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Galleria

Sala della sezione dedicata al secondo futurismo. Tre opere di Renato Di Bosso, da sinistra a destra: Paracadutista in caduta, 1935; Paracadutista in caduta, 1934; Pilota stratosferico, 1938
Sala dedicata al design futurista e ai progetti nel campo delle arti applicate e della vetrata in particolare. A sinistra si riconosce la Scultura-lampadario a elica rotante, realizzata nel 1929 dalla manifattura Baldi su probabile disegno di G. Balla
Sala dedicata ai rapporti tra Futurismo e scultura. Da sinistra a destra: U. Boccioni, Forme uniche della continuita' nello spazio, 1913; G. Balla, Forze di paesaggio estivo, 1917; G. Balla, Complesso plastico colorato di frastuono + velocita', 1914
La sala dedicata all'aeropittura. Da sinistra a destra: G. Dottori, "Aurora sul golfo". 1935; in fondo, E. Prampolini, "Metamorfosi cosmica", 1935; T. Crali, "Vite orizzontale", 1938; Tato, "Diavolerie di eliche", 1936
Il bookshop alla fine del percorso espositivo
Sala del Divisionismo italiano. Da sinistra a destra: G. Cominetti, I conquistatori del sole, 1907 (part.); G. Previati, Maternita', 1890-91
F. Depero, tre costumi di scena per "Le Chant du rossignol" (replica moderna), 1916, allestimento della mostra
Sala dedicata a "Le due anime di Marinetti". Da sinistra a destra: R. Zatkova', Marinetti soleil, 1920; F. Depero, Marinetti temporale patriottico - ritratto psicologico, 1924; Farfa, Ritratto geografico di Marinetti, 1923
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Mostra

Futurismo 1909-2009. Velocita' + arte + azione

Milano, Palazzo Reale 6 febbraio 2009 - 7 giugno 2009

Il manifesto della mostra, che reca riprodotto
Il manifesto della mostra, che reca riprodotto "Elasticita'" di U. Boccioni, del 1912 (olio su tela, 100 x 100 cm, Milano, Civiche Raccolte d'Arte, Museo del Novecento)

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Milano, patria d’elezione della vicenda creativa del Futurismo, è forse la città che in Italia si è maggiormente impegnata nella creazione di un cartellone di eventi, manifestazioni e mostre il più ricco possibile nell’occasione del centenario della fondazione del movimento, il cui manifesto, redatto, come è noto, da Filippo Tommaso Marinetti, risale appunto al 1909.
Di tutto questo bouquet, il fiore più bello, quello più importante e più attentamente seguito e curato è la grande mostra in corso fino a giugno a Palazzo Reale, Futurismo 1909-2009. Velocità + arte + azione.

Il senso globale di questa esposizione si può riassumere in questi termini: chiarezza, completezza, prudenza e qualità.
Innanzitutto la prudenza: il taglio è incentrato esclusivamente sull’Italia, evitando cautamente di affrontare l’autentico ginepraio rappresentato dai rapporti internazionali del futurismo, quelli con altri movimenti di avanguardia europei.
Certo, il rischio è quello del campanilismo, del rifiuto di considerare alcuni dati incontrovertibili, quali ad esempio il rapporto col Cubismo, o le ascendenze di derivazione tardo-ottocentesca di marca simbolista o comunque decadente (penso ad esempio al ruolo di Rodin per Boccioni scultore, basti vedere l’Homme qui marche), ma bisogna comunque riconoscere un grande equilibrio nel giudizio critico che sta alla base del progetto, tale da stornare questa nefasta eventualità.
Uno sguardo tutto italiano, quindi, anche riguardo al tema dell’eredità del Futurismo; e qui la cautela si è espressa al massimo, anche perché le scelte condotte nell’ambito della produzione artistica nazionale degli ultimi sessant’anni sono state rigorosissime, al punto da coinvolgere soltanto Balestrini e il gruppo di Poesia visiva, Burri, Fontana, Dorazio, Schifano (quest’ultimo, forse, il richiamo più immediato, per il suo Futurismo rivisitato), senza toccare ad esempio l’ambito difficile della video-art e soprattutto dell’arte degli happening e delle installazioni (anche se non è forse uno dei dettami del Futurismo quello di porre lo spettatore al centro dell’opera?). Pure qui, una selezione solo nell’ambito nazionale può essere considerata riduttiva; tuttavia, in caso contrario, si sarebbe contravvenuto a un dettame di base di questa mostra, l’italianità: in buona sostanza, meglio così, si è rispettata una certa coerenza.

