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Mostra

Scavo nello scavo: Etruschi mai visti

Viterbo, Fortezza Giulioli 5 marzo 2004 - 30 settembre 2004

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A Viterbo la Fortezza Giulioli ospita una mostra di materiali etruschi dall'accattivante titolo Scavo nello Scavo: gli Etruschi mai visti. L'intenzione è presentare reperti di scavo fino ad ora non studiati e non esposti, ma riferibili a contesti già noti. Lo "scavo nello scavo" è inteso nel senso di un recupero di materiali di magazzino.

L'esposizione è articolata in tre percorsi: la ricostruzione del tempio dello Scasato di Falerii, la restituzione di alcuni reperti ai loro contesti residenziali e sacrali, e lo studio sociologico di diverse tipologie funerarie.

L' intento è principalmente informativo e didattico, ma la mostra utilizza materiali che, di per sé, possono essere poco attraenti per i non addetti al settore. In tal senso, la piacevolezza dell'allestimento è funzionale ad attrarre l'interesse dei visitatori e punta al coinvolgimento del pubblico.
La musica di sottofondo, la chiusura delle finestre, l'uso di rivestimenti colorati alle pareti, le luci soffuse intendono proiettare il visitatore in un’atmosfera lontana dal presente; l'uso di alcuni modelli ricostruttivi - per l'alzato del tempio dello Scasato o per i contesti funerari - intensificano l’aspetto percettivo e quello emozionale.


Allestimento
Le decorazioni architettoniche dello Scasato di Falerii sono presentate mediante pannelli e fotografie d'epoca. Il tempio è comunemente noto per le decorazioni frontonali a tutto tondo, conservate nel più ampio e famoso museo di Villa Giulia a Roma. La mostra offre l'occasione di arricchire la conoscenza dell'edificio sacro, proponendo una ricomposizione dell'alzato attraverso la ricollocazione delle terrecotte architettoniche lungo le travature del tetto e lungo gli stipiti delle porte. Si tratta però di decorazioni ripetitive, fitomorfe o geometriche, che risultano poco attraenti per un pubblico non specialistico. Una diversa soluzione espositiva è stata adottata per una sima con Teoria di cavalieri, inserita in una vetrina a muro fortemente illuminata da faretti.


Critica
Il primo ambiente risponde a tre diverse esigenze:

  1. accogliere il pubblico, illustrando lo scopo principale dell'intera esposizione,
  2. presentare le terrecotte dello Scasato recuperate dai magazzini, spiegando la storia degli scavi attraverso i pannelli,
  3. illustrare alcuni pezzi più significativi attraverso la loro sistemazione in vetrine illuminate.
L'ambiente di per sé non è molto spazioso, è di passaggio ed immediatamente a ridosso della portineria, cosicché al visitatore meno preparato può sfuggire il concetto di base dell'intero evento. Il programma, d'altra parte, può essere recuperato solo dalla lettura dei pannelli.
Inoltre, la ricostruzione in scala uno a uno dell'alzato domina l'ambiente, forse troppo piccolo, tanto che il frontone potrebbe addirittura (paradossalmente) non essere visto da chi entra. Ad esempio, l'angolo tra facciata e il lato nord non si vede agevolmente, perché schiacciato contro la cabina della biglietteria. Purtroppo proprio in questo punto sono sistemate le uniche due antefisse inserite nella ricostruzione dell'alzato.
Forse sarebbe stato opportuno dare più spazio all'accoglienza, spiegando l'impostazione della mostra e dando, fin dall'entrata, indicazioni sull'organizzazione degli spazi che il visitatore percorrerà. Si sarebbe per esempio potuto riservare l'intero piano terreno per ricevere del pubblico, e usare diversamente gli spazi al primo piano, a loro volta problematici.

