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Mostra

De Nittis, impressionista italiano

Roma, Chiostro di Santa Maria della Pace (Chiostro del Bramante) 13 novembre 2004 - 27 febbraio 2005

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«È proprio necessaria un’altra rassegna su questo artista?». La risposta è «no» o, meglio, non lo è un’esposizione come questa, che risulta poco utile sia dal punto di vista scientifico (e un’occhiata al catalogo ne dà conferma), sia da quello didattico (la produzione di De Nittis non viene inquadrata storicamente e il visitatore è impossibilitato a farsi un’idea chiara del percorso artistico del pittore). Quali dunque le ragioni di una mostra di questo genere? Vediamo che motivazioni adducono i promotori, dopodiché proveremo a fare qualche ipotesi.

 

Ideatore e patrono della manifestazione è Mario Baccini, già sottosegretario agli Esteri ed attuale ministro della Funzione Pubblica, nonché fondatore e presidente di uno degli enti promotori della mostra, la Fondazione Foedus, che si candida con essa a «diventare un punto di riferimento per la diffusione e valorizzazione dell’arte italiana dell’Ottocento e del Novecento». Le finalità della fondazione, illustrate dal ministro in apertura di catalogo, riguardano sia la promozione dell’«italianità» (che va trasformata da «fattore di simpatia in garanzia di affidabilità») sia una sempre maggiore interazione «tra cultura, impresa e solidarietà», intendendosi con cultura non solo un «mezzo per contribuire alla crescita etica e civile della collettività, ma anche [uno] strumento di crescita economica e di prestigio per l'Italia»).
Targato Foedus è il curatore della mostra Renato Miracco, a detta del quale l’esposizione rappresenta un’occasione per chiarire diversi aspetti dell’arte di De Nittis; un’occasione perduta, in realtà, dato che la rassegna non sembra aver altro scopo storico-artistico che quello di celebrare il barlettano come uno dei massimi artisti dell’Ottocento italiano, se non addirittura europeo... Questa impostazione, che, peraltro, si sposa benissimo con l’esaltazione dell’«italianità» cui tende la Fondazione Foedus, non convince.

 

Pur riconoscendo che De Nittis fu un grande artista, e che alcune delle sue opere sono autentici capolavori, l’operazione che mira a farne un pilastro della pittura europea del secondo Ottocento deve essere rigettata. Si guardi l’artista nella sua elegante casa parigina, nell’Autoritratto di Barletta: questo fu in fondo De Nittis, un pittore straordinariamente dotato ed ambizioso, che inseguì e raggiunse il successo assecondando le mode del momento, dedicandosi ora a ritrarre le corse dei cavalli, ora ad impreziosire di rimandi giapponesi le sue tele.

 

Quanto agli altri enti promotori, il Dart-Chiostro del Bramante intende con questa mostra ribadire la sua natura di centro espositivo dedicato soprattutto all’arte dell’Otto e Novecento, mentre il Comune di Barletta ritiene l’esposizione un’ottima opportunità per reclamizzare la località pugliese e uno dei suoi gioielli, la pinacoteca «Giuseppe De Nittis», che raccoglie le opere dell’artista lasciate alla città di Barletta dalla vedova Léontine.

 

Ci si può chiedere dunque perché si è scelto proprio De Nittis per questa esposizione. Per due motivi, in sostanza: la facilità con cui si possono reperire le sue opere – da collezioni private e soprattutto dal museo-serbatoio di Barletta (da cui provengono ben settanta dipinti) – e il suo essere più o meno ‘impressionista’, parola magica che assicura un massiccio concorso di popolo.

 

UNA VISITA ALL’ESPOSIZIONE

 

Introduzione

 

Ad accogliere il pubblico è una saletta introduttiva, alle cui pareti sono appesi pannelli in italiano ed inglese che riportano dettagliate note biografiche e le «ragioni della mostra». Opportunamente, dunque, si sceglie di dichiarare da subito al visitatore per quale motivo e con quali scopi si è messa in piedi l’esposizione che egli sta per vedere: peccato che tali ragioni non emergano quasi per nulla da quanto è scritto in quei pannelli.

 

Il punto su cui fare luce – a quanto sembra l’unico, secondo i promotori della mostra – è quello dei rapporti fra De Nittis e l’impressionismo. Si sottolinea come sia rischioso etichettare il pittore semplicemente come “impressionista”, perché « l’impressionismo è una corrente tipicamente francese che negli altri paesi, come l’Italia, ha avuto valenze e ripercussioni totalmente diverse». Si affibbia però all’artista, nel titolo della mostra e nel saggio di Miracco, la qualifica di “Impressionista Italiano”, che viene speso come contenitore generico di esperienze artistiche diverse.