Altro tema è quello della completezza, dato distintivo di questa mostra nel suo complesso, e giocato sul doppio binario dello sviluppo storico e delle declinazioni geografiche: la mostra parte col Divisionismo italiano e con Medardo Rosso (riconosciuti maestri degli artisti futuristi, tutti o quasi, del resto, dediti a una pittura divisionista prima della svolta del 1909-10), considera gli esordi di tutti gli artisti principali del movimento (dal simbolismo di Russolo al divisionismo di Boccioni), esamina tutta la vicenda futurista dagli esordi fino all’arte meccanica, aeropittorica e polimaterica degli anni Venti e Trenta, passando per l’analisi approfondita degli anni Dieci, anni di grande diffusione del movimento che arriva a coinvolgere, per periodi più o meno brevi, anche artisti come Sironi, Soffici e Dudreville, per chiudersi poi sull’arte del secondo dopoguerra.
Tutto questo raccontato da circa 400 pezzi, tra dipinti, disegni, sculture, oggetti di design, fotografie, bozzetti e ricostruzioni teatrali, tavole parolibere e altro ancora: una completezza anche numerica, tesa a ricostruire in sequenza tutta l’ampia gamma di ambiti espressivi in cui il Futurismo ha manifestato il proprio impulso creativo, dai disegni architettonici di Sant’Elia e Chiattone fino agli intonarumori di Russolo e a tutta la teoria musicale, passando per l’oggettistica creata sulla scia del Manifesto per la ricostruzione futurista dell’universo del ’15, redatto da Balla e Depero, e non adeguatamente valorizzato in mostra quale fondamentale momento di passaggio nella cronologia del movimento.

In tutta questa congerie di opere, spicca per suggestione la ricostruzione della scenografia per Feu d’artifice di Stravinskij, realizzata da Balla per la messinscena del 1917 al Teatro alla Scala.
Di completezza non si può d’altro canto sempre parlare per le selezioni di opere dei singoli artisti: Carrà ad esempio, eccezion fatta per quel capolavoro assoluto che è il Cavaliere rosso del 1912, paga le spese di una scelta di opere ridotta (Ritmi di oggetti, ad esempio, è rimasto a Brera) e francamente quasi mai di qualità, soprattutto per quanto riguarda una serie di disegni, assolutamente trascurabili ai fini della mostra. Le opere che documentano l’esordio futurista del maestro non annoverano alcun capolavoro (non dico I funerali dell’anarchico Galli, ma per lo meno Ciò che mi ha detto il tram poteva giungere da Rovereto), se si esclude (ma solo in parte) la raffigurazione della Stazione di Milano.
E’ chiaro che, in una sala con i migliori Russolo degli anni 1910-11 (da Profumo fino a I lampi) e la prima versione del trittico de Gli stati d’animo di Boccioni, il povero Carrà ne esce trascurato.
Inoltre non si capisce perché, se un’opera che segna il superamento del Futurismo come il Ritratto della signora Busoni di Boccioni può essere presente in mostra, altrettanto non si può fare per accennare ai successivi sviluppi di Carrà e Severini.

Insomma, ne emerge che l’artista meglio valorizzato sembra essere Boccioni, sennonché anche lui registra qualche manchevolezza: forse non basta Forme uniche della continuità nello spazio, accompagnata da alcuni bozzetti e studi dell’artista sul movimento e dall’esposizione di testi come Scultura Futurista. Boccioni del 1914, a cura di Roberto Longhi, per documentare con completezza l’importanza dell’attività e del pensiero del maestro nell’ambito della produzione plastica, del resto così bene indagate nella mostra Boccioni pittore scultore futurista allestita due anni fa nella stessa sede.
Se l’unico polimaterico superstite, Dinamismo di cavallo in corsa + casamenti del 1912, è rimasto a Venezia per una mostra forse non indispensabile nel quadro delle celebrazioni futuriste, e Antigrazioso continua a stupire il pubblico nelle sale delle Scuderie del Quirinale, Sviluppo di una bottiglia nello spazio, di cui una versione è nelle collezioni del Museo del Novecento di Milano, poteva benissimo comparire, a definire meglio il quadro della scultura futurista, per il quale un’opera anche interessante come il polimaterico Complesso plastico colorato di frastuono + velocità di Balla (1914) può fare ben poco.