Torniamo infine alla sima con Teoria di cavalieri, che è stata sistemata in una teca a muro ed illuminata enfaticamente con l'obiettivo di dare risalto alla figurazione.
La disposizione della sima nella vetrina impedisce di vederne il lato posteriore e di percepirla anche come oggetto tridimensionale. In questo modo la sima è trasformata in un semplice e piatto rilievo decorativo. Ma quest’allestimento, a ben vedere, è in forte contrasto con il criterio di base di questo ambiente, che puntava invece a ricostruire nella sua tridimensionalità e funzionalità il tempio dello Scasato di Falerii.
Per dare enfasi alla decorazione del pezzo e allo stesso tempo per non perderne il significato funzionale, sarebbe stata sufficiente una vetrina tridimensionale, che avrebbe consentito al visitatore di girare attorno all'oggetto vedendolo da tutti i lati. Un accenno di ricostruzione architettonica sarebbe stato utile e avrebbe consentito al visitatore di avere un'idea del complesso sistema di travature dei tetti.




Allestimento

Nel primo ambiente sono state allestite terrecotte architettoniche di scavo provenienti da contesti sacrali o residenziali dell'Etruria Meridionale. Gli oggetti esposti sono riferibili a fasi costruttive di VI e V secolo, e sono presentati in vetrine disposte lungo le pareti. I reperti sono assemblati in base al contesto di provenienza, così da creare, lungo le pareti, piccole sezioni provviste di pannelli (Veio, scavi nell'acropoli di Piazza d'Armi; Cerveteri, scavi Mengarelli; Tarquinia, Romanelli; Vulci, Poggio del Favaro, scavi Ricci; Narce, scavi Mengarelli dell'insediamento di Pizzo Piede). Ogni oggetto è provvisto di un cartellino, essenziale e facilmente leggibile.

Critica

Non sono tematizzati i criteri di organizzazione dei contesti di scavo; inoltre la disposizione dei pezzi nelle vetrine non sempre segue un chiaro ordine cronologico. I pannelli forniscono numerose informazioni sui contesti di rinvenimento ed anche sulla storia degli scavi. Tuttavia la disposizione non chiaramente ordinata dei reperti rende difficoltosa la lettura dei pannelli corrispondenti. Mancano spazi in cui sia facilitata la concentrazione e l'apprendimento da parte del visitatore.



Allestimento
Questa seconda sezione del primo piano mira a ricostruire diverse tipologie funerarie, dal IX al IV secolo a.C. Utilizza materiali di magazzino oppure reperti ristudiati per integrare corredo e contesto. Sono proposte diverse tipologie di sepoltura: da quelle del periodo cinerario villanoviano, alla sepoltura aristocratica di età orientalizzante, fino alle tombe a camera dell'Etruria meridionale.
La sezione è articolata in piccole zone, ciascuna dedicata alla ricostruzione di un contesto funerario (Vulci, necropoli di Poggio Mengarelli, tomba ad incinerazione del IX secolo a.C.; Narce, tomba ad incinerazione entro custodia litica; Cerveteri, Cava della Pozzolana, tomba LXX, tomba a inumazione; Veio, Quattro Fontanili, tomba AA1 dell’ultimo quarto dell'VIII secolo a.C., ad incinerazione in pozzo con loculo; etc.). Ogni tomba è ricostruita nella sua interezza, con gli oggetti del corredo esposti nelle vetrine e con pannelli che propongono ricostruzioni grafiche e mappe.
L'intento di queste ricostruzioni è offrire al visitatore informazioni sulla condizione sociale dell'individuo sepolto, presentando la tomba come fonte di informazione per la conoscenza della struttura e del funzionamento della società etrusca.

Critica

La soluzione espositiva qui adottata è più efficace rispetto all'ambiente precedente, poiché sono utilizzate anche vetrine tridimensionali, che consentono una visione degli oggetti su più lati.
I tramezzi sono disposti in modo da creare piccole zone attorno a ciascun complesso. Quest’articolazione dello spazio offre un duplice vantaggio: dal punto di vista della fruizione consente al visitatore una maggior concentrazione sui pannelli informativi, provvisti di mappe, piante e descrizioni storiche. Inoltre, dal punto di vista dell'esperienza della visita, consente anche di farsi un'idea dell'originaria dimensione degli spazi funerari, creando zone di isolamento e di raccoglimento visivo.