De Nittis dove lo metto?

 

I dipinti sono esposti secondo una suddivisione tematica, cui si è ricorso per offrire, secondo i curatori, «una semplice lettura didattica». La finalità «didattica» è però totalmente disattesa e l’adozione dell’ordinamento tematico si rivela come uno dei più grandi limiti dell’esposizione: non solo infatti non è consentito allo spettatore di farsi un’idea dell’evoluzione dello ‘stile’ di De Nittis (cosa che una disposizione in ordine cronologico delle opere avrebbe agevolmente assicurato), ma la stessa ripartizione tematica di fatto non è rispettata, impedendo al visitatore di apprezzare perlomeno i diversi modi in cui l’artista ha affrontato uno stesso genere nel corso della sua carriera.
Sorprendentemente, sia nel catalogo (nel saggio del curatore e nella presentazione delle opere), che nel dépliant della mostra, le nove sezioni tematiche vengono invece descritte seguendo un ordine cronologico.

 

Dalla Puglia a Parigi

 

I paesaggi sono i protagonisti delle prime due sezioni della mostra: accanto alle giovanili vedute ‘fotografiche’, eseguite tra la Puglia e Napoli, sono esposti dipinti più tardi, caratterizzati da una pennellata libera e completamente diversa.
Poco o nulla si capisce della formazione di De Nittis: si parla nei pannelli della scuola di Resina, dei Macchiaioli, dello sforzo del giovane pittore «di misurarsi con le vedute di Filippo Palizzi degli anni quaranta e cinquanta»; ma nessun dipinto di movimenti o artisti in voga alla metà dell’Ottocento, coi quali De Nittis può essersi confrontato, è proposto, nemmeno in fotografia.
Questa scelta (di non esporre mai, in mostre monografiche, opere che non siano di mano dell’artista cui l’esposizione è dedicata) è purtroppo prassi molto diffusa; ma almeno in una delle recenti rassegne denittisiane (De Nittis, a Léontine, Verona 2004) si è cercato di contestualizzare la visione della donna dell’artista pugliese, affiancando a sue opere dipinti di Boldini, Zandomeneghi e altri.

 

Poco chiaro, inoltre, il ‘salto’ dalle prime dettagliate e solari vedute ai paesaggi che immediatamente le seguono, tempeste marine e campi agitati dal vento; motivazioni, modi e tempi di questa trasformazione restano piuttosto misteriosi e il visitatore, nella quasi totale mancanza di datazioni delle opere, rischia di cogliere tale contrasto come l’adozione di un ‘doppio registro’.

 

Seguono quindi un ambiente che raccoglie dipinti di piccole dimensioni (il criterio tematico è dunque abbandonato in favore di quello del formato), e la terza sezione (L’elegante società nel turbinio di ogni ora), che riunisce alcune delle più affascinanti ‘scene di genere’ dipinte da De Nittis negli anni parigini.

 

Da esse si passa alla sezione dedicata alla produzione grafica del pittore, ricca di disegni e, soprattutto, di incisioni straordinariamente interessanti; purtroppo non si dà nessuna spiegazione di termini tecnici, come «acquaforte», «monotipo», che possono essere sconosciuti al visitatore.

 

Il primo piano, ovvero: un po’ di tutto

 

Dopo essere stati deliziati, e messi decisamente di buonumore, dal filmato che conclude il percorso espositivo al pian terreno in un’atmosfera da film noir (memorabile il suono dei passi del curatore, mentre attraversa le sale semibuie, per andarsi poi a piazzare davanti, sic!, alle opere) si sale al primo piano, dove con grande sorpresa si incontrano le vedute del Vesuvio dei primi anni Settanta, immediatamente seguite dalle più tarde opere parigine influenzate dal japonisme. Quindi di nuovo un bel salto di parecchi anni, stavolta all’indietro: solo a questo punto, infatti, incontriamo la vera star della mostra, la bella veduta de La strada da Napoli a Brindisi, del 1872.

 

Come viene ripetutamente sottolineato, è stato grazie all’impegno della Fondazione Foedus che il dipinto, sino ad ora conosciuto solo attraverso foto in bianco e nero e con il titolo errato di La strada da Brindisi a Barletta, è provvisoriamente rientrato in Europa da Indianapolis, dove è oggi conservato. L’importante prestito rappresenta con ogni probabilità l’evento attorno al quale (o se si vuole, con il pretesto del quale) l’esposizione è stata costruita.

