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Filippino Lippi, un bellissimo ingegno: origini ed eredità nel territorio di Prato

Prato, Museo di Pittura Murale 8 maggio 2004 - 25 luglio 2004

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FILIPPINO LIPPI TRA PRATO E FIRENZE

Gli esordi di Filippino Lippi presso la bottega paterna, il suo lascito nel territorio e la fortuna critica del pittore nel corso dei secoli sono i temi che la mostra pratese presenta come caratterizzanti rispetto all’altra importante esposizione fiorentina concomitante, organizzata a Firenze nelle sale di Palazzo Strozzi e dedicata alle opere di Filippino e del suo maestro Sandro Botticelli. Nell'esposizione fiorentina, infatti, si è preferito tracciare in parallelo il percorso delle opere del Botticelli e del Lippi, sviluppatosi in un chiaro e più serrato dialogo proprio nei luoghi della committenza filippinesca.

L'esposizione di Prato costituisce, in un certo senso, la premessa necessaria e imprescindibile a quella fiorentina, avendo come punto centrale e narrativo il momento della formazione e delle prime manifestazioni artistiche di Filippino all’interno di un contesto cittadino e territoriale ben circoscritto.

Sono però mancati, in entrambi i casi, più ampi momenti di riflessione sugli artisti-protagonisti, sugli sviluppi tecnico-stilistici e sulle rispettive opere, come se la discussione storico-culturale e storico-artistica su Botticelli e su Filippino fosse ormai esaurita e giunta a un’univoca conclusione.

I LUOGHI ESPOSITIVI

A Prato il visitatore può cominciare liberamente dal Museo di Pittura murale o dalle Antiche Stanze di Santa Caterina: non c’è nessun tipo di gerarchia tra le due sezioni espositive, né dal punto di vista cronologico, né da quello tipologico. A ben vedere un grande pannello introduttivo si trova solo all’ingresso della sezione allestita nelle Stanze di Santa Caterina, e in tutta la città non ci sono indicazioni, frecce o manifesti finalizzati ad incanalare il flusso di turisti, di interessati, di studiosi verso i luoghi della mostra. L ’evento si veste di quotidianità.

Solo la lettura del catalogo rende meglio comprensibili certe scelte e certe dislocazioni, dal momento che gli apparati illustrativi e didascalici (brevi e non sempre esaustivi) non aiutano il visitatore ad una corretta lettura del racconto espositivo. In contrapposizione con la monumentalità e la maestosità dell'allestimento di Palazzo Strozzi, dove anche la musica di sottofondo accompagna il pubblico per le sale, gli spazi e gli interni pratesi sono improntati a maggiore sobrietà.

Gli esordi

A Prato due lunghe stele metalliche segnano lo spartiacque tra una sala del Museo e l’inizio della sezione su Filippino Lippi. Il posizionamento di due ‘totem’ subito all’inizio del percorso e quasi al suo interno, la strettezza dell’area (immediatamente sulla destra si apre un primo percorso laterale) e il materiale riflettente non consentono di soffermarsi sull’apparato didascalico, esiguo e parco nei contenuti quanto ingombrante nelle dimensioni. Al visitatore vengono dati alcuni ragguagli sintetici sull' “esaltante stagione del Lippi”, l’area geografica interessata dalla sua attività, l’arco cronologico, gli artisti, la formazione.

Segue uno sguardo sulla generazione di Filippo Lippi: il Maestro di Pratovecchio, il Maestro di S. Miniato, Domenico di Michelino, solo per citarne alcuni, costituiscono la trama essenziale su cui verrà successivamente ad innestarsi la vicenda artistica di Filippino. Un background molto utile per cogliere in pieno differenze ed elementi peculiari dell’artista pratese. Difficile, però, riuscire ad enucleare tratti stiilistico-formali peculiari di Filippino rispetto agli artisti locali, dal momento che le opere esposte attribuite al pratese sono numericamente inconsistenti.
In assenza di gerarchie tra sale e corridoio, lasciando ancora una volta molta libertà di azione e movimento al visitatore, una lunga lastra metallica (a mo’ di battiscopa) sembrerebbe voler rappresentare una linea-guida: tra i bagliori della placca argentata compaiono, in rosso, i nomi degli artisti in mostra. Non sempre agevole il rinvio, tra pavimento e parete, all’opera d’arte e all’autore. Nelle didascalie, disomogenee nella distribuzione del testo e dei contenuti, non è sempre possibile rintracciare la provenienza e il luogo di conservazione dell’opera.
Una seconda sezione, non nettamente separata dalla precedente, si propone di individuare i caratteri dell’opera di Filippino Lippi dopo il suo apprendistato presso Fra Diamante, collaboratore di Filippo durante il periodo trascorso a Spoleto (1466-1469). Della nuova poetica filippinesca, successivamente rinnovata soprattutto dal contatto e dalla frequentazione della bottega di Sandro Botticelli, viene esposto il Tabernacolo del Mercatale, opera datata al 1498. Il pezzo, ampiamente restaurato nel 1946 dopo il bombardamento su Prato, è stato più volte ridipinto; all’interno del corpus filippinesco costituisce un punto fermo grazie alla presenza della data iscritta nell’intonaco.

A seguire, i graffiti attribuiti a Girolamo Ristori, mentre nella sala interna, assieme ad opere scultoree del periodo compaiono due pezzi del XVIII secolo: un teatrino di carta e una terracotta ad altorilievo con Madonna e Bambino.