SEZIONE 2: IL CONTESTO UNITARIO DELLA TOMBA BRUSCHI


Merita particolare risalto il nuovo allestimento della Tomba Bruschi, uno dei complessi più completi e ben conservati della pittura funeraria etrusca, qui restituito unendo le decorazioni ai sarcofagi in pietra. Gli affreschi sono stati eccezionalmente presentati al pubblico dopo un imponente intervento di restauro e di ricomposizione dell'originario programma. Sono illustrate teorie di personaggi, demoni e scene rituali. I personaggi sono rappresentati nelle loro vesti cerimoniali con gli attributi del potere e sono sempre accompagnati da iscrizioni. Al contesto della camera funeraria appartenevano anche due pilastri dipinti con demoni alati.


Allestimento

La pianta della stanza riproduce quella della camera sepolcrale; la copertura con veli risulta poco comprensibile. Alle pareti sono stati appesi i pannelli dipinti, lungo lo zoccolo corre un pannello esplicativo delle figure e delle iscrizioni. Tra le pareti e lo spettatore è ricavato uno spazio in cui sono stati disposti i sarcofagi in nenfro. I pannelli offrono spiegazioni chiare e puntuali: le iscrizioni sono correttamente integrate e accompagnate da traduzioni, le identificazioni tra i personaggi dei sarcofagi e quelli delle pitture sono state chiaramente indicate; la storia “moderna” della riscoperta, del degrado e del ripristino dell’apparato decorativo è riferita con sintesi ed efficacia.

Critica

In generale, l’allestimento della camera nelle sue dimensioni reali e la raccolta delle diverse categorie di materiali (sarcofagi, pitture, pilastri, elementi del corredo) rispondono efficacemente al desiderio di “ricostruzione” che anima tutto l’evento. Tuttavia, alcune scelte di allestimento avrebbero dovuto essere maggiormente discusse: la copertura con il velo, l’illuminazione, forse troppo intensa, e soprattutto la disposizione della tomba rispetto alle aree di passaggio.
Il tentativo di ricostruzione della camera sepolcrale meritava maggior cura anche nella ricerca di un isolamento spaziale e acustico. Uno dei binari lungo i quali corre la modellazione della mostra, infatti, è proprio la conduzione dell’osservatore in un’atmosfera “altra” attraverso la musica, la chiusura delle finestre e le pareti colorate. In sintonia con quest’intenzione, dunque, sarebbe stata emotivamente più accattivante una separazione più netta tra la Tomba Bruschi ed il fluire del percorso espositivo.
La sala con la Tomba Bruschi si trova al termine del percorso didattico, e in un crescendo di rappresentatività dei reperti costituisce, per così dire, il culmine della prima parte della mostra. In apertura erano stati presentati materiali decorativi e architettonici recuperati dai magazzini, poi sono stati ricostruiti alcuni piccoli complessi funerari: a questo punto del percorso la ricostruzione dell’intera camera è posta come trapasso tra la prima e la seconda parte. Il tema del restauro e della proposizione di un contesto finalmente unitario, infatti, anticipano gli svolgimenti successivi, basati sul collezionismo e il recupero dei beni trafugati.



Allestimento

La prima stanza presenta materiali etruschi e protostorici, ma anche rinascimentali e precolombiani, provenienti dalla collezione di Eugene Berman, pittore e scenografo di fama (lasciata allo Stato Italiano nel 1976). L’allestimento tenta di ricostruire l’atmosfera sognante e romantica della casa-museo del collezionista, usando foto d'epoca e arredi originali.
La veste modernizzante adottata nell’esposizione degli oggetti contrasta però fortemente con l’atmosfera ovattata della collezione Berman. Meglio sarebbe stato se fossero stati disposti piccoli ambienti di compensazione, nel passaggio tra situazioni così diverse.

Critica

La stanza dedicata a Berman ha un suo fascino e una sua piacevolezza, ma non è abbastanza valorizzata a causa della sua collocazione lungo un percorso poco meditativo. Una sistemazione più appartata, che creasse una sorta di pausa di meditazione nell’itinerario espositivo, una maggior documentazione degli interessi e degli studi del collezionista, invece, avrebbero permesso, anche qui, di arricchire la mostra.


