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Ritratto di un banchiere del Cinquecento: Bindo Altoviti da Raffaello a Cellini

Firenze, Museo Nazionale del Bargello 2 marzo 2004 - 15 giugno 2004

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I TEMI

La collezione di un banchiere

La mostra riunisce alcuni ritratti del committente, pale d'altare, piatti e articoli da collezione. Le due opere d'arte principali, il ritratto di Bindo realizzato in tela da Raffaello (Washington, National Gallery) e quello in bronzo fuso da Cellini (Boston, Isabella Stewart Gardner Museum) provengono dagli Stati Uniti. Li affiancano in mostra altre opere pure commissionate da Bindo Altoviti, ma rimaste fiorentine, come la Madonna dell'Impannata (Galleria Palatina), paradossalmente sottratta al mercato proprio dalla confisca (1554) attraverso cui Cosimo I acquisì i beni del funzionario pontificio, suo oppositore politico.
L'analisi della committenza del banchiere nelle sue diverse sedi (la cappella e la residenza fiorentina degli Altoviti, il loro palazzo romano a Ripetta e la relativa villa) permette non solo di illustrare le acquisizioni di Bindo (Jacopino del Conte e Giorgio Vasari, ma anche Girolamo da Carpi, il cartone per l'Ebbrezza di Noè donatogli da Michelangelo), ma anche la loro fortuna, ben evidente dall'interesse dimostrato dal Duca di Firenze per gli arredi del Palazzo degli Altoviti e della loro Cappella ai Santi Apostoli.


Una vicenda politica

Un secondo filo conduttore, più spettacolare, contrappone l'influente fuoriuscito fiorentino e il duca Cosimo. La concorrenza tra i due committenti, più implicita nella prima sala, emerge perentoriamente nella seconda attraverso l'accostamento del busto di Cosimo I (1549) e di quello di Bindo (ante 1552), entrambi fusi, cesellati e politi da Benvenuto Cellini. I due busti sovrapporta si fronteggiano; lo sguardo fiero del sovrano, alto e sprezzante nella sua antica collocazione a Portoferraio (da cui meno si coglievano le differenze di rifinitura che lo separano dal suo attuale pendant) assume un ruolo drammatico rivolgendosi all'antagonista repubblicano, assorto dal canto suo in un ritratto alla filosofica.

Lo scultore al museo
Oltre al contributo che l'esposizione offre alla storia cittadina, la pubblicistica relativa a questa mostra sottolinea anche la possibilità di riunire sotto lo stesso tetto una parte preponderante del catalogo di Benvenuto Cellini, un'occasione che senz'altro gli studiosi avranno colto.
Tuttavia, i riferimenti ai pezzi presenti nella collezione del Bargello (non così quelli al territorio, alle provenienze e alla proprietà dei pezzi in mostra) sono impliciti: presso nessuna delle opere di Cellini presenti nel Museo si troveranno richiami o almeno didascalie che sostituiscano quelle vecchie.
La riesumazione più felice ed inaspettata dell'intera mostra fiorentina non proviene dalle collezioni statali, bensì da un esempio di mancata cessione. Si tratta di un medagliere pensile sette-ottocentesco in legno, nel quale gli Altoviti sono andati accumulando ritratti di famiglia fino alla loro estinzione. Le medaglie, per lo più copie seriori in piombo, sono rare e poco note.

L'EVENTO

La mostra organizzata nel museo e per il museo è una forma di evento ben radicata nella tradizione delle gallerie fiorentine, e ha per di più notevole rilievo come modello museografico; né si può trascurare l'interesse di un'esposizione che ha anche l'ambizione di valorizzare (e documentare con inediti) aspetti trascurati dalla divulgazione e ricerche di giovani studiosi.


L'ALLESTIMENTO

Allestire mostre temporanee in un edificio medievale come il palazzo del Bargello di Firenze non può che imporre soluzioni di compromesso. Per la nuova sala espositiva (già del Trecento) l'allestimento della mostra sceglie per giunta di 'schermare' alcune tombe pensili scolpite, che durante la mostra non risultano più visibili. Sul fondale su cui si stagliano le opere, alcune vezzose feritoie aprono giochi di trasparenza.
Non si è insomma rinunciato, pur nella sobrietà generale dell'insieme, ad una certa spettacolarizzazione, le cui prime spie sono un minivestibolo ad ansa ed un forte attenuamento, straniante, dell'illuminazione naturale (fioca, a faretti, sospesa su bassi travetti, quella artificiale crea talora qualche problema di leggibilità). Molto meglio la seconda sala, illuminata dalla porta sul cortile e già da tempo destinata alle mostre per la sua maggiore flessibilità e ampiezza.


Apparati

I pannelli didascalici e le legende, al contrario, risultano sempre concisi, efficaci ed abbordabili (da segnalare in tal senso le delucidazioni iconografiche). Soprattutto, essi non cedono all'invadenza delle grandi personalità artistiche qui rappresentate, mantenendo la loro focalizzazione sul mecenate e sulla sua raccolta.
Anche gli accostamenti che potrebbero risultare fuorvianti per il grande pubblico, come quello tra i due busti bronzei di Cosimo I e di Bindo, sono gestiti con padronanza e tenuti entro i ranghi.

ASPETTI STRATEGICI

Con questa mostra la Soprintendenza per il Polo Museale Fiorentino punta alla rivalutazione del Museo del Bargello - assai meno frequentato degli Uffizi e delle Gallerie dell'Accademia - attraverso due strumenti: l'ampliamento delle sale destinate a eventi temporanei e la scelta di temi che coinvolgano voci artistiche di grande richiamo.
Fa piacere notare che a Firenze sia ancora possibile perseguire simili obiettivi in mostre piccole: la visita della collezione permanente, come in moltissimi musei italiani, è assai meno guidata, ma rimane il tempo di condurla con agio senza che l'esposizione temporanea venga a contrastare con l'insieme o a costituire un inutile doppione.

Autore/autrice scheda: Walter Cupperi