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Galleria

Veduta della sala degli Orazi e dei Curiazi, con la bella selezione di teste marmoree di acroliti
Base di candelabro da Palestrina, con due lati anche troppo illuminati ed uno completamente al buio
Statua che raffigura Aristogitone, uno dei Tirannicidi
Uomini illustri antichi e moderni a confronto nella Sala dei Capitani
Veduta dei pannelli introduttivi che il visitatore incontra salendo lo scalone del Palazzo dei Conservatori
Alcune sculture in peperino esposte nella sezione relativa ai costumi funebri
Il cratere di Mitridate VI Eupatore
Le Muse in terracotta da Porta Latina (II sec. a. C.), oggi al British Museum, inaugurano il percorso espositivo
Sotto la luce del famigerato terzo piano, il candore del marmo lunense di questa Kore arcaizzante di età augustea si fa abbagliante
Sala dei Trionfi: particolare del fregio affrescato nel 1569 da Michele Alberti e Jacopo Rocchetti e raffigurante il trionfo di Lucio Emilio Paolo su Perseo, re di Macedonia
I cosiddetti "Cavalieri di Lanuvio" nella Sala degli Orazi e dei Curiazi
Ecco com'è ridotto il povero Spinario, sotto il cui piedistallo deflagra un motivo a stella
Pannello nella Sala dei Trionfi, con la riproduzione dell'iscrizione del cratere di Mitridate VI Eupatore
L'ingombrante stella al centro della Sala degli Orazi e dei Curiazi
Così accerchiato dai faretti, il giovane atleta da Ercolano (Parigi, Museo del Louvre) sembra un politico impegnato in una conferenza stampa
L'immagine evidenzia i problemi dell'illuminazione nella sala che accoglie una selezione di busti, con la luce di un faretto che punta dritto sull'osservatore
Una dea tutta ammaccata ed un'altra in splendida forma accostate: essenziali notizie sulle vicende collezionistiche e sugli eventuali restauri delle sculture potrebbero servire a spiegare sorti così diverse
Una veduta del terzo piano della mostra (Palazzo Caffarelli)
La scultura antica, facente parte del percorso espositivo temporaneo, impedisce la lettura della retrostante iscrizione settecentesca
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Mostra

L'età della conquista. Il fascino dell'arte greca a Roma

Roma, Musei Capitolini 13 marzo 2010 - 5 settembre 2010 (prorogata al 26 settembre 2010)

Uomini illustri antichi e moderni a confronto nella Sala dei Capitani
Uomini illustri antichi e moderni a confronto nella Sala dei Capitani

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Il tema della mostra

Prima tappa di un percorso che da qui al 2014, attraverso altre quattro esposizioni, intende ripercorrere lo sviluppo dell’arte romana fino a Diocleziano, la mostra illustra la penetrazione dell’arte greca ed ellenistica a Roma in età tardorepubblicana, presentando una ricca antologia di sculture e manufatti in marmo, bronzo, terracotta. Tra i pezzi esposti abbondano quelli di assoluto rilievo: accanto ai tanti reperti conservati ai Musei Capitolini (nella sede storica o nella ‘costola’ della Centrale Montemartini), si segnalano prestiti da altre raccolte romane, come lo splendido Efebo in basalto dall’Antiquarium del Palatino, e una selezione di sculture marmoree dal Museo Archeologico Nazionale di Atene (teste e altre parti del corpo per acroliti), che evidenzia il ruolo di modello svolto dalla produzione greca coeva per quella romana.

Il tema dell'infusso dell'arte greca sulla cultura figurativa di Roma è abbondantemente esplorato, mettendo in risalto riprese, rielaborazioni e resistenze degli ambienti artistici locali - anche se si vorrebbe una maggiore chiarezza in merito ai vari canali attraverso cui lo 'stile' greco raggiunse la nostra penisola: i bottini, la committenza a botteghe greche, la produzione di copie da parte di artisti italici, il trasferimento in Italia di artefici ellenici. Poco o per nulla affrontato è invece un altro argomento che, sulla base del titolo della rassegna, ci si aspetterebbe di incontrare lungo il percorso espositivo: il tema della presenza, nelle collezioni romane, di originali greci, giunti a Roma soprattutto come spolia di guerra. La trattazione di questo aspetto avrebbe consentito di presentare statue e steli funerarie di grande 'presa' sul pubblico, e di far rientrare temporaneamente nell'Urbe capolavori che sono sparsi in