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Nicola da Guardiagrele, orafo tra Medioevo e Rinascimento. Le opere, i restauri

Roma, Museo di Santa Maria Maggiore 28 ottobre 2008 - 8 dicembre 2008

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L’esposizione, di cui è previsto il progressivo trasferimento in diverse sedi, intende valorizzare e rendere accessibile al pubblico la poco nota figura dell’orafo abruzzese Nicola da Guardiagrele, al quale viene per la prima volta dedicata una mostra monografica.
L’occasione consente di riunire le più prestigiose opere firmate dall’artista e altri oggetti liturgici usciti probabilmente dalla sua bottega, conservati spesso in sagrestie di edifici ecclesiastici situati in luoghi difficilmente raggiungibili ed interessati da recenti interventi di restauro. Viene inoltre esposta per la prima volta la figura dolente della Vergine (recuperata nel settembre 2008), formella della croce processionale della chiesa di Santa Maria Maggiore a Guardiagrele, smembrata in seguito al furto del 1979 e della quale erano stati rinvenuti dei frammenti fra il 1980 e il 1982.
La parabola artistica di Nicola è ricostruita a partire dalle opere più antiche, stilisticamente vicine alla tradizione orafa sulmonese, sino ai manufatti del periodo della maturità, fra i quali spicca il notevole antependium della Cattedrale teramana, eccezionalmente concesso in prestito. Esso è ricchissimo di citazioni delle figurazioni ghibertiane della Porta Nord del Battistero fiorentino, riscontrabili anche nelle croci di Guardiagrele, L’Aquila e Roma, a testimonianza di una situazione di geografia culturale singolare, che rivela un’incidenza precoce dell’opera di Lorenzo Ghiberti su scultori e orafi abruzzesi.
Il limitato gruppo di pezzi di oreficeria esposti, fra cui croci e custodie eucaristiche, avrebbe forse potuto essere accompagnato da una adeguata contestualizzazione dell’opera del guardiese, resa ancor più necessaria dalla specificità del panorama artistico abruzzese, che si presenta assai composito e che tendenzialmente non esorbita da risonanze regionali. Se questo ed altri aspetti (il problema dell’attività scultorea dell’artista, attestata sul piano documentario e con incertezza  ricostruita per evidenza stilistica; la discussa paternità degli smalti delle sue opere, che rimanda al tema della congiuntura fra pittura e oreficeria e del legame con la cultura gotica nordica e l’ambito gentilesco) non sono molto indagati in sede espositiva per la difficoltà di movimentazione di statue e affreschi, essi sono affrontati nel catalogo, dotato di un apparato illustrativo completo.
Per quanto riguarda l’allestimento della sede romana dell’esposizione (il poco noto museo della Basilica Liberiana), si segnala positivamente l’iniziale sezione didattica sulle tecniche dello sbalzo e dello smalto; tra gli aspetti meno soddisfacenti rientrano la relazione tra i pur accurati pannelli esplicativi e gli oggetti, che si vorrebbe più stretta, e la collocazione ad un’altezza troppo modesta di alcuni pezzi.
La mostra determina una situazione privilegiata e difficilmente ripetibile di fruizione e godibilità delle opere, offrendo agli studiosi e agli specialisti la possibilità di analizzare una vicenda artistica circoscritta, e pure di grande interesse; tuttavia sono fonte di qualche perplessità l’assenza di un corredo informativo più completo, capace di restituire la temperatura culturale dell’area abruzzese dell’epoca, e la scelta di centrare l’esposizione sulle sole opere dell’artista o della sua bottega.

Autore/autrice scheda: Daniele Giorgi