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Carlo Crivelli, Madonna della Candeletta, Milano, Pinacoteca di Brera
Carlo Crivelli, Annunciazione, Londra, National Gallery
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Mostra

Crivelli e Brera

Milano, Pinacoteca di Brera 26 novembre 2009 - 28 marzo 2010

Carlo Crivelli, I Santi Venanzio e Pietro Martire (particolare), laterale destro del Trittico di San Domenico, Milano, Pinacoteca di Brera
Carlo Crivelli, I Santi Venanzio e Pietro Martire (particolare), laterale destro del Trittico di San Domenico, Milano, Pinacoteca di Brera

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La formazione di Carlo Crivelli, nato nei primi anni Trenta del Quattrocento, si lega alle suggestioni tardogotiche di Jacopo Bellini, Antonio Vivarini e Giovanni d’Alemagna, alla cerchia squarcionesca e all’ambiente patavino della metà del secolo. Dell'artista, di cui è attestata la presenza a Zara, in Dalmazia (dove forse giunse in compagnia dello Schiavone), nel 1465, mancano opere documentate prima del 1468, data apposta sul polittico di Massa Fermana. Per una committenza di area marchigiana Crivelli realizza le opere della maturità, in prevalenza polittici e pale disseminate tra Porto San Giorgio, Valle Castellana, Ascoli, Montefiore dell’Aso, Carpegna, Camerino, Matelica, Fabriano, Pergola, Monte S. Martino, Castel San Pietro (Palmiano).

L'obiettivo della mostra è quello di riunire le opere crivellesche giunte a Brera nel 1811 a seguito delle requisizioni napoleoniche. Con le ricognizioni effettuate nei dipartimenti del Tronto e del Musone, coordinate da Giuseppe Santi ed Antonio Boccolari, giunsero a Milano non solo capolavori, ma anche tutte le opere che presentavano un certo interesse, dopo una selezione eseguita sul posto, con l’obiettivo di evitare sottrazioni clandestine che avrebbero danneggiato lo Stato. Su indicazione del Boccolari lasciarono Camerino i pannelli del Polittico di San Domenico e quelli del Polittico del Duomo della città (al cui centro figurava la Madonna della Candeletta), nonché la pala con la Consegna delle chiavi a San Pietro (Pala di San Pietro di Muralto). Da Ascoli proveniva invece la Annunciazione commissionata al pittore nel 1486.

Si trattò di un momento fondamentale nella vicenda della fortuna critica del Crivelli. Assente nelle Vite vasariane, era stato citato rapidamente dal Ridolfi, dal Boschini e più tardi anche dal Lanzi; sostanzialmente ignorato dalla letteratura locale marchigiana a stampa, veniva accolto da Seroux d’Agincourt nella sua Histoire de l’Art, dove erano riprodotti il cosiddetto altare Demidoff, ora a Londra, e il San Giovanni da Capestrano del Louvre. Soltanto grazie al Ricci,che scriveva nel 1834, quando ormai  buona parte delle sue opere erano state rimosse dalle collocazioni originarie, sarebbero state espresse le prime accurate osservazioni critiche su Crivelli. L’avvio della fortuna dell’artista si legava quindi all’incremento delle raccolte braidensi, mentre un suo recupero da parte della letteratura artistica sarebbe stato compiuto più tardi, a oltre vent’anni di distanza. Aspetto centrale questo, parzialmente valorizzato nei saggi del catalogo, mentre la mostra focalizza opportunamente l’attenzione sulle vicende delle opere del Crivelli giunte a Brera, che in parte vennero permutate negli anni successivi con quadri di maestri e di scuole assenti nel catalogo della Pinacoteca.

Molti pannelli del Crivelli lasciarono Milano. Fu il caso di alcuni elementi del Polittico di San Domenico o di quello del Duomo camerte, ricomposti in occasione della mostra, della Pala di San Pietro di Muralto, i cui pannelli principali sono rimasti a Berlino e a Roma per le delicate condizioni di conservazione, ma anche della Annunciazione ascolana, il cui prestito è stato accordato dalla National Gallery di Londra. Accanto a queste opere sono esposte in mostra la Crocifissione, a Brera dal 1811, e l’Incoronazione della Vergine, pervenuta con il lascito Oggioni a metà dell’Ottocento, alla quale viene tradizionalmente collegata la lunetta con la Pietà, sempre di proprietà della Pinacoteca, e che tuttavia in mostra si preferisce esporre separatamente. Si tratta di un nucleo di opere di esecuzione molto ravvicinata, la cui cronologia si scala tra il 1482 e il 1493.

Non solo sulla storia della conservazione e del collezionismo museale si ha occasione di riflettere in mostra, ma anche sulla straordinaria sapienza tecnica che il Crivelli rivela creando opere dal forte carattere polimaterico, come già accennato in precedenza. Tecniche orafe sono adottate per cesellare le stoffe, per rilevare le aureole e gli oggetti preziosi, con una caratterizzazione fortemente suntuaria. In quest'ottica si spiega l’accostamento alle tavole di lavori di oreficeria: reliquiari, pugnali, corone, e un esempio della produzione orafa ascolana coeva, il Sant’Emidio di Pietro Vannini. Ricchi di trafori ed ornamentazioni di gusto microarchitettonico, simili a quelli rilevabili in ambito orafo, dovevano probabilmente essere anche le carpenterie lignee entro cui si inserivano i pannelli dei polittici di Crivelli, delle quali sopravvivono poche testimonianze. L’interesse per la mimetica restituzione dei moduli decorativi degli abiti e dei tappeti viene invece evidenziato mediante il confronto con alcuni  manufatti tessili. Del resto una specifica tipologia di tappeti viene definita con il nome dell’artista.

In vista della mostra sono state svolte alcune indagini diagnostiche non invasive e interventi di tipo conservativo sui manufatti. Oltre a operazioni di manutenzione, si è deciso di rimuovere le dorature, rifatte all’inizio dell’Ottocento, dalla Madonna della Candeletta e dalla Crocifissione. Di tutto questo si dà ampio conto nel catalogo.

Si tratta di un'esposizione nel complesso sicuramente meritevole. Spiace rilevare i problemi legati all'allestimento della rassegna, la cui realizzazione ha comportato la modifica temporanea degli spazi museali e la ricollocazione di alcune opere, non essendo Brera al momento dotata di ambienti dedicati alle eventi espositivi. Nella sala XXII, dove sono esposte sino al 28 marzo anche le opere dei ferraresi, il tentativo di assicurare un’adeguata illuminazione ai laterali del Polittico Griffoni di Francesco del Cossa compromette parzialmente la fruibilità della Pala Portuense di Ercole de’ Roberti.

Autore/autrice scheda: Daniele Giorgi