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Galleria

Sala 1 - Le molte lingue della scultura del Seicento
Sala 3 - I maestri del Settecento
Sezione dedicata ai tessuti - Madonna vestita (parrocchiale di Agliano)
Sala 5 - Gli arredi d'altare
Sala 2 - La bottega degli Enaten
Sala 1 - Scultore lombardo di inizio XVI secolo, Santa Caterina d'Alessandria - dalla parrocchiale di 
Nizza Monferrato; a fianco, riproduzione del contratto ottocentesco che descrive interventi di restauro.
Michele Enaten, Altare del Carmine, 1646. Villanova d'Asti, chiesa di San Pietro (riproduzione 
fotografica)
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Mostra

Il teatro del sacro. Scultura lignea del Sei e Settecento nell'Astigiano

Asti, Palazzo Mazzetti 18 aprile 2009 - 18 ottobre 2009 (prorogata al 23 maggio 2010)

Copertina del catalogo della mostra
Copertina del catalogo della mostra

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Al visitatore che arriva ad Asti in treno o in automobile non possono sfuggire le decine di metri quadri di cartelloni pubblicitari dedicati alla mostra, esempio di quanta cura - e quanto denaro - si destini al marketing e alla promozione turistica di un evento di questo genere. Fortunatamente, almeno in questo caso, non a scapito della qualità dell’occasione espositiva nel suo complesso.

La sede della mostra, su cui val la pena di spendere qualche parola, è il settecentesco palazzo Mazzetti, situato sull’antico decumano romano di via Alfieri: l’esposizione si snoda attraverso alcune sale del pianterreno, appena restaurato, mentre nei prossimi mesi è prevista la riapertura, ai piani superiori, del Museo del Risorgimento e della Pinacoteca Civica, inaccessibili da anni. L’operazione è stata possibile grazie ai fondi della Cassa di Risparmio di Asti, proprietaria del palazzo e principale promotrice della mostra.

Questa si apre in modo intelligente 'dribblando' gabbie cronologiche e stilistiche: la chiave di lettura privilegiata è quella della storia del patrimonio artistico, la visione delle opere calate nella loro quotidiana funzionalità di oggetti, preziosi non solo per il loro valore estetico, ma soprattutto per il loro uso, connesso a pratiche liturgiche, devozionali e gusto popolare. La fortuna/sfortuna della scultura lignea dipinta si legge letteralmente sull’epidermide delle opere, a cominciare dal pezzo posto in apertura, la Santa Caterina d’Alessandria proveniente dalla parrocchiale di Sant’Ippolito a Nizza Monferrato. I restauri eseguiti in occasione della mostra hanno portato in luce i diversi strati di ridipinture, a testimonianza dei numerosi aggiornamenti stilistici, spesso legati a pratiche devozionali, alle ritualità festive od alla semplice usura. Parallelamente, gli scavi archivistici hanno ripescato una serie di contratti ottocenteschi, veri e propri progetti dettagliati per il restauro dell’opera in questione: in essi si descrivono attentamente i colori da utilizzare, ma anche modificazioni iconografiche (aggiunte di attributi della santa, ad esempio) e ridimensionamenti strutturali di alcune parti anatomiche ritenute “sproporzionate”.

