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Galleria

Denarii aurei di Vespasiano (da Pompei).
Veduta con i grandi pannelli numerati che scandiscono la mostra in sezioni.
Uno dei box metallici che caratterizzano il percorso espositivo.
Veduta del Criptoportico Neroniano sul Palatino.
Uno degli ultimi box, intesi più a fornire delle informazioni che a presentare dei pezzi.
La mostra all'interno della Curia.
Frammenti scultorei.
Il pavimento marmoreo della Curia.
Busti di Teseo e il Minotauro (dallo Stadio di Domiziano).
Frammenti della Forma Urbis.
Uno dei pannelli informativi
Due teste colossali di divinità femminili.
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Mostra

Divus Vespasianus. Il bimillenario dei Flavi

Roma, Colosseo 27 marzo 2009 - 10 gennaio 2010

La mostra all'interno della Curia.
La mostra all'interno della Curia.

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La mostra del Colosseo nasce, per così dire, con un vizio di forma: ci si aspetta una mostra sul solo Vespasiano e in realtà si ha a che fare con una rassegna sull’intera dinastia dei Flavi. Le ragioni dello scarto sono, di questi tempi, facili da indovinare: nel 2009 si compiono due millenni da che l’imperatore è venuto al mondo e dunque la ricorrenza non poteva non essere celebrata dall’appositamente istituito comitato e ricordata al pubblico con una mostra. Non c’è da stupirsene, visto che spesso le agende degli ‘eventi’ (esposizioni, convegni, pubblicazioni) sembrano determinate più dai calendari che dal progresso delle conoscenze: e la cosa è ancor più sorprendente, quando il festeggiato non rientra certo tra i punti fermi della memoria collettiva, come è il caso di Vespasiano.

Puntualizzato questo, la rassegna sui Flavi, come è più giusto chiamarla, vanta indubitabili punti di forza, a cominciare dallo stretto legame con la sede espositiva, che dai tre imperatori di questa dinastia fu rispettivamente iniziata, inaugurata e terminata. La scelta del Colosseo – monumento antico più visitato del mondo e certamente non da un pubblico di specialisti – determina poi la natura di mostra a carattere divulgativo della rassegna, cui essa assolve con grande chiarezza e solidità d’impianto.

Il percorso espositivo

Dopo un avvio dedicato alle circostanze in cui Vespasiano prese il potere e alla ricostruzione delle vicende biografiche e dell’iconografia del sovrano e dei suoi parenti, l’attenzione si concentra sulle significative trasformazioni urbanistiche di Roma volute dai Flavi: si sottolinea opportunamente la premura di Vespasiano per il ripristino del godimento collettivo di beni e di intere aree, sia a proposito dell’esposizione di opere d’arte nel Templum Pacis che parlando della costruzione di un edificio pubblico come il Colosseo in una zona che Nerone aveva sottratto alla sfera pubblica per inglobarla nella sua residenza. Un tema assai attuale, nella nostra epoca di arretramento del pubblico a favore del privato… Si sottolinea tuttavia come Vespasiano facesse questo per populismo: ma anche questo è, ahimé, un tema di scottante attualità.
Grande assente di questa sezione della mostra è la Lex de Imperio Vespasiani, nominata solo una volta, en passant, in uno dei cartelli: è vero che non la si può spostare dalla sua sede capitolina, tuttavia le si sarebbe potuto concedere un maggiore spazio, magari con un cenno anche alle sue interessanti vicende post-antiche, quando venne variamente sfruttata a fini propagandistici (si pensi al caso di Cola di Rienzo).
 
I cambiamenti dell’assetto urbano di Roma in Età Flavia sono documentati da un buon numero di frammenti architettonici, tra i quali spiccano alcune ‘tessere’ della Forma Urbis. Si tratta in gran parte di frammenti normalmente non esposti al pubblico, sepolti una seconda volta in uno dei tanti magazzini della Soprintendenza: e dunque, se da un lato la scelta di riesumarli ed esporli è lodevole, dall’altro ci si rabbuia un poco, a pensare allo sterminato esercito di polverosi e sconosciuti lacerti che giacciono in spazi inadeguati alla loro conservazione, inventariazione e studio; spazi tuttavia che sono spesso di grande pregio storico essi stessi, ‘sprecati’ come magazzini e meritevoli di un uso più dinamico e di una maggiore fruibilità da parte della cittadinanza.

