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R. Mapplethorpe, Cedric, 1977, stampa in gelatina di argento, New York, Robert Mapplethorpe Foundation
R. Mapplethorpe, Lisa Lyon, 1981, stampa in gelatina di argento, New York, Robert Mapplethorpe Foundation
R. Mapplethorpe, Lisa Marie, 1987, stampa in gelatina di argento, New York, Robert Mapplethorpe Foundation
R. Mapplethorpe, Lisa Lyon, 1981, stampa in gelatina di argento, New York, Robert Mapplethorpe Foundation
R. Mapplethorpe, Tulips, 1987, stampa in gelatina di argento, New York, Robert Mapplethorpe Foundation
R. Mapplethorpe, Ajitto, 1981, stampa in gelatina di argento, New York, Robert Mapplethorpe Foundation
R. Mapplethorpe, Orchid, 1988, stampa in gelatina di argento, New York, Robert Mapplethorpe Foundation
R. Mapplethorpe, Thomas, 1987, stampa in gelatina di argento, New York, Robert Mapplethorpe Foundation
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Mostra

Robert Mapplethorpe. La perfezione nella forma

Firenze, Galleria dell'Accademia 26 maggio 2009 - 27 settembre 2009 (prorogata al 10 gennaio 2010)

R. Mapplethorpe, Phillip Prioleau, 1982, stampa in gelatina di argento, New York, Robert Mapplethorpe Foundation.
R. Mapplethorpe, Phillip Prioleau, 1982, stampa in gelatina di argento, New York, Robert Mapplethorpe Foundation.

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Il fotografo scultore. “Se fossi nato cento o duecento anni fa, avrei potuto fare lo scultore, ma la fotografia è il modo moderno di interpretare quest'arte”. La sfida di Mapplethorpe era scolpire col solo obiettivo, tornire i corpi dei modelli con la sola purezza della luce: nudi di afro-americani che sembrano fusi nel bronzo, nudi di donne culturiste che paiono scavati nel marmo. L'ossessione dell'artista per la bellezza assoluta, di ascendenza chiaramente classica, è declinata sempre in un bianco e nero morbido e perfetto.

Tra eros e poesia. Diceva Roland Barthes che labile è il confine tra pornografia ed erotismo. E Mapplethorpe, che esordì con una serie di ritratti sadomaso (non documentati in questa mostra), seppe varcare con estrema eleganza quella sottile barriera. In principio era la voce della banalità,  che ostenta una nudità che acceca ma non emoziona. Poi si levò il trepidante canto dell'inconsueto (“cerco un nuovo modo di osservare le cose”) che fece della poetica del frammento la sua sposa. Un ventre di donna in leggera torsione, un collo maschile abbandonato all'indietro, un'epidermide tesa e lucida di cui riusciamo ad assaporare perfino la trama: bastano inquadrature in primo e primissimo piano di questo tipo per suscitare il desiderio di possesso di ciò che rimane liricamente fuori campo. E niente è più sensuale di un'orchidea che divarica delicatamente i suoi petali, di un mazzo di fragili iris che si offrono placidamente allo sguardo.

La bellezza della geometria. Che si tratti di nudi o di composizioni floreali – i temi preferiti dall'artista – la ricerca di Mapplethorpe è sempre protesa al raggiungimento della massima perfezione formale. Nessuna istantanea: il processo creativo nasce sempre all'interno dello studio fotografico. Ogni posa è meticolosamente costruita, l'illuminazione attentamente calibrata, la composizione ricalca schemi geometrici di rigoroso equilibrio. “La mia opera si basa sull'ordine...sono felice quando riesco a geometrizzare perfino la luce”. La mostra, che si propone di indagare quest'ossessione formalista, presenta una selezione di fotografie decisamente significativa. Peccato che i due o tre disegni rinascimentali portati come termine di confronto suonino più come sgarbate intrusioni, che come stimoli per una fondata riflessione sui diversi modi di ricercare la bellezza in epoche distanti tra di loro.

Lo spettatore ha diritto di chiudere gli occhi! Per riuscire ad apprezzare una fotografia, bisogna poter chiudere gli occhi davanti ad essa e lasciare che l'immagine si riplasmi silenziosamente nella coscienza dello spettatore. L'allestimento di quattro delle cinque sezioni della mostra in alcune salette appartate (con pareti scure ed illuminazione diffusa) consente pienamente questa lettura intimista. Disseminare, invece, le fotografie della prima sezione fra il turbinio di turisti che affollano ad ogni ora la Tribuna del David ed il corridoio dei Prigioni vuol dire di fatto farle scomparire tra il vociare della gente: farle morire. È comprensibile l'intento dei curatori di far dialogare le forme scultoree immortalate dall'obiettivo di Robert con quelle scavate nella pietra dal suo 'mentore' Michelangelo: forse però il confronto avrebbe funzionato meglio se proposto come pura suggestione evocata già di per sé dalla scelta della sede espositiva.

Raccogliendo i pezzi del puzzle. Occasione straordinaria in Italia per lasciarsi affascinare dall'opera di questo grande artista, la mostra merita proprio di essere vista. E andrebbe comprato anche il catalogo, che contiene ottime riproduzioni di tutti i pezzi esposti e un apparato critico ricco e ben fatto.

Autore/autrice scheda: Clara Paschini