vediamo finalmente sul podio, che si affida sicuro alla sua bacchetta da direttore, come in altri contesti si affidava al suo occhio di conoscitore e amatore d'arte.

Leggi anche: Guido Cagnacci
                  Flora Romana
                  Il Settecento a Verona
                  Novecento sedotto

 

Autore/autrice scheda: Francesca Santamaria