SEZIONE 3:ALTRI RECUPERI

L'ambiente successivo della terza sezione presenta pochi reperti recuperati da recenti indagini dell’Arma dei Carabinieri. L’ambiente è rivestito di pannelli neri o blu elettrico; gli oggetti disposti su sostegni cubici; alle pareti sono appese foto di escavatrici in azione e di alcuni momenti del rinvenimento dei beni trafugati.
L’intenzione è encomiabile, ma qui risulta poco motivata, data la penuria di materiali esplicativi e anche, in fin dei conti, di reperti. Sarebbe forse stato possibile ampliare questa parte tracciando una più originale prospettiva storica.




La mostra si propone al pubblico come “grande evento” per lo spazio che ha ricevuto non solo nella stampa a diffusione locale, ma anche nei quotidiani nazionali.
Come tutti i grandi eventi che si rispettino, ha avuto il suo sito internet (www.scavonelloscavo.it) , pensato innanzitutto come uno sportello informativo sugli orari e sui mezzi di trasporto, sui pacchetti offerta e sui prodotti eno-gastronomici, sui gadgets in vendita nel bookshop e sugli enti organizzatori.
La sezione divulgativa del sito dichiarata la volontà di riscoprire i depositi attraverso reperti ricontestualizzati grazie alla ripresa degli studi. La presentazione della mostra riflette l’articolazione in due sezioni, la prima dedicata ai materiali di scavo, la seconda invece ai reperti fuori contesto, cioè alla collezione Berman e ai recuperi dell’Arma.
Lo stesso ragionamento vale in definitiva per l’uso delle nuove tecnologie. L’interattività e la dinamicità dichiarate dalla presentazione non sono presenti in mostra, se per esse si intende la possibilità di interagire con touch screens o con supporti informativi multimediali.
La sola multimedialità che si incontra è la musica ripetitiva e ossessionante che insegue il visitatore in ogni angolo dell’esposizione e alcuni immagini di un filmato proiettate a ciclo continuo contro una parete.
Il sito regala una sequenza impressionante di immagini a colori, che lasciano immaginare una visita in ambienti suggestivi, ricchi di decorazioni reali e virtuali. Ma le immagini disponibili online non si possono ingrandire, cosicché l’ingenuo visitatore non si accorge che le immagini virtuali sono proiettate sui muri della stessa stanza. Le immagini e l’articolazione del sito danno l’impressione che, alla fine, la mostra sia più ricca e più ampia di quanto in realtà non sia.
Insomma, un’amara delusione. Non mancava però, alla fine, l’allestimento dei “prodotti eno-gastronomici”, che proponeva lenticchie e cereali della zona, secondo la buona tradizione del rilancio dell’economia locale e con la connivenza della Soprintendenza.


UN'APPENDICE MANCATA: IL MUSEO ARCHEOLOGICO

Non segnalato dal sito e non evidenziato in loco, a fianco di Palazzo Giulioli si trova il Museo Archeologico di Viterbo. Il museo, allestito nella storica e poderosa Rocca Albornoz del 1354, presenta importanti contesti dell'Etruria meridionale di età arcaica e di età romana.

Al piano terreno è ricostruito in scala al vero il santuario di Acquarossa, un contesto sacrale di età arcaica che ha svolto un ruolo centrale nella conoscenza delle strutture architettoniche non funerarie dell'arcaismo etrusco.
L'iniziativa della mostra sarebbe stata ottima per rilanciare il museo. I due allestimenti sono molto vicini, ma l'uno è pressoché deserto nonostante presenti reperti di primo rango e offra apparati informativi chiari e ben organizzati. Tanto più che un rimando al contesto di Acquarossa sarebbe stato particolarmente efficace nella sezione della Mostra che propone la ricostruzione di analoghi contesti sacrali dell'Etruria meridionale (Sezione 1: i contesti sacrali e residenziali). Un'occasione perduta per creare un interessante gioco di rimandi tra mostra e museo, che avrebbe ridato notorietà e slancio ad una istituzione molto ben gestita ma, purtroppo, trascurata dal pubblico.

Autore/autrice scheda: Denise La Monica