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Galleria

Ceti subalterni ed economia, allestimento.
Allestimento del busto di Plautilla (c. 182-212 d.C.) da Otricoli.
Bambola in osso dalla necropoli infantile della villa rustica di Poggio Gramignano.
Busto di Giulia Mamea (180-235 d.C.) da Otricoli.
Immaginario tardoantico, allestimento.
Ritratto maschile bronzeo da Albacina (III sec. d.C.).
Sala dell'Editto, "esedra" di Costantino.
Sarcofago con Meleagro e Atalanta da Narni (III sec. d.C.).
Élites e ceti medi, allestimento.
Ritratto di Augusto rilavorato come Costantino I, da Bolsena.
Rilievo con Mitra tauroctonos da Terni.
Ritratto femminile da Fossombrone (IV sec. d.C.).
"Sala Zuccari" con allestimento del rescritto di Spello.
Patena con incisi i nomi dei proprietari cristiani Aelianus e Felicitas, dal tesoro di Canoscio (VI sec. d.C.).
"Pseudo Narsete". Ritratto maschile da Gubbio (fine III-IV sec. d.C.?).
Rescritto di Spello (CIL XI 5265).
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Mostra

Aurea Umbria. Una regione dell'Impero nell'era di Costantino

Spello, Palazzo Comunale 29 luglio 2012 - 9 dicembre 2012 (prorogata al 6 gennaio 2013)

Grande piatto allegorico dal tesoro di Canoscio (VI sec. d.C.).
Grande piatto allegorico dal tesoro di Canoscio (VI sec. d.C.).

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Arroccata su una piccola altura verdeggiante nel cuore dell’Umbria, la cittadina di Spello (PG) ospita tra le sue case di pietra la mostra Aurea Umbria, che sotto la curatela dello scrittore Valerio Massimo Manfredi si propone di illustrare la vita e la società tardoantica nel territorio umbro-marchigiano. La rassegna di circa settanta reperti archeologici punta a presentare nella sua multiforme realtà un periodo storico di oltre tre secoli (dal III al VI d.C.) non frequentemente oggetto di allestimenti, ma di grande interesse.
Lo spunto per la mostra viene naturalmente offerto dall’importante rescritto imperiale rinvenuto nel 1733 in prossimità del teatro nell’area pubblica suburbana di Spello e ricomposto a partire da tre grandi frammenti marmorei. L’epigrafe costituisce la copia cittadina —E(xemplum) S(acri) R(escripti)— dell’editto con il quale Costantino il Grande verso la fine del suo principato (tra il 333 e il 335 d.C., oppure nel 337 d.C.) permise a Hispellum di ospitare gli spettacoli teatrali e gladiatori, che fino a quel momento il sacerdote eletto annualmente dalla lega umbra (coronatus) doveva allestire e celebrare a Volsinii congiuntamente al sacerdote eletto dai Tusci (Etruschi). L’imperatore accoglieva così la richiesta mossa dalla città stessa e le concedeva inoltre il nuovo appellativo di Flavia Constans (che comparirà nell’iscrizione da Spello CIL XI 5283), in virtù della costruzione di un tempio in onore della gens Flavia. Il rescritto testimonia un momento di particolare importanza per il centro umbro, il quale, forte dei privilegi imperiali ottenuti, avviò una serie di lavori di ampliamento urbano, fra cui doveva spiccare proprio il tempio per la gens Flavia.
E’ dunque nell’ottica di questa fase di rinnovamento e trasformazione socio-economica che è stata concepita la mostra, con l’intento di sottolineare il rilievo delle culture regionali, come appunto quella umbra, in un periodo che viene generalmente considerato di decadenza. Si è infine posto l’accento sui caratteri sincretici propri della religiosità di quest’epoca, dato il lungo perdurare degli elementi pagani accanto, o spesso in commistione con la spiritualità cristiana sempre più emergente.

Il percorso espositivo e l’allestimento

L’esposizione è dislocata nelle belle sale del Palazzo Comunale, edificio del 1270 completamente restaurato dopo il terremoto del 1997 e sede, al pian terreno, della raccolta comunale di materiali archeologici del territorio ispellate. L’allestimento, che ha plasmato secondo le necessità proprie della mostra gli spazi signorili del primo e del secondo piano, si articola in tre grandi sezioni tematiche suddivise in sette ambienti contraddistinti dal colore della sezione di appartenenza.
Il primo tema affrontato è quello delle “forme e modi del potere”. Nella famosa Sala dell’Editto, affrescata tra Sette e Ottocento con vedute cittadine, incontriamo subito esposta in una sorta di esedra la testa ritratto di Costantino I proveniente dalla basilica di Bolsena. In origine il pezzo doveva ritrarre Augusto, ma fu rilavorato con i tratti di Costantino secondo una prassi assai diffusa in età imperiale, eppure in tal caso particolarmente significativa dato che si trattava proprio di Augusto, il primo imperatore. La sala non presenta altro materiale archeologico, ma è arricchita da pannelli di grandi dimensioni che illustrano succintamente i punti salienti del principato costantiniano, dalla presa del potere al Concilio di Nicea e la fondazione di Costantinopoli. Da qui si accede alla splendida Sala Zuccari, dove troviamo, installato al centro della sala, il noto rescritto accompagnato da uno schermo su cui scorre la traduzione in italiano, inglese e tedesco di alcuni passaggi. La pannellistica occupa un grande spazio e si concentra sull’illustrazione del rescritto e del tradizionale "culto" tributato all’imperatore e ai membri della sua famiglia. Sono a tal proposito esposti tre interessanti ritratti provenienti dal territorio umbro, segno della capillare presenza delle immagini imperiali anche nei centri minori e della fides delle élites locali nei confronti del princeps. Dalla basilica di Otricoli vengono i due busti marmorei delle Auguste Plautilla (moglie di Caracalla, da questi fatta esiliare e poi uccidere) e Giulia Mamea (madre dell’imperatore Alessandro Severo); mentre ad Albacina è stata rinvenuta l’enigmatica testa maschile in bronzo forse identificabile con un tetrarca o con un imperatore di III secolo. 

