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Mostra

Gli Este a Ferrara / 2

Ferrara, Castello Estense 14 marzo 2004 - 13 giugno 2004

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La mostra gli Este a Ferrara si presenta come un "grande evento", capace di attrarre folle di visitatori per una somma irresistibile di attrattive: la riconsegna del castello alla cittadinanza, la collazione di numerosi pezzi delle raccolte cinquecentesche estensi, attualmente disseminati in diversi musei, la singolare ricomposizione del camerino del Duca Alfonso tramite il recupero delle lastre marmoree di Antonio Lombardo. Un evento culturale a vasto raggio, dunque, che si caratterizza per la disponibilità ad affrontare settori molto impegnativi, dall'architettura all'urbanistica, dal collezionismo contemporaneo alla passione antiquaria.


Quest'apertura alla tematizzazione di settori ben circoscrivibili - il castello, la collezione, un contesto - permette di valicare i limiti che talvolta impongono le tradizionali metodologie di studio, costrette dallo specialismo. Si è voluto puntare sull'enfatizzazione della famiglia estense come fattore unificante e protagonista delle committenze.


La corte è il soggetto della triplice mostra, e gli oggetti esposti, dal castello ai quadri, alle medaglie, costituiscono la manifestazione tangibile e direttamente percepibile di una fase storica e culturale.
 
PRIMA MOSTRA: PIANO TERRA

La mostra è organizzata in tre blocchi. Il primo intende celebrare la riconsegna del castello alla cittadinanza, avvenuta grazie ad una campagna di restauro, fortemente voluta dalle amministrazioni locali (Provincia e Regione) e miracolosamente terminata due anni prima del previsto.


La prima parte del percorso si snoda negli ambienti di carattere funzionale del pian terreno e dei sotterranei, ed intende presentare al visitatore la storia del castello, nelle sue trasformazioni architettoniche e strutturali e nei rapporti con il tessuto urbanistico e con lo spazio rurale.

 


Allestimento
Lo spettatore trova in questa prima parte un'ampia serie di pannelli esplicativi, che forniscono il quadro storico di riferimento, presentano i vari personaggi della famiglia, restituiscono l'evoluzione del castello con un ricco apparato illustrativo. La ricostruzione degli alzati, le riproduzioni dei progetti degli architetti estensi, il plastico, mirano a restituire anche filologicamente la storia delle trasformazioni del castello.


Critica

L'apparato esplicativo dunque non manca ma la disposizione lo rende inutilizzabile: i pannelli sono disposti l'uno di seguito all'altro e diventano illeggibili per l'incalzare del pubblico.Le pareti disadorne e gli ampi spazi di questi ambienti avrebbero potuto accogliere il pubblico in modo forse più prosaico e meno suggestivo, ma almeno più funzionale ad assolvere la finalità di questa prima parte che, se ben intesa, dovrebbe essere eminentemente introduttiva e didattica.


Allora al visitatore non rimane che ammirare gli spazi completamente vuoti delle robuste pareti, intravedendo da lontano qualche figura dei pannelli. L'immaginazione e la fantasia, la corsa dell'occhio tra murature interne e paesaggio cittadino, sostituiscono la storia e i dati dei puntuali apparati esplicativi. Non resta che immaginare la storia del castello, integrandola con qualche pianta, intravista da lontano.

 
 
PRIMA MOSTRA: PRIMO PIANO


Allestimento
 

Saliti al piano superiore, il percorso continua nel segno dell'esaltazione del castello, allo stesso tempo soggetto della mostra e contenitore dell'esposizione della seconda parte. Al piano nobile, le pitture dei soffitti marcano il salto di livello e il mutamento di funzionalità.

 

Per aiutare il visitatore a vedere bene le pitture si è deciso allora di introdurre nel percorso enormi e ingombranti specchi, talvolta disposti di traverso o in mezzo alle stanze.

