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Galleria

William Pope L. (scrittore e performer)
2005 (musica di Xavier Naudascher, voce di William Pope L., arrangiamento di Peter Cerone)
Principessa Caroline di Monaco
2006 (musica di Bernard Hermann)
La sala dell'esposizione con illuminazione a lucernari. Sulle pareti laterali si scorgono i video dedicati agli animali, mentre sul fondo campeggia il video ritratto di Gao Xingjian
Gao Xingjian (scrittore)
2005 (musica di Peter Cerone)
Isabella Rossellini (attrice)
2005 (musica di Henri René, voce di Robert Wilson, arrangiamento di Peter Cerone)
Da sin: Robert Wilson e Achille Bonito Oliva (curatori della mostra), con l'assessore alla cultura del comune di Milano, Massimiliano Finazzer Flory.
Alle spalle, la locandina della mostra
Steve Buscemi (attore)
2004 (musica di Michael Galasso)
Jeanne Moreau (attrice)
2005 (musica di L. Van Beethoven, voce di Robert Wilson, testo di Darryl Pickney, arrangiamento di Peter Cerone)
Zhang Huan (artista)
2004 (musica di Michael Galasso)
Brad Pitt (attore)
2004 (musica di Michael Galasso, voce e testo di Christopher Knowles, arrangiamento di Peter Cerone - Jason Loeffler)
Jhonny Depp (attore)
2006 (musica di Hans Peter Kuhn, testi di T.S.Eliot - Heiner Muller, voce di Robert Wilson)
Winona Ryder (attrice)
2004 (musica di Michael Galasso)
Isabelle Huppert (attrice)
2005 (musica di Michael Galasso)
Dita Von Teese (attrice burlesque)
2006 (musica di Ethel Merman, arrangiamento di Peter Cerone - Jason Loeffler)
Robert Downey Jr. (attore)
2004 (musica di Tom Waits)
Tag-Cloud

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Mostra

Robert Wilson. VOOM Portraits

Milano, Palazzo Reale 16 giugno 2009 - 4 ottobre 2009

Uno dei manifesti della mostra
Uno dei manifesti della mostra

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La VideoArt pone sempre grandi problemi a chi decida di dedicare una mostra a questa così ricca (e spesso contraddittoria) branca di ricerca dell’arte contemporanea: penso soprattutto a problemi tecnici, legati anche al rapporto con il contesto espositivo destinato a ospitare queste realizzazioni.
Sotto questo aspetto, la mostra che Palazzo Reale dedica fino al 4 ottobre ad un maestro del calibro di Robert Wilson è impeccabile.

Wilson è artista poliedrico, attento alle innumerevoli possibilità offerte dal video fin dalla fine degli anni ’60, e capace di impegnarsi con uguale talento in diversi campi espressivi, dalla regia cinematografica a quella teatrale (soprattutto d’opera), all’arte del video (appunto).
Un universo ricco e proteiforme, dunque, quello sondato da Wilson, e tuttavia sempre imperniato su una questione fondamentale: l’immagine.
Lo statuto di legittimità creativa e percettiva dell’immagine è la chiave privilegiata di accesso alla lettura delle opere esposte a Palazzo Reale, che costituiscono una parte della serie dei “VOOM Portraits”. Si tratta di alcuni videoritratti realizzati, a partire dal 2004, in collaborazione con la VOOM HD Networks, azienda leader nel settore delle sperimentazioni tecnologiche legate al video in alta definizione: il termine videoritratti tuttavia può sembrare riduttivo, data la peculiare natura di queste opere.

