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Louise Bourgeois per Capodimonte

Napoli, Museo di Capodimonte 18 ottobre 2008 - 25 gennaio 2009

Cell. The Last Climb
Cell. The Last Climb

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Lasciamo fuori dal parco di Capodimonte questi interrogativi, e gustiamo la visita entro uno dei più bei complessi collezionistici della Vecchia Europa, appositamente scelto dalla Bourgeois come sede di lavoro: disseminate tra le sale, le opere dell'artista franco-americana dialogano con gli antichi maestri. Nessuna sineddoche alla maniera di Claudio Parmiggiani, sia chiaro: ad eccezione di Cell. The Last Climb 2008, ideata espressamente per la sala di Luca Giordano, l'accoppiata con le opere classiche giunge a posteriori, suggellando un rapporto di somiglianza formale (The Blind leading the Blind, 1947-1949, accanto a La Parabola dei Ciechi di P. Bruegel il Vecchio, 1568) o di corrispondenza iconografica (madri rosa e feti dolcissimi tra Natività e Madonne di pieno Rinascimento), piuttosto che una riflessione meta-artistica.

Il fatto che l’immenso Maman (1999) venga esposto nel celebre salone blu degli arazzi d'Avalos suggella un fondamentale dato biografico: l'apprendistato alla sapienza manuale condotto accanto alla madre, restauratrice di arazzi, ha infatti influenzato profondamente la produzione dell'artista, spesso alle prese con pupazzi e volti cuciti (ad es. The Woven Child, 2002, diari di pezza (Ode à l'Oubli, 2004), abiti appesi (Peaux de lapin, Chiffons Ferrailles à vendre, 2006). Particolarmente efficace l'inserzione nella farnesiana “Galleria delle cose rare”: tra coppe di diaspro e rosari d'ambra rossa, una zoppina fiorita, ricordo della sorella claudicante, consacra la possibilità di rinascere dalle ferite, e di farlo preziosamente (Topiary IV or The Art Of Improving Nature, 2005).

L'operazione, oltre a liberare l'artista dall'etichetta femminista dovuta alla facile fama dei suoi falli giganteschi, comporta un encomiabile risvolto didattico: i visitatori reagiscono incuriositi e vengono sorpresi a discutere – finalmente – sulle opere vecchie e nuove.

A Napoli, dove i colossi archeologici invidiati da tutto il mondo convivono con nuovi spazi espositivi riservati all’arte contemporanea, si respira aria internazionale: operazioni come questa, benché non nuove – i visitatori europei non mancheranno di collegarla ad analoghe esposizioni recentemente proposte, ad esempio, dal Louvre – assumono nel particolare contesto italiano, così fortemente ‘classico’, il valore di valvola di superamento delle cesure cronologiche all’interno della storia dell’arte. Ne va inoltre vantata l’autografia tutta napoletana: la prima operazione del genere risale al 1978, quando Raffaello Causa e Lucio Amelio esposero i lavori di Burri accanto alle tele di Caravaggio. Che poi all’interno della serie qualche operazione sia riuscita o piaciuta più di altre, non credo debba intaccare il valore estetico-educativo più ampio di un impegno sicuramente ‘culturale’.

Autore/autrice scheda: Valeria Genovese