 


Critica

Questa scelta espositiva merita di essere discussa ed è a mio avviso criticabile sia dal punto di vista scientifico sia dal punto di vista della fruizione dell'esposizione e della percezione del pubblico.


La volontà di restituire il castello alla cittadinanza deve corrispondere al rispetto delle architetture e dell'indissolubile rapporto tra il palazzo e la sua decorazione. L'uso degli specchi spezza e violenta l'armonia dell'insieme e stacca prepotentemente le immagini pittoriche dal loro supporto originario. E' un movimento nettamente contrario a quello attuato nell'ultima parte del percorso, dove si è voluto "ricostruire" un ambiente, tramite la riunione delle decorazioni architettoniche in uno spazio unitario. Qui il contesto c'era, ma è stato violentato in modo prepotente: il visitatore non può fare a meno di vedere gli specchi da Luna Park. Nessuno più solleva la testa, tutti passano, specchiandosi e sistemandosi le vesti, come in un grande supermercato. Solo un bambino, ancora, alza lo sguardo a quelle starne figure sul soffitto e ai satiri della Loggia. Dal punto di vista percettivo, il processo di immedesimazione nel passato che il visitatore aveva lentamente intrapreso si scontra qui con una nota dissonante, che lo riporta violentemente al presente interrompendo il difficile recupero di una sensibilità per spazi, colori e immagini non più consueti.

 
 
SECONDA MOSTRA

Il secondo blocco è "Un Rinascimento singolare. La corte degli Este a Ferrara" e intende proporre un'immagine ricca e complessa del fasto della corte attraverso testimonianze materiali differenziate, dalla quadreria, alla biblioteca, dai documenti dell'archivio agli oggetti suntuari, dalle medaglie celebrative ai busti, compreso il bellissimo di Beatrice d'Este, opera di Gian Cristoforo Romano.


Allestimento
Sono esposte in questa parte opere di altissimo livello artistico a fianco di testimonianze documentarie della vita di corte con l'encomiabile intenzione di restituire un complesso storico unitario e sfaccettato.


Le medaglie celebrative permettono di seguire il percorso prosopografico; i documenti della corte rimandano agli accadimenti storici; le decorazioni personali alludono alla dimensione privata dei membri della corte. La presenza raffinata e aggraziata delle donne della famiglia si percepisce negli oggetti da toeletta, nei gioielli, nei busti e nei quadri che le rappresentano.


Il concetto di fondo integra la dimensione pubblica e privata e usa proficuamente una vasta gamma di oggetti, validi non più solo come "monumenti", ma anche come documenti storici.

Critica

Quest'intenzione, di per sé encomiabile per la volontà di restituire il concetto della "storicità" in un appuntamento da grande pubblico, risulta però difficilmente percepibile a causa di un allestimento, ancora una volta, infelice.


Una sequenza di ambienti del castello è stata "riempita" con cabine effimere color arancio, che falsano ancora una volta l'architettura e stipano la folla di visitatori in contenitori impossibili. Questo "corridoio cabinato" impedisce di vedere i muri del palazzo e il fregio pittorico, che solo si intravede al di sopra della scatola arancione in cui ci si trova. Concettualmente ancora una volta non si capisce la funzione del palazzo: la mostra dovrebbe celebrare non solo gli oggetti della collezione, ma anche il palazzo. Perché, ancora una volta negarlo e fargli violenza con la rimodellazione dall'interno degli spazi reali? Dunque quale occasione migliore se non questa per cercare di ricreare un rapporto, anche solo evocativo, tra gli oggetti, i muri, le volte dipinte e le viste sulla città che si aprono dai finestroni? Invece no, lo spazio del Castello diventa il campo di autorappresentazione del potere dell'architetto.

 

Tanto più che le cabine non solo sono storicamente e metodologicamente inaccettabili, ma sono anche improponibili dal punto di vista della fruibilità dell'esposizione. Gli spazi sono troppo ristretti per una manifestazione pubblica e gli oggetti sono anche allestiti in modo, a mio modesto parere, rischioso, perché talvolta ingombrano e ostacolano il passaggio dei visitatori. Lo spazio manca, il visitatore soffoca e non ha pazienza di leggere le didascalie degli oggettini esposti nelle vetrine. Lo spessore storico si perde.