Pittura pratese nell'età di Filippino

Spostandosi nell’altro edificio, il visitatore incontra uno spazio organizzato in maniera analoga, anche se semplificata: nell’anticamera viene esposto un inedito, venuto alla luce a seguito del restauro del Palazzo Pretorio. Si tratta di un ampio frammento di affresco commemorativo per il podestà Antonio Spinelli, realizzato da un artista della bottega di Filippo Lippi, Giannino della Magna.
Un lungo e articolato percorso viene scandito dalle opere realizzate in collaborazione da padre e figlio, o da artisti molto vicini alla cerchia di Botticelli e del Lippi, per giungere infine (o ricominciare?) con la Madonna della cintola, realizzata da Filippo Lippi, Fra Diamante e collaboratori.

Non sempre le opere sono esposte in maniera esemplare: a metà percorso le grandi tavole di Tommaso di Piero Trombetto sono state posizionate dietro un massiccio bancone e al di sopra di un lungo mobile a vetri. Su un pannello divisorio, una riproduzione a colori in alcune parti, e in bianco e nero in altre, è testimonio dell’assenza della Pala del Palco o della Doppia intercessione, oggi a Monaco (Alte Pinakothek). In mancanza di didascalie o di spiegazioni, il visitatore rimane a guardare la bella fotocopia senza riuscire a cogliere nessi e legami con la mostra: soltanto la lettura del catalogo potrà sciogliere dubbi e perplessità.
La fortuna figurativa

La sezione relativa alla fortuna di Filippino utilizza le incisioni di Cristofano Robetta, di un anonimo fiorentino dell’inizio del XVI secolo, di Antonio Marini (1840), ma anche una copia dell’Elettra di Gabriele D’Annunzio (1911) e un medaglione di Filippino in argento e smalto, risalente alla seconda metà del XIX secolo.

Questa sezione appare veramente molto debole rispetto alla precedente e alla consistenza dei pezzi esposti: difficilmente attraverso queste opere il visitatore potrà rendersi conto del concetto storiografico di ‘fortuna’ e, ancora di più, quale sia stata la portata dell’attività artistica di Filippino Lippi. I pezzi sono tra loro troppo disomogenei per tipologia e cronologia.

Nella grande sala (finale?), sulla parete di fondo troneggia la Pala dell’Udienza del 1502-1503, secondo pezzo filippinesco dell’intera mostra pratese, insieme a due sculture coeve: il Busto di Cristo di un seguace di Andrea del Verrocchio e un San Zanobi di Agnolo di Polo.

Anche in quest’ultima sala i collegamenti e i nessi tra artisti e opere d’arte sfuggono ad una valutazione generale: quasi improvvisamente fanno apparizione due opere scultoree difficilmente conciliabili con il percorso tutto pittorico delle due sezioni. Ai curatori è forse sembrato necessario evidenziare le peculirità e le differenze tecnico-espressive riscontrabili nei diversi media. Il risultato non è però felice, soprattutto per l’esiguità del materiale scultoreo proposto: quasi fossero delle appendici, le due sculture, posizionate nei pressi dell’accesso, chiudono quest’ultima sala e la mostra.


E FILIPPINO?


La lettura del catalogo permette, in un certo senso, di ri-percorrere e di ripensare la sequenza espositiva e i temi della mostra a partire dal titolo e dal sottotitolo: le opere sono qui composte secondo un’altra struttura concettuale, lontana dall’articolazione delle stanze e dei pezzi esposti.
Appare molto disatteso il tentativo di leggere la produzione artistica e la portata innovativa di Filippino sullo sfondo della tradizione del padre, di Fra Diamante e di Botticelli. Le poche opere di Filippino Lippi (due in tutto) non aiutano ad enucleare i caratteri e la poetica dell’artista e, soprattutto, non è facile riuscire a cogliere le linee di influenza dei maestri e degli artisti a lui contemporanei, né apprezzare la ‘fortuna’ dell’artista nei secoli successivi.

Da qui, un secondo paradosso: l’intera mostra è concepita e realizzata con materiale artistico locale, del territorio di Prato, sotto un’etichetta di ‘alto’ valore di richiamo per il pubblico, basata sulla capacità attrattiva del ‘grande’ nome e dei Meisterwerke e su di una pressante campagna pubblicitaria. Sembrerebbe allora questa un’occasione mancata, che avrebbe potuto mettere assieme opere dei maestri ‘minori’ pratesi e quelle dei Lippi, ma non lo ha fatto proficuamente. Questa dimensione locale, territoriale (vero e proprio punto di forza, ma poco valorizzato), costituisce peraltro la grande differenza con l’evento fiorentino di Palazzo Strozzi.

D'altro canto, l’assoluta indipendenza tematica ed espositiva dei due eventi (il catalogo dell’esposizione di Firenze non è in vendita in nessuna delle due sezioni pratesi) ha pesantemente nociuto alla presentazione e alla sistematicità della narrazione, nonché alla comprensione delle attività artistiche di Botticelli e del Lippi. Due mostre con pochi dubbi, confezionate senza ombre o sfumature: per un ideale visitatore che non ama fare domande o riflettere su artisti, fenomeni artistici, committenze, allestimenti effimeri, percorsi espositivi.

 

Autore/autrice scheda: Gianfranco Adornato