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Galleria

La "Costanza Bonarelli" svetta tra la folla dei visitatori
I pannelli che introducono al secondo ambiente
Il pubblico si aggira tra effigi papali e cardinalizie
Il magnifico "Ritratto di giovane" di Simon Vouet da Arles si rivolge allo spettatore sulla soglia del secondo ambiente
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Mostra

I marmi vivi. Bernini e la nascita del ritratto barocco

Firenze, Museo Nazionale del Bargello 3 aprile 2009 - 12 luglio 2009

Alcuni degli imponenti busti esposti; in alto a destra si intravede la volta barocca posticcia (seconda sala)
Alcuni degli imponenti busti esposti; in alto a destra si intravede la volta barocca posticcia (seconda sala)

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La mostra propone una panoramica della ritrattistica scultorea di età barocca variegata e sempre di altissimo livello, e soprattutto ricca di presenze per nulla scontate. Da un lato, infatti, si attinge a collezioni private e a sedi museali secondarie (Arles, Amburgo, Bordeaux, Indianapolis, York); dall'altro, si rafforza il legame tra l'esposizione e la città (che rimase sostanzialmente estranea alla storia narrata in mostra) facendo affluire opere da collezioni fiorentine: oltre alla padrona di casa Costanza Bonarelli, si contano lavori provenienti dalle raccolte degli Uffizi, della Galleria Palatina, del Museo Horne, di Casa Buonarroti, della famiglia Corsini.

Nel primo dei due ambienti in cui si articola la rassegna vengono presentati gli esordi di Gian Lorenzo Bernini nella ritrattistica e il suo progressivo avvicinamento alla poetica del 'ritratto parlante'; accanto a quella del maestro emerge la personalità del collaboratore e poi nemico Giuliano Finelli. A voler trovare il pelo nell'uovo, non sarebbe stata sgradita la presenza liminare di uno o due busti di fine Cinquecento o dei primi del Seicento che mostrassero allo spettatore la fissità in cui si era cristallizzato il ritratto di ascendenza rinascimentale, dalla quale Gian Lorenzo si emancipò prepotentemente; tuttavia si capisce come i problemi di spazio, su cui ci si soffermerà tra poco, debbano aver fatto cadere questa opzione, se mai fu presa in esame. Nella seconda sala si focalizza l'attenzione sull'interpretazione che del 'ritratto parlante' diedero Bernini ed altri autori; la prospettiva si fa europea, visto che compaiono lavori di sommi stranieri che passarono da Roma, quali Rubens, Van Dyck, Velazquez.

La rassegna ha il raro pregio di risultare affascinante e utile sia per gli specialisti che per il 'grande pubblico': ai primi, il nutrito contingente di pezzi che presentano problemi attributivi o, in misura minore, legati all'identità dei personaggi raffigurati fornisce ampia materia di discussione e confronto; il secondo è appagato dall'emozionante qualità delle opere e dalla chiarezza dei pannelli informativi e dei cartellini che le accompagnano. Lo sviluppo del linguaggio berniniano bene emerge dal percorso, così come il confronto tra il maestro e i suoi contemporanei, a cominciare da Finelli, che la mostra giustamente mette in risalto e del quale il visitatore può cogliere lo straordinario virtuosismo e il modo di trattare la 'pelle' del marmo, affatto diverso da quello di Gian Lorenzo. Nell'attesa di un'auspicabile rassegna che esamini nel suo complesso il contributo recato alla storia della scultura dai tanti carraresi attivi a Roma (oltre a Finelli, Andrea Bolgi, Domenico Guidi, etc.).

La scultura fa la parte del leone, ma non mancano opportuni confronti con la pittura: uno per tutti, quello tra due vertici come il busto di Virginio Cesarini dei Capitolini e il ritratto di Van Dyck dall'Ermitage, che si suppone rappresenti lo stesso Cesarini. E in più punti si sente ancora l'eco della recente mostra barberiniana su "Bernini pittore".

In contrasto con la magniloquenza - e, in diversi casi, con il solenne ingombro - dei pezzi esposti, i due ambienti che ospitano la rassegna sono minuscoli. Ciò comporta una disposizione troppo serrata delle opere e, nel caso di un ingente afflusso di visitatori, una notevole difficoltà a muoversi attraverso le sale, ad ammirare le opere alla giusta distanza e a cogliere le corrispondenze e i confronti suggeriti. La claustrofobia degli ambienti è aumentata dai pannelli damascati che si elevano lungo le pareti e dai controsoffitti vagamente barocchi che pendono dall'alto: eliminando i pannelli si sarebbe guadagnato un pochino di spazio, ma si è preferito non sbarazzarsi di questa attrezzeria che si suppone evocativa. Problemi presenta l'illuminazione con faretti dei pezzi: premesso che la luce naturale - non ci stanchiamo di ripeterlo! - resta la migliore condizione in cui ammirare opere scultoree, ai 'marmi vivi' i faretti tirano alcuni brutti scherzi, ora facendo gli occhi neri ad un pontefice, ora lasciando in ombra piccole, ma fastidiose porzioni di altri busti.

Autore/autrice scheda: Fabrizio Federici