Tasti di scelta rapida del sito: Menu principale | Corpo della pagina | Indice delle News
sei in: Home » Il Potere e la Grazia. I Santi Patroni d'Europa
Galleria

La triste sorte di un capolavoro come la "La Passione di Giovanna d'Arco" di Dreyer, proiettato sul soffitto...
Il "San Giovanni Battista" di Andrea del Sarto accompagnato da un illuminato (e illuminante?) confronto: il "David" michelangiolesco...
Veduta di uno dei saloni, con il "San Giacomo" di Tiepolo sullo sfondo e il "San Luigi" del Greco sulla destra
Particolare dell'allestimento, con gigantografie tratte da xilografie raffiguranti Santi
Veduta di uno dei saloni
Una vetrata (copia) proveniente dalla Cité de l'Architecture et du Patrimoine, Parigi
Uno dei pannelli informativi
Una scultura rinascimentale in legno raffigurante San Floriano, di area germanica (copia)
I confronti proposti per una pala di G. B. Tiepolo
Tag-Cloud

come sono patrimonio sale nelle firenze percorso salani degli sezione trieste uffizi opere della galleria contemporanea alla quattrocento madonna palazzo
Mostra

Il Potere e la Grazia. I Santi Patroni d'Europa

Roma, Palazzo Venezia 8 ottobre 2009 - 31 gennaio 2010

Veduta della prima sala, che evidenzia l'accostamento di opere diversissime tra loro (un polittico fondo oro e un quadrone russo ottocentesco)
Veduta della prima sala, che evidenzia l'accostamento di opere diversissime tra loro (un polittico fondo oro e un quadrone russo ottocentesco)

Share |

Il ‘grande evento’: caratteri e problemi

L’esposizione non nasconde certo di essere un evento ‘con i Santi in paradiso’, per così dire, ed anzi lo dichiara a testa alta nell’allestimento lussuoso e nella nutrita presenza di capolavori, provenienti dalle principali raccolte romane (Doria Pamphilj, Corsini) ed europee (Uffizi, Louvre, Prado, la Galleria Tret’jakov di Mosca). Tra gli autori Van Eyck, Mantegna, Tiziano, El Greco, Tiepolo. L’allestimento di un rosso fiammante presenta, nei tre saloni, una struttura a navata su cui affacciano ambienti accessori; benché esso nasconda del tutto i maestosi ambienti del palazzo, ha alcuni momenti efficaci, come la scenografica collocazione del San Giovanni Battista di Caravaggio, esaltato dallo sfondo scarlatto. Sui pannelli che costituiscono l’allestimento, inoltre, sono impresse le informazioni introduttive a ciascuna sezione, scritte in maniera chiara e godibile.
Le didascalie delle singole opere sono invece stampate sugli elementi che distanziano il pubblico dai pezzi. Si tratta di supporti molto bassi, illuminati dall’interno, sui quali spesso, oltre alle didascalie, sono riprodotte fotografie di opere che per qualche ragione (di solito per l’identità dei soggetti raffigurati) sono affiancabili ai pezzi esposti. Al di là del fatto che tali foto sono troppo piccole e poste troppo in basso per poter consentire reali ‘confronti’, gli accostamenti risultano per forza di cose, il più delle volte, arbitrari, potendosi scegliere tra migliaia di raffigurazioni per ciascuno dei soggetti presenti. Un esempio tra i tanti: ad un San Giorgio e il drago da Capodimonte (copia seicentesca di un dipinto di Rubens) sono affiancati due San Giorgio di Gustave Moreau e Eugène Delacroix.

L’impressione che si ricava da uno sguardo d’insieme all’allestimento, in ogni caso, è quella di una grande eleganza. Peccato tuttavia che questa sensazione sia ‘sporcata’ da alcune cadute di tono: non poche lettere dei pannelli informativi erano già scomparse al momento della visita alla mostra (che aveva aperto soltanto da un mese), e alcuni faretti erano spenti o sfarfallavano. Va inoltre segnalato che il confronto fotografico per il San Sebastiano di Tiziano di collezione privata newyorchese, costituito da un’immagine dello stesso Santo dipinta da Tiziano in tarda età, è stato per errore assegnato al San Giovanni Battista del pittore cadorino (Venezia, Gallerie dell’Accademia), mentre il confronto per quest’ultimo – un’istantanea del Cristo michelangiolesco di Santa Maria sopra Minerva – è finito a dialogare, in maniera del tutto infruttuosa, con il San Sebastiano proveniente da New York.
Da segnalare, inoltre, il pessimo trattamento riservato ad alcuni filmati – tra cui alcuni capolavori della storia del cinema – presentati lungo il percorso espositivo: essi sono di solito proiettati sul soffitto (sic!), le pellicole sonore sono prive di audio e di nessun materiale video si dice cosa sia.