La seconda sezione tematica focalizza l’attenzione del visitatore su “società e individui, élites e ceti subalterni”, dando spazio in un primo momento all’autorappresentazione dei ceti alti e medi veicolata dalle statue onorarie, ormai sempre più rare, e soprattutto dalle iscrizioni funerarie. Tra i reperti spiccano una bella testa femminile di età costantiniana (da Fossombrone) e quella maschile da Gubbio, inizialmente identificata con il generale bizantino Narsete (478-574 d.C.) e ora datata tra età tetrarchica e IV secolo. La diffusione progressiva della religione cristiana emerge invece con chiarezza dalle epigrafi, di cui sono offerti tre esempi provenienti da Terni e collocabili tra la fine del IV e gli inizi del VI secolo (ricordo l’iscrizione per il vescovo Homobonus).

Al secondo piano l’esposizione prosegue interessandosi ai ceti subalterni e alle attività commerciali e produttive, fortemente trasformate negli ultimi secoli dell’impero; si segue l’evoluzione dei centri cittadini, che subirono un netto diradamento del tessuto urbano e la riconversione della zona del foro o in generale la rifunzionalizzazione degli spazi pubblici pagani (vedi i casi di Terni e Narni). Parallelamente, nel corso di IV e V secolo le ville rurali nelle campagne andarono poco a poco in rovina, finendo a volte per divenire luoghi di sepoltura, soprattutto per infanti; esemplare a tal proposito la situazione della villa di Poggio Gramignano (Lugnano in Taverina). Le varie fasi di frequentazione del complesso abitativo sono illustrate grazie a pannelli ricostruttivi e a diversi reperti archeologici, fra i quali va segnalata una piccola bambola d’osso che costituiva probabilmente il corredo funebre di una bambina qui sepolta.
Un gruzzolo di monete tardoantiche e un pondus lignarium (misura standard di peso per il legname) dal porto fluviale di Otricoli offrono lo spunto per evidenziare come l’economia fluviale fosse ancora attiva nel IV secolo, in particolare il trasporto del legname dall’alto Tevere a Roma. Un’altra teca custodisce invece alcuni esemplari delle numerose lucerne (due delle quali sono esposte con il numero invertito rispetto alla descrizione) rinvenute a Carsulae, dove forse venivano in parte prodotte da manifatture locali. Questo centro urbano andò incontro al declino nel corso del IV secolo; parimenti, la stazione di posta tra Narni e Terni, presso la quale in età dioclezianea (284-305 d.C.) si era addirittura sviluppata un’installazione termale, fu abbandonata tra fine IV e inizio V secolo, per venire poi inglobata nell’espansione dell’adiacente area di sepoltura.