 

Altro spazio discutibile: la galleria con le pitture. Quadri di notevoli dimensioni e di illustri mani si trovano l'uno a fianco all'altro, lungo un ristretto corridoio, da cui è impossibile vederli da una giusta distanza. Ancora una volta l'allestimento manipola la struttura architettonica, e qui danneggia anche gli oggetti che non possono essere correttamente visti.

 

Il tanto celebrato Ritratto di Laura Dianti di Tiziano è giustapposto ad altre opere di primo rango; il criterio utilizzato per l'organizzazione della quadreria è quello, datato e poco utile, delle personalità artistiche. Era forse il criterio più immediato, la soluzione più semplice, ma non corrisponde all'intento di ricostruzione storica che anima l'intera esposizione. Forse una maggior discussione sulla scelta dei criteri di raccolta e presentazione delle tele sarebbe stata opportuna.


Lo studiolo sul giardino del duca, un ambiente intimo e ancora affascinante per la sua riservatezza, poteva essere presentato in modo migliore. Soprattutto anche qui si deve criticare una scelta museografica: un pannello rettangolare a mezza altezza corre nel minuto ambiente proprio dalla parte della parete con pitture, impedendo di vederle nella loro interezza e ancora una volta spezzando l'incanto della stanza.
 
 
TERZA MOSTRA

Allestimento 

Arriviamo così al camerino di alabastro, il terzo blocco che propone uno sguardo ravvicinato ad una particolarmente felice collaborazione tra Antonio Lombardo e il committente. Sappiamo infatti che il Lombardo, carico delle immagini delle statue di Roma e fresco degli entusiasmi antiquari, realizzò nel secondo decennio del Cinquecento, una serie di rilievi all'antica per la decorazione dello studiolo del Duca.

Cambia l'oggetto della ricostruzione, non più la corte, ma un preciso contesto spaziale e cronologico, e cambia anche la metodologia ricostruttiva. Ma questo trapasso non è sufficientemente dichiarato al visitatore, che è ancora una volta spiazzato.

Nel primo blocco era stato perseguita la ricostruzione di una complesso architettonico, nel secondo invece era stata presentata la corte estense secondo un andamento cronologico, con una continua oscillazione tra dimensione pubblica e privata. La quadreria intendeva rimandare alla committenza artistica, senza affrontare la questione degli allestimenti storici e dell'uso dei quadri, percepiti dunque solo come "monumenti metastorici". Nel terzo blocco un'altra metamorfosi concettuale: la ricostruzione di un contesto, la puntualizzazione di un episodio storico-artistico.

 Critica

Un unico spazioso ambiente di un candore abbagliante, separato tra un tramezzo, propone due aspetti. Nel primo spazio una serie di opere di Antonio Lombardo e della sua bottega vengono mese a diretto contatto con statue antiche, con l'intento di indicarne la fonte d'ispirazione. A ben vedere l'influsso dell'arte antica è poco presente nella mostra, mentre da quest'unico tentativo e dalla presenza delle medaglie, sparse in vari punti dell'allestimento, poteva forse essere approfondito o interessantemente sviluppato l'influsso dell'antiquaria sulle committenze, e il ruolo degli exempla virorum illiustrium sugli atteggiamenti dei membri della corte e sulle loro scelte politiche.

L'allestimento dei rilevi del camerino però, ancora una volta è deludente, soprattutto per il nitore accecante che domina lo spazio dell'allestimento. Forse l'associazione con elementi pittorici, magari con riproduzioni anche a stampa delle pitture, avrebbe aiutato il visitatore, alla fine, ad avere un'immagine più veridica della realtà storica.

Autore/autrice scheda: Denise La Monica