La chiarezza, terza chiave di lettura, caratterizza gli esaurienti, ma non prolissi, pannelli informativi che scandiscono l’ingresso in ognuna delle circa quindici sezioni in cui è suddiviso il percorso espositivo, curati con competenza e senza troppo annoiare il lettore, nel tentativo di spiegare con efficacia anche quei concetti di più difficile comprensione come il dinamismo plastico.
Anche l’allestimento però è determinante per la chiarezza complessiva di un’esposizione: in questo caso  esso risulta molto curato, e le sale sono quasi sempre ampie, anche se alcune, soprattutto nella seconda parte della mostra (secondo Futurismo ed eredità) si rivelano troppo piccole per accogliere un numero (prevedibilmente) elevato di visitatori. I pannelli che fanno da sfondo alle opere, giocati quasi sempre su colori neutri o su tinte quali l’amaranto, non disturbano l’osservazione dei pezzi, e nell’unico caso di colore forte, il rosso della seconda sezione, dedicata a Martinetti, l’impiego di una tinta di questo tipo è pienamente giustificato dall’argomento, e ben si accorda con le tavolozze accese dei dipinti e dei collage esposti, valorizzandoli.
L'unico, vero caso di penalizzazione riguarda un’opera di Boccioni, un capolavoro del calibro della  Donna al caffè, compromessa da un’illuminazione pessima, che fa emergere soltanto la grana spessa dei nodi della tela di supporto, inficiando parecchio la lettura dell’immagine.

L'allestimento nel complesso ben congegnato valorizza l’altissima qualità generale dei pezzi esposti. Tranne rari casi, di cui si è in parte già detto (si pensi a Carrà, ma ci si può anche interrogare sulla qualità della scultura di Regina Cassolo esposta in un angolo della sala dedicata alle opere, di ben altra levatura, del Prampolini polimaterico), l’aspetto è davvero quello di una carrellata di capolavori, dalle sculture di Medardo Rosso e da Maternità di Previati fino alla bella versione di Futurismo rivisitato di Schifano.
Una qualità favorita da un dato importante che non bisogna trascurare: la mostra è l’occasione per esporre, tirate a lustro, tutte le più importanti opere della collezione del Museo del Novecento, ancora (per poco?) inesistente, che possiede la raccolta più ricca al mondo di opere futuriste, con un nutritissimo corpus di opere di Boccioni: pezzi unici come la sua Elasticità, o Espansione x velocità (Velocità d’automobile) di Balla provengono dalle raccolte milanesi e, attraverso opportune integrazioni con prestiti provenienti da altre importanti istituzioni museali italiane e straniere (si pensi alle Mani del violinista di Balla, dalla Estorick Collection di Londra, alle opere di Russolo o al Ritratto di Madame M.S. di Severini dal Mart di Rovereto, oppure ancora alle opere divisioniste di Boccioni, Il romanzo di una cucitrice dalla Collezione Barilla di Parma e Tre donne dalla Collezione di Intesa Sanpaolo, e a Il seduttore di velocità di Prampolini dal parigino Musée d’art moderne de la Ville de Paris) e da molte collezioni private, restituiscono pienamente un panorama dell’arte futurista e della sua eredità di altissimo livello qualitativo.
Un’occasione imperdibile, quindi, non soltanto per ripercorrere in profondità e con grande completezza una vicenda fondamentale nell’arte italiana ed europea del XX secolo, ma anche, e questo sicuramente non è sfuggito agli stessi ideatori e organizzatori della mostra, per pregustare alcuni assoluti pezzi forti del (si spera) prossimo Museo del Novecento di Milano.

 

Autore/autrice scheda: Francesco Guzzetti