Cominciamo con le parole dello stesso Wilson: “I videoritratti - scrive l’artista a introduzione dell’agile catalogo dell’esposizione meneghina - possono essere visti nei tre modi in cui tradizionalmente gli artisti costruiscono lo spazio. Se tengo la mia mano di fronte al mio viso posso vederla come un ritratto. Se la guardo a distanza, la osservo come parte di uno still life e, se la vado dall’altro lato della strada, diventa parte di un paesaggio. Nel costruire questi spazi, vediamo un’immagine a cui possiamo pensare come a un ritratto. Se guardiamo attentamente, questo still life è vita reale. In un certo senso, se ci concentriamo e li guardiamo sufficientemente a lungo, gli spazi mentali diventano paesaggi mentali”. È chiaro, insomma, che le condizioni spazio–temporali proprie dell’immagine d’arte sono ciò che interessa maggiormente all’artista.
Entrando nelle sale della mostra ci troviamo di fronte ad una serie di 'quadri': i diversi video al plasma sembrano infatti tele incorniciate e appese alle pareti, ciascuna con un diverso ritratto da mostrare.
E tuttavia, ci rendiamo presto conto che la fissità apparente di queste immagini, la loro apparente still life, viene negata dalla dimensione vitale, di real life, che gli effigiati portano con sé: ogni personaggio, infatti, agisce, respira, compie lenti, impercettibili movimenti che introducono un senso di scansione temporale nell’eterna fissità dell’opera d’arte. Questi movimenti, però, vengono a loro volta snaturalizzati, devitalizzati dal continuo loop cui sono sottoposti: periodicamente, a intervalli regolari, il video ricomincia da capo, senza soluzione di continuità tra le diverse repliche, ma come un’eterna, meccanica ripetizione di gesti che perdono la loro dimensione umana e tornano a occupare lo spazio altro, sovrumano (e dis–umano), dell’immagine.

Una sfida, quindi, all’arte tradizionale sul terreno forse più alto e più arduo: quello del tempo e dello spazio, in cui ad essere modificate non sono solo le condizioni di esistenza dell’opera, ma anche quelle dello spettatore, la cui ferma e costante presenza di fronte all’opera per un certo periodo di tempo consente la possibilità di accorgersi dei sottili cambiamenti di stato che avvengono nell’immagine, e della loro costante ripetizione. Il dialogo insomma che queste opere creano tra arte contemporanea e arte precedente, e in sostanza tra vita, morte e non-vita dell’eterno, si rivela di un’intelligenza e di una qualità assolutamente straordinarie: una dimensione ancora squisitamente creativa ed espressiva (e qui sì ancora nel pieno rispetto della tradizione), in grado di far riflettere in virtù di un contenuto denso di umanità, che lascia ben sperare circa le sorti del contemporaneo.
Una dimensione dialogica che coinvolge anche diverse forme espressive: ognuna delle ventiquattro opere esposte raccoglie, sintetizza e reinterpreta diversi spunti provenienti dalle tecniche teatrali (Winona Ryder interrata fino alle spalle, quasi in un remake del beckettiano Giorni felici), dal design (il letto freddo, quasi alla Gnoli, si cui riposa/è deposta la coreografa Lucinda Childs), dalla fotografia (le dimensioni alterate, da fotomontaggio dada, del videoritratto dello scrittore e performer William Pope L.), dall’arte 'aulica' del passato.

I protagonisti di queste realizzazioni provengono da luoghi, professioni e 'realtà biologiche' disparati: a Brad Pitt si affianca un semplice meccanico, tra lo scrittore Gao Xingjian e la principessa Caroline di Monaco fanno capolino alcuni videoritratti di animali (il porcospino Boris o il cane Celine).
Insomma “un uomo della strada, un animale, un bambino, delle star”, scrive Wilson: questo il variegato universo di personalità cui l’artista attinge, tutti parificati nella realtà dell’immagine, per diventare “gli dei del nostro tempo”. Un ruolo, quindi, di promozione dell’effigiato, che è ancora una volta eredità di una tradizione artistica ben assestata, e che se quasi sempre si regge su giochi squisitamente cromatici, talora accoglie (anche qui in ossequio a certa tradizione precedente) istanze sociali ed espressive molto forti. In questo senso si possono leggere i videoritratti di Gao Xingjian, sul cui viso in primissimo piano si forma lentamente, quasi fosse una scrittura zen dalla lieve inchiostratura, la frase “la solitude est une condition nécessaire de la liberté”, o di Celine, un cane pastore della Brie, che diventa una sorta di monumento – feticcio alla sua razza, a rischio di estinzione.

