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Mostra

L'antico nel moderno. Scultura italiana degli anni Trenta

Roma, Terme di Diocleziano, Aula Ottagona 11 settembre 2012 - 6 gennaio 2013

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Articolazione

La mostra si sviluppa tutta all’interno dell’Aula Ottagona del Museo delle Terme di Diocleziano. Prima di entrare è necessario aver fatto il biglietto presso il "ticket office” di Palazzo Massimo (dall’altra parte di Piazza della Repubblica), al quale l’Aula è legata come spazio espositivo. Davanti all’entrata si trova una didascalia su parete bianca, l’unica di carattere generale, che spiega gli intenti e le finalità della mostra, la quale è stata allestita e realizzata per volontà di Mariastella Margozzi, direttrice del Museo Boncompagni Ludovisi, per la GNAM di Roma.

La mostra è stata pensata su due cerchi concentrici, fra i quali c’è lo spazio per il passaggio del visitatore. Il cerchio esterno (occupato dalle sculture antiche che sono permanentemente esposte nell'Aula Ottagona) si apre a destra con un Togato, della fine del III secolo d. C., proveniente dalle Terme di Diocleziano e si chiude con una statua tipo Doriforo, delle Terme di Caracalla. Tra di loro, opere molto interessanti, come l’Afrodite tipo Cnidia, copia del I sec. d. C. dall’originale del IV sec. a. C. delle Terme di Diocleziano, oppure il bellissimo panneggio del torso di Artemide del III sec. d. C. delle Terme di Caracalla, da cui proviene anche la notevole Testa di Esculapio. In questo cerchio esterno alle sculture antiche si alternano poche sculture novecentesche: La prima rondine di Marcello Mascherini (1938), affiancata dalla precedente Primavera, sempre dello stesso scultore. Le due opere certo creano fra di loro un confronto visivo interessante, ma non lo istituiscono con le statue antiche che le circondano. Il paragone più opportuno, suggerito anche nel catalogo Electa, sarebbe stato quello con dei bronzetti etruschi, assenti tuttavia in mostra. La stessa cosa si può dire della Testa di donna in porfido rosso (1936) di Napoleone Martinuzzi che, se riprende dall’Antico, guarda al mondo egizio piuttosto che a quello romano, che la circonda; così come la Testa di Domenico Giuliotti (1929) di Romano Romanelli e la Testa di donna (ante 1948) di Emilio Greco, che non hanno nessuna affinità con l’Afrodite tipo Cnidia (II sec. d. C.) e l’Hermes tipo Andros (fine I – II sec. d. C.) cui sono affiancate. Se dunque l'ambientazione della mostra è molto suggestiva, poco o per nulla ci si è preoccupati di instaurare un effettivo dialogo tra la collezione permanente e gli 'ospiti' novecenteschi.

Il cerchio interno (ovverosia l'esposizione vera e propria) poggia su una piattaforma bianca, a mezzaluna, su cui sono esposte solo statue novecentesche. Si parte da destra con Il povero di Angelo Biancini, bronzo realizzato poco prima della IV Quadriennale romana del 1943, accostato al Ragazzo al mare (1934 ca.) di Francesco Messina. Ai fanciulli seguono le donne. Fra di esse, interessante per la dichiarata citazione dello Spinario è la Susanna di Alfredo Biagini, presentata alla III Quadriennale romana del 1939. La tribuna d’onore, invece, spetta ad Affrico e Mensola di Libero Andreotti. I due bronzi, pensati in origine per una fontana fiorentina (mai realizzata), non furono visti nella versione bronzea dal loro ideatore, il quale morì prima della fusione, realizzata da Bruno Innocenti. Da questo punto del percorso in poi vengono esposte sculture dai soggetti chiaramente classici, come il Menenio Agrippa (1932) di Guido Galletti, la Athena (1934) di Arturo Martini o il David (1937 circa) di Mirko Basaldella. Statue nelle quali la ripresa dell’antico è innegabile, così come in esse ribolle la sperimentazione e l’innovazione del moderno.
Al centro dell’Aula Ottagona trovano spazio, invece, le teste, i ritratti di uomini illustri degli anni Trenta, come Il ritratto del maestro Pugliese (1938) di Michele Guerrisi o semplicemente dei volti d’uomini o di ragazzi, come il Ritratto di ragazzo (1923) di Arturo Martini.

Un bilancio

Si tratta di una mostra che espone pezzi molto interessanti, e spesso non così facili da vedere, perché tenuti nei depositi. Lodevole per l’ambientazione scelta, per lo spazio lasciato attorno alle statue, osservabili da ogni angolatura, e per un’illuminazione abbastanza buona, la rassegna è invece carente nei confronti visivi e negli spunti. Un tema così vasto è sempre difficile da articolare in una piccola esposizione, che finisce per essere semplicistica e poco convincente, se non si scelgono le opere di più immediata affinità visiva.

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Autore/autrice scheda: Rosa Fasan