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Galleria

Veduta di uno degli ambienti
Fregio con Gigantomachia rinvenuto durante gli scavi per l'apertura della strada
Veduta di una delle sale; nella vetrina esempi di ceramica arcaica rinvenuti nei pozzi della Velia
La vetrina che raccoglie splendidi frammenti di affreschi e stucchi colorati, recuperati nel corso degli scavi
Fotografie e acquerelli si alternano a testimoniare il progresso delle demolizioni
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Mostra

Via dell'Impero. Nascita di una strada

Roma, Musei Capitolini (Palazzo Caffarelli) 23 luglio 2009 - 20 settembre 2009

Pezzi antichi si affiancano alla documentazione degli sventramenti
Pezzi antichi si affiancano alla documentazione degli sventramenti

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Sarà per l’aria condizionata letteralmente agghiacciante che mal predispone alla visita; o per il fatto che la mostra costituisce la prosecuzione di un progetto già avviato e manca quindi di quell’‘effetto sorpresa’ che accompagnava L’invenzione dei Fori; ma la rassegna funziona nel complesso meno bene del primo episodio. Certo, il materiale presentato è anche questa volta molto ricco ed interessante, sia per quanto riguarda i reperti archeologici sia, soprattutto, per la documentazione pittorica e fotografica che ci ha serbato memoria degli sventramenti (e che in qualche caso trascende il puro valore documentario per assumerne anche uno artistico). Si tratta in massima parte di materiali inediti e di per sé poco ‘parlanti’ (penso soprattutto ai frammenti di sculture e affreschi), che solo se contestualizzati all’interno di un fenomeno storico, come avviene in mostra, possono parlare ad un pubblico più ampio della cerchia degli specialisti.

I reperti dunque parlano: bisogna però vedere se i visitatori sono in grado di ascoltarli, o se vengono messi in condizione di farlo. In questo senso, si poteva sicuramente compiere qualche sforzo in più: non tutti infatti hanno visto la mostra da cui questa prende le mosse, né tutti hanno una chiara idea della topografia del centro di Roma, tanto più se considerata nel suo divenire storico (il discorso vale innanzitutto per i tanti turisti che affollano i Capitolini nei mesi estivi, ma tra gli stessi romani non sono molti quelli che sono a conoscenza di questi temi). C’è insomma il rischio che per un’ampia fetta di pubblico l’esposizione si risolva in una teoria di carriole, operai in posa, muri diroccati. Per evitare questo si sarebbero potute esporre numerose cartine, che aiutassero a collocare nello spazio le aree e gli edifici riprodotti nelle fotografie e negli acquerelli, e affiancare ad alcune delle foto storiche immagini degli stessi luoghi realizzate oggi, ad agevolare la localizzazione ed a rendere più tangibile il cambiamento. Restando sul piano della comunicazione, si sarebbe potuta spendere qualche parola sul destino dei manufatti più sensazionali rinvenuti negli scavi (che fine ha fatto, ad esempio, lo scheletro di mammut immortalato in alcune fotografie e in un acquerello di Maria Barosso?); oppure specificare che, se il giardino di Villa Rivaldi fu spazzato via dal taglio della Velia, come mostrano molte foto, l’edificio della villa ancora esiste e che, quando saranno finiti i tormentati restauri che lo interessano, esso ospiterà il Museo dei Fori (che si spera, peraltro, faccia tesoro dell’esperienza delle mostre di Palazzo Caffarelli). Più in generale, si dà praticamente per scontato che il pubblico sappia che la campagna di documentazione delle demolizioni e degli scavi fu commissionata direttamente dal Governatorato di Roma, mentre tale consapevolezza non è affatto ovvia, se non per chi abbia visto la mostra di qualche mese fa; sarebbe stato opportuno sottolineare con maggiore forza la committenza statale e il fatto che erano le stesse istituzioni che con una mano picconavano e con l’altra raffiguravano, sulla scia di una tradizione di documentazione ufficiale che a Roma aveva profondissime radici e risaliva almeno agli Instrumenta Autentica di Giacomo Grimaldi (inizi del XVII sec.), in cui si fissava il ricordo della San Pietro paleocristiana, allora in corso di demolizione.

Al termine del percorso espositivo, suggellato da alcuni interessanti filmati d’epoca, sarebbe forse stato opportuno un accenno alle vicende dello ‘stradone’ in epoca successiva alla sua realizzazione, con le infinite polemiche e le proposte di ‘ricucire’ la vasta area archeologica, eliminando la striscia di asfalto e sampietrini voluta dal Duce. La strada invece ha superato indenne i mutamenti politici e ancora fa mostra di sé, in un contesto se si vuole ancora peggiore che in passato, visto che le aree verdi volute ai suoi lati da Antonio Muñoz sono state progressivamente mangiate da scavi archeologici mai ricoperti. Mancano pure riferimenti – se si eccettua un cenno assai rapido in uno dei pannelli – alla sorte miserevole dei cittadini che videro le loro abitazioni demolite e subirono la ‘deportazione’ in desolanti borgate.

A voler essere maligni, infine, sorprende il tono piuttosto mite con cui si ripercorrono, nei pannelli, le vicende di quegli anni. Viene spontaneo pensare che il cambio della guardia nel vicino Palazzo Senatorio abbia avuto un ruolo nella scelta di non essere troppo duri con il Regime (è vero che L’invenzione dei Fori si tenne quando già Alemanno era in carica, ma la sua gestazione risaliva agli ultimi tempi dell’Era Veltroniana). L’impressione trova conferma nelle parole conclusive del breve testo con cui l’assessore alla cultura Umberto Croppi introduce il catalogo della mostra: «Inediti reperti di età romana, reperiti presso gli scavi, chiudono l’affascinante e straordinario percorso espositivo che ancora una volta restituisce il particolare clima di quegli anni segnato dal fervore e dall’entusiasmo per una città moderna e rinnovata». Il tono trionfalistico e il ritmo di marcetta sembrano proprio fuori luogo, per descrivere quella che resta una grande tragedia: sul piano della tutela e della storia urbanistica della città, sul piano sociale (per gli abitanti che furono interessati dalle demolizioni) e per la stessa archeologia, che assistette alla scomparsa di molti oggetti del suo studio sotto i colpi del piccone demolitore, come la mostra testimonia.

Autore/autrice scheda: Fabrizio Federici