Si diceva della 'interartisticità' di queste realizzazioni: è una chiave di lettura fondamentale, e che arriva a coinvolgere anche la dimensione sonora. Ad ogni video, infatti, si accompagna una colonna sonora, spesso creata ad hoc da artisti di primo rilievo (musicisti del calibro di Lou Reed, Tom Waits, Bernard Hermann, Peter Cerone, Michael Galasso, Bach interpretato da Glenn Gould, Hans Peter Kuhn, Ethel Merman), e spesso accompagnata dalla voce dello stesso Wilson che recita versi di Eliot, declama testi di Christopher Knowles, o emette suoni e versi stridenti, che fanno da contraltare ai rumori che risuonano in alcuni video, e che determinano i diversi cambiamenti all’interno dell’immagine (ad esempio, il rumore di un jet che provoca l’innalzamento dello sguardo di Dita Von Teese, regina dello striptease burlesque).
Le musiche possono contribuire ulteriormente all’atmosfera già determinata nell’opera dai colori e dalle posture dei protagonisti: si pensi alla musica e alle parole aspre che accompagnano il video in cui un butterato Macaulay Culkin si rivolge allo spettatore con sguardo truce e guantoni da boxe, o ai ritmi sincopati che scandiscono i movimenti meccanici della bambola-clown impersonata da una irriconoscibile Isabella Rossellini. Oppure le musiche possono creare un effetto antitetico: è il caso dell’angosciante e freddo video in cui un cereo Steve Buscemi mastica in piedi dietro ad una carcassa d’animale stesa su un tavolo da macellaio.

Si era detto della bellezza particolare dei video in cui Wilson si confronta con opere del passato: colpisce l’austerità di Jeanne Moreau nelle vesti cinquecentesche di un ritratto di Maria Stuarda, così come intensa e al contempo ironica è l’effigie di Johnny Depp nei panni di Duchamp, nella fotografia di Man Ray in cui il vate del dadaismo appare nelle vesti di Rose Sélavy; sottile il richiamo mantegnesco del video in cui Mikhail Baryshnikov impersona un sofferente San Sebastiano, così come colpisce vedere Robert Downey Jr. respirare e aprire gli occhi mentre una mano ignota gli seziona il braccio sinistro, in ossequio al capolavoro di Rembrandt “La lezione di anatomia del dottor Tulp”.
Si affiancano inoltre video dal tono più onirico (quello in cui Robin Wright Penn campeggia minuscola su un trampolino aggettante sopra un buio universo), ad altri più immediatamente espressivi; e allo stesso modo, se alcune opere colpiscono per le squillanti cromie pop (i video di Dita Von Teese e Isabella Rossellini), altre appaiono molto più sobrie ed eleganti, nel richiamarsi ad un mondo fatto di eterei ed eterni divi del bianco e nero (Isabelle Huppert – Greta Garbo e Caroline di Monaco nei panni della madre Grace Kelly nel ruolo di Lisa Fremont ne “La finestra sul cortile”, e infine i dieci video in cui Salma Hayek si offre allo sguardo nelle diverse pose di una diva degli anni Trenta).

Stimoli diversi, dunque, e diversi risultati. Il tutto, però, unificato dalla dimensione dell’immagine: sia essa pop o essenziale, più espressiva o più pubblicitaria, è sempre l’immagine la realtà cui Wilson guarda, quasi a volerci suggerire che soltanto nel mondo dell’immagine (still life) è possibile sintetizzare tutti i molteplici stimoli e significati della, o delle, realtà che viviamo (real life).
E l’allestimento valorizza quest’ambigua realtà d’immagine, nel buio totale in cui sono immerse le sale, a nascondere i vari apparati audio-visivi necessari, e a valorizzare invece i 'quadri' esposti (eccezion fatta per la sala coi videoritratti degli animali e di Gao Xingjian, illuminata da un lucernario, ma comunque senza strumenti tecnici in vista): un buio denso, capace di creare un’atmosfera di grande sospensione, senza però impedire del tutto allo spettatore di vedere i sontuosi apparati degli ambienti della Reggia di Palazzo Reale, la tradizione aulica in dialogo (ancora una volta) con la contemporaneità.
E ancora in immagine si traduce la struggente elegia del videoritratto dell’ultima sala, realizzato da Wilson apposta per questa esposizione, in cui la coreografa e danzatrice giapponese Suzushi Hanayagi appare 'sezionata' in diversi schermi, ognuno focalizzato su un diverso particolare del suo corpo: la donna si sforza di muovere mani e piedi ormai deformi, in un malinconico e doloroso memento mori, risolto però in positivo messaggio di vita e di futuro, nell’ultimo schermo, in cui l’anziana donna guarda un ragazzino che fissa lo spettatore. Ma entrambi col volto dipinto di bianco: due vite, due maschere, due feticci, due immagini.

Autore/autrice scheda: Francesco Guzzetti