 

La sezione successiva riunisce i dipinti dedicati da De Nittis alle due capitali in tumultuosa trasformazione in cui egli soggiornò, Parigi e Londra; pure qui, confronti (anche solo fotografici) con opere di pittori impressionisti di identico soggetto (ad esempio, le vedute londinesi di Monet) mancano del tutto.
Si passa quindi al gruppo di dipinti accomunati dal tema del viaggio; vi si trovano, dispersi in mezzo agli altri quadri, alcuni dei capolavori più celebri dell’artista di Barletta, quali Passa il treno e La traversata degli Appennini.
Una bacheca presenta, inoltre, alcune lettere autografe del pittore, corredate di trascrizioni; l’idea è interessante, ma i documenti esposti non vengono affatto inquadrati storicamente, non si spiega per quale motivo li si è voluti esibire, né perché proprio in questo punto del percorso espositivo.

 

Chiude l’esposizione una ricca selezione di dipinti che hanno per soggetto la figura femminile: ad essere ritratta è il più delle volte la moglie del pittore Léontine.

 

CONSIDERAZIONI SULLA PRESENTAZIONE DELLE OPERE

 

L’allestimento semplice ed efficace, curato da Mirella Panepinto, si segnala come l’aspetto più positivo dell’esposizione. Lo spettatore può ‘consolarsi’ del fatto che l’impianto della mostra e la disposizione dei dipinti non gli permettono di farsi un’idea chiara di De Nittis e del suo percorso artistico, ammirando nel migliore dei modi le tante e belle opere esposte. In questo senso, come momento di godimento estetico, alieno da finalità scientifiche o didattiche, la mostra ‘funziona’.

 

Si è fatto ampio uso di schermi che fasciano completamente le pareti: i colori prescelti sono il bianco; un raffinato rosso, molto appropriato, per la grande sala dedicata alle raffigurazioni della vita mondana; un riposante verde per molti degli ambienti del primo piano.

 

Se da un lato si è così nascosta l’architettura rinascimentale delle sale (che d’altra parte per niente avrebbe potuto ‘dialogare’ con la pittura di De Nittis), dall’altro la scelta ha giovato alla chiara ed elegante presentazione delle opere, sia quando si tratta di pannelli bianchi (come nelle prime sale) o colorati. L’unico, e calzante, ‘acuto’ è rappresentato dal pannello dorato che fa da sfondo all’orientaleggiante Ondina.

 

Le opere sono sempre opportunamente distanziate le une dalle altre, e sono poste all’altezza corretta. Buone le luci, sia quando si ha un’illuminazione diffusa (nei primi ambienti), sia quando i pezzi emergono dalla penombra grazie a una luce puntata (che dà talora qualche problema); le condizioni di visibilità sono discrete anche in presenza di vetri protettivi.

 

Merita un accenno lo stato di conservazione dei quadri: in diversi casi essi sono in pessime condizioni, con pericolose crettature che oltretutto pregiudicano una visione ravvicinata dell’opera. Sarebbe stato bello realizzare una campagna di restauri prima dell’esposizione.

 

LA COMUNICAZIONE PRIMA, DURANTE E DOPO LA MOSTRA
Prima (tanta)

 

L’esposizione è stata molto pubblicizzata, ma sostanzialmente solo nella città di Roma. D’altra parte, la tematica impressionista e l’utilizzo di uno spazio espositivo collaudato e conosciuto come il Chiostro del Bramante assicurano alla rassegna un’ottima affluenza di romani e di turisti.

 

Durante (tantissima)

 

Particolarmente ricca e diversificata la comunicazione in mostra: ai cartellini coi titoli delle opere e i dati tecnici, semplici e chiari, ma carenti di data, si affiancano in qualche caso pannelli in italiano e inglese, riservati all’approfondimento di singole opere.
Sono previsti anche pannelli intesi a presentare le diverse sezioni, quasi sempre molto lunghi e prolissi, ed altri, di dimensioni ridotte, che riportano brani tratti dai taccuini di De Nittis. Soltanto alcune pagine, fra quelle scelte, sono tuttavia veramente interessanti o utili alla comprensione della sua arte.
Inoltre, come nel caso delle lettere esposte nella sezione sul viaggio o, più in generale, in sintonia con il modo di presentare i dipinti, nessuna introduzione o inquadramento si accompagna a questi documenti.

 

Dopo (pochina…)

 

Integra le informazioni fornite lungo il percorso espositivo il catalogo della mostra, che non sembra rappresentare, però, un apprezzabile progresso degli studi su De Nittis e risulta nel complesso deludente, specialmente per quanto riguarda le schede sulle opere esposte.
Alle schede (che normalmente dovrebbero essere il ‘cuore’ del catalogo) non sono riservate che sedici pagine in un volume che ne ha più di duecentocinquanta: molto brevi, spesso esse trascrivono semplicemente il cartellino che accompagna l’opera in mostra.

 

Autore/autrice scheda: Fabrizio Federici