La terza ampia sezione tematica dal titolo “l’immaginario tardoantico, tra paganesimo e cristianesimo” si concentra sull’affascinante mescolanza e convivenza del linguaggio figurativo pagano, ancora operativo, con quello cristiano in via di sviluppo; il fenomeno si verifica soprattutto tra il III e la fine del IV secolo. Importante testimonianza della penetrazione e sopravvivenza anche in area umbro-marchigiana dei culti pagani orientali è il rilievo da Terni con Mitra tauroctonos; ma fra i miti di maggiore persistenza vi sono senza dubbio quelli connessi al mondo della caccia. Perciò non stupisce trovare qui esposto il bel sarcofago di Narni (III sec. d.C.) con il mito di Meleagro e il cinghiale calidonio. Accanto alle cacce mitiche sono inoltre diffusi i sarcofagi che rievocano le venationes periodicamente finanziate negli anfiteatri dai membri delle élites locali. Le figure caratteristiche del corteo dionisiaco (satiri, sileni e menadi) e quelle del mondo marino (ninfe, tritoni e tori marini, spesso in connessione con Venere) ricorrono ugualmente a decorare sarcofagi o mosaici pavimentali; in mostra trova perciò spazio anche un pannello che riproduce il grande mosaico con corteo marino proveniente da una ricca domus di Gubbio (prima metà del IV secolo).
Di forte interesse risultano infine due sarcofagi: quello di San Rufino, primo vescovo di Assisi martirizzato nel 238 d.C. (l’oggetto non è esposto, bensì descritto in un pannello), e quello di una giovane sposa (IV sec. d.C., da Carsulae). In entrambi i casi possiamo riscontrare l’utilizzo di materiale mitico-iconografico pagano per veicolare o supportare concetti di matrice cristiana: il santo venne deposto in un sarcofago raffigurante il ben noto mito di Endimione (giovane bellissimo caduto in un sonno eterno per volere della dea Selene), mentre il marito di Ponzia, teneramente compianta nella lunga iscrizione funeraria, scelse di far scolpire sul clipeo centrale non il ritratto dell’amata, ma proprio l’immagine di Cristo, senza per questo trovare incoerente o inaccettabile la presenza agli angoli dell’arca delle muse pagane. Tali reperti sono dunque il segno della lenta e graduale cristianizzazione dell’impero, un processo che divenne via via più intenso verso la fine del IV e l’inizio del V secolo, come testimoniato anche per il territorio umbro. Le altre iscrizioni funerarie presenti nella sala si mostrano infatti più esplicitamente e univocamente cristiane, per formulario e/o per apparato decorativo (ad esempio l’epigrafe per Splendida e quella per Pancharius).

È però con il VI secolo che possiamo ammirare produzioni artistiche cristiane di notevole bellezza, quali i mosaici con decorazioni geometriche e naturalistiche da Perugia, e soprattutto lo spettacolare “tesoro di Canoscio”, rinvenuto fortuitamente nel 1935. Si tratta di una trentina di pregiati manufatti in argento fittamente ornati di simboli cristiani, che pare non fossero destinati ad esclusivo uso liturgico, bensì componessero un servizio da mensa appartenuto nel tempo a diversi ricchi proprietari cristiani. Il corredo potrebbe per altro essere frutto delle razzie avvenute durante la guerra gotica (552-553 d.C.). Da ricordare in particolare la patena con i nomi di Aelianus e Felicitas, e un grande piatto con complessa incisione allegorica: una croce bizantina dal cui braccio orizzontale pendono le lettere apocalittiche; in alto a sinistra la mano di Dio e a destra la colomba simbolo dello Spirito Santo; all’ombra della croce due agnelli affrontati, sotto ai quali si vedono sgorgare i quattro fiumi del Paradiso.

Considerazioni finali

Nonostante i pezzi siano nel complesso poco numerosi e solo alcuni particolarmente significativi per il visitatore medio, l’esposizione riesce a rendere buon conto della realtà umbra tra III e VI secolo, grazie anche ad un imponente apparato didattico. Tuttavia la pannellistica (solo in italiano), per quanto chiara ed essenziale, finisce spesso per sovrastare (almeno visivamente) i reperti stessi.
Il titolo Aurea Umbria sembra comunque piuttosto altisonante e pretenzioso rispetto a ciò che si riscontra nella mostra. Infatti, pur tenendo in debita considerazione certe spinte di rinnovamento e vitalità soprattutto tra III e IV secolo, non bastano il rescritto di Spello o il fantastico tesoretto di Canoscio per poter definire “aurea” questa fase storica. Come giustamente evidenziato nella sezione dedicata a economia e ceti subalterni, anche il territorio umbro subì rilevanti trasformazioni che poco si adattano all’aggettivo sopra utilizzato (a partire dal fenomeno della contrazione degli abitati). Se è vero che non si deve passare all’estremo opposto denigrando e trascurando, come spesso è avvenuto, la Tarda Antichità e le sue varie espressioni regionali, bisogna però riconoscere che tale titolo può risultare fuorviante. 
L’idea di organizzare l’allestimento per temi, attribuendo ad ogni sezione un colore identificativo, vorrebbe essere funzionale allo scopo di illustrare i molteplici aspetti connessi alla vita nella regione, ma rischia di generare confusione nel visitatore, che si trova a 'saltare' da un secolo all’altro seguendo la disposizione degli oggetti nella medesima sala e può perciò faticare a crearsi un’immagine complessiva dello sviluppo storico. Se ci si fosse, invece, concentrati sulla problematizzazione delle tematiche culturali e religiose offerte dai reperti locali, e suggerite tra l’altro dallo stesso rescritto (vedi la questione del rapporto tra culto imperiale di stampo pagano e spiritualità cristiana), si sarebbe forse potuto creare un percorso maggiormente coerente che seguisse l’andamento cronologico del materiale esposto.
Ciò detto, la mostra, corredata da un catalogo purtroppo ancora in corso di stampa, costituisce senza dubbio un valido strumento di informazione sull’Umbria tardoantica, oltre che uno stimolo culturale per i turisti, che possono visitare con lo stesso biglietto tutte le bellezze storico-artistiche della cittadina di Spello e venire indirizzati verso altre affascinanti località umbre.

 

Autore/autrice scheda: Michela De Bernardin