Il vero limite della mostra

Il percorso espositivo è quasi integralmente consacrato ad illustrare la prima parte del titolo della mostra, mentre ai Santi Patroni d’Europa non è riservata che l’ultima e un po’ misera saletta, in cui di ciascuno di loro si espone una raffigurazione grafica, a stampa o manoscritta. Negli altri ambienti si ripercorre l’evoluzione dell’idea di santità a partire dalle origini del Cristianesimo, articolando il discorso in una serie di sezioni, che affrontano temi come «Il potere dei Santi», «Martiri e confessori», «Culto e agiografia», «Santità regale e dinastica».

Nelle varie sezioni si accostano con la massima nonchalance dipinti e sculture di epoche e aree diversissime, e quadri ‘occidentali’ si alternano a generosi prestiti di icone russe. Benché ogni pezzo sia corredato di una diligente didascalia, mancano del tutto pannelli informativi su singole opere: se Caravaggio e Tiziano sono artisti notissimi, perché non fornire due notizie su Bernardino da Parenzo? E se non sulle opere e sui loro autori, alcune informazioni potevano essere date in merito agli attributi dei Santi, che in una mostra di iconografia sacra non sarebbero state fuori luogo.
In un contesto siffatto, si concretizza il rischio insito in ogni mostra a carattere iconografico: ridotta l’opera d’arte a semplice documento, a istantanea di un momento o di un personaggio, che fine fa la sua natura di oggetto materiale, di espressione di uno stile e di un’epoca, di episodio del percorso di un artista? La presenza fisica delle opere, sottoposte naturalmente a tutti gli stress del viaggio per, e poi da, Palazzo Venezia, non sembra insomma determinante ai fini del discorso portato avanti in mostra, discorso che poteva essere ugualmente sviluppato con dei poster, se non addirittura – lasciando perdere l’idea di una esposizione – attraverso la pubblicazione di un bel libro illustrato. Insomma, uscendo dalla rassegna il visitatore non riesce a dare una compiuta risposta all’imprescindibile domanda: «Perché questa mostra?»

Trono e altare

Il pannello dell’ultima sala si tinge di politica e lancia messaggi che sembrano rivolti non tanto al pubblico prossimo ad uscire, ma al mondo delle istituzioni: dopo la citazione del passo evangelico del «Date a Cesare quel che è di Cesare», si afferma che «da questa mostra si trae la conclusione che l’equilibrio tra potere e grazia dipende dal principio di libertà religiosa, che è il criterio per comprendere correttamente il principio della laicità dello Stato: si tratta di riconoscere la dignità della persona umana, nella cui coscienza nasce in libertà e secondo ragione la risposta dell’uomo a Dio, che nessun potere può indurre o impedire». A nessun visitatore verrebbero in mente questi pensieri uscendo dalla mostra, se il pannello non li suggerisse, e l’interpretazione in chiave politica dell’esposizione sembra davvero forzata. Ma evidentemente l’occasione è buona per l’ennesima espressione del punto di vista delle gerarchie ecclesiastiche riguardo il concetto di «laicità dello Stato». L’impressione di un tentativo, in verità piuttosto goffo, di strumentalizzazione politica dell’evento si rafforza sfogliando il catalogo della rassegna, preceduto da una sfilata di saluti delle massime autorità civili ed ecclesiastiche. Bastino per tutte alcune parole del presidente Berlusconi: «La dialettica tra Potere e Grazia, tra fatti politici e fatti della fede, attraversa nei secoli la storia dell’Europa e rende ragione del fatto per il quale, a suo tempo, ci battemmo per inserire nel testo della Costituzione europea un riferimento alla radici giudaico-cristiane dell’Europa. Solo una tecnocrazia priva di identità e di memoria storica può ritenere di compiere una cesura tra il nostro tempo e quello che ci ha preceduto». E se lo dice un campione di moralità cristiana come il Presidente del Consiglio, c’è davvero da crederci.

Autore/autrice scheda: Fabrizio Federici