Secondo, ma comunque fondamentale, elemento per la lettura del percorso è la forte caratterizzazione geografica, territoriale, scelta per l’esposizione, i cui pezzi provengono dall’astigiano o al più dalle immediate adiacenze; scelta obbligata per una mostra dal taglio storico-patrimoniale come questa. Si è scelto così di portare un buon numero di opere, restaurate per l’occasione, ad illustrare con una certa chiarezza il dipanarsi del percorso della scultura lignea astigiana fra sei e settecento: la sala dedicata al XVII secolo mette in evidenza la molteplicità di stili che in questo bacino territoriale vengono a fondersi e a riassumersi nell’operato di alcune botteghe familiari operanti sul territorio, i fiamminghi Enaten su tutti. Il loro operato è documentato in Piemonte almeno dai primi anni del XVII secolo: cifre stilistiche lombarde, nordiche, liguri sono ben ravvisabili nel San Secondo, proveniente dalla collegiata astigiana omonima (opera attribuita a Michele Enaten, 1645-50), nella Madonna di Isola d’Asti (dello stesso autore, datata al 1630 circa), soprattutto nel San Rocco proveniente dalla confraternita astigiana intitolata al santo, opera di Bartolomeo Enaten (datata 1657), uno dei pezzi migliori della mostra. Nella sala dedicata alla scultura del XVIII secolo prevalgono invece le linee d’influenza lombarde e torinesi, con le opere di Carlo Giuseppe Plura, tra cui segnalo il Cristo alla Colonna dalla confraternita di San Rocco (1720 circa); Ignazio Perucca, di cui val la pena ricordare l’originale San Bartolomeo per la confraternita della Santissima Trinità (1760); Giovanni Battista Bonzanigo, con l’elaborata Educazione della Vergine visibile nella chiesa di San Paolo, sempre ad Asti (1720-30). Questa ed altre opere sono proposte nell'ambito di appendici della mostra dislocate nelle principali chiese astigiane, da cui, per vari motivi, non è stato possibile traslare le sculture all’interno del percorso espositivo.

Le ultime tre sale sono dedicate a tipologie di opere troppo spesso tralasciate anche da chi si occupa di storia dell’arte: si tratta di casse processionali, statue vestite, arredi sacri. Importante il peso conferito a questa parte di percorso espositivo, scelta davvero azzeccata vista la natura della mostra: ancora una volta l’attenzione dell’osservatore viene portata alla varietà tipologica e di destinazione dei manufatti artistici, ma anche alla versatilità e all’abilità tecnica degli intagliatori, capaci di progettare ed eseguire intere mostre d’altare, sculture a tutto tondo, candelabri, macchine processionali, paliotti e reliquiari.

Un ultima parola va spesa riguardo alcune particolarità dell’allestimento: per ricondurre le opere alla spazialità propria del loro contesto originale i pezzi sono stati affiancati o addossati a gigantografie degli altari su cui solitamente si possono vedere; una sorta di fotomontaggio realizzato con le opere stesse, dal risultato abbastanza convincente.

In definitiva, una mostra piccola, compatta, dal percorso comprensibile, attenta ad una lettura dei fatti storico-artistici dal versante patrimoniale degli oggetti; certo, non ci troviamo di fronte ad un Jacopo della Quercia, o meglio, ad un Salzillo, ma in alcuni casi la qualità delle opere può sorprendere.

Qualche critica: manca un confronto (anche solo fotografico) tra le opere esposte ed i referenti stilistici a cui si rifanno, cosa che avrebbe messo in chiaro le influenze denunciate nei pannelli (forse non abbastanza) didattici. Questi sono troppo pochi, poche parole vengono spese sui singoli pezzi, e mai tradotte in altre lingue. Certo, a confronto della laconicità di altre mostre più celebrate, la mancanza è comunque accettabile. Infine, lo spazio espositivo è un po’ angusto: l’illuminazione naturale talvolta crea dei fastidiosi controluce che non permettono di vedere bene le opere; è poi un peccato che le sale dedicate ai tessuti (dove si poteva portare qualche pezzo in più) e all’arredo siano confinate al fondo della mostra, e che quest’ultima sezione sia nettamente staccata dal percorso: bisogna attraversare alcune stanze vuote per raggiungerla.

Un post-scriptum lo merita il catalogo, che in appendice ospita un utilissimo censimento delle sculture lignee nel territorio dell’astigiano, corredato di brevi schede descrittive, strumento utilissimo agli storici dell’arte.

 

Autore/autrice scheda: Orso Maria Piavento