Il ritmo serrato che caratterizza l’avvio e la parte centrale dell’esposizione si allenta verso la fine, laddove la visuale si amplia alle città vesuviane e a tutto l’impero. Sorprende il fatto che alcuni box (dei quali si dirà più avanti) siano semivuoti, o vuoti del tutto: sarebbe forse stato meglio trattare questi temi con maggiore ampiezza e con un più nutrito contingente di reperti, o al contrario non affrontarli affatto, concentrando l’attenzione sulla sola Roma.

Allestimento e comunicazione

L’allestimento della mostra è arioso ed efficace, caratterizzato dalla presenza di grandi box metallici che accolgono i pezzi esposti e presentano, sulla parete di fondo, note informative bilingui, talvolta illustrate. Altri pannelli con notizie dettagliate ma chiare (spesso precedute da suggestivi brani di autori antichi, specialmente di Svetonio) introducono alle singole sezioni in cui si articola il percorso espositivo, suddivisione enfatizzata da grandi pannelli di un rosso acceso su cui si stagliano il numero e il titolo della sezione, a caratteri cubitali. L’illuminazione è buona: la luce naturale e quella artificiale si integrano in maniera adeguata.

Qualche pecca si può sempre trovare, ma si tratta di poca cosa: l’ara sepolcrale di Antonia Caenis, concubina di Vespasiano, poteva essere esposta un po’ più staccata dalla parete, per consentire la visione anche della sua faccia posteriore; una collocazione inusuale, come quella di questo stesso reperto al Museo della Caccia e del Territorio di Cerreto Guidi (FI), poteva essere rischiarata da una breve nota; si potevano presentare foto delle parti non esposte del Rilievo degli Haterii, di cui si presenta in mostra una sola porzione; a un tema di grande presa sul pubblico, come quello delle spericolate acconciature femminili di Età Flavia, si sarebbe potuto dedicare un approfondimento.
Ciò che reca davvero disappunto è altro, e non è da imputarsi alla mostra in sé: è il contrasto tra l’accurato ‘confezionamento’ della rassegna e lo stato miserevole in cui versa l’Anfiteatro nel suo complesso, aiuola spartitraffico costantemente assediata dalle auto, stretta al piano terra in una gabbia di Tubi Innocenti, nera come la pece, assaltata da turisti poco rispettosi, punteggiata di marmi erratici che non sanno più da dove vengono, né tantomeno conoscono la loro meta.

Le sezioni distaccate

Un cenno meritano le sezioni distaccate della mostra nel Criptoportico Neroniano, sul Palatino, e nella Curia Senatus, nel Foro Romano, dedicate rispettivamente all’allestimento dei giardini e alle figure degli imperatori flavi, viste in particolare nel loro rapporto, di segno altalenante, con il Senato. C’è da dire che le due sezioni, se hanno il pregio di rendere accessibili monumenti normalmente chiusi al pubblico, non aggiungono granché al discorso sviluppato all’interno dell’Anfiteatro Flavio. Inoltre, la collocazione del Criptoportico è davvero mal indicata e chi scrive è riuscito ad arrivarci solo scortato da un custode (e perdersi sul Palatino in pieno luglio non è proprio piacevole!); nella Curia i pezzi proposti sono di grande interesse, e tuttavia spiace che le strutture espositive nascondano in parte il magnifico (benché assai restaurato) pavimento in opus sectile dell’edificio.

Da segnalare infine che l’area del Foro Romano, notoriamente poco ‘parlante’, si è dotata, in occasione della mostra, di puntuali pannelli informativi che narrano al pubblico le principali trasformazioni intervenute nell’area in Età Flavia. L’iniziativa è lodevole, speriamo tuttavia che nuovi pannelli dedicati ad altre epoche storiche si affianchino presto a questi, in modo da non dare al visitatore una visione troppo ‘flaviocentrica’ di un complesso così articolato e stratificato come quello dei Fori.

Autore/autrice scheda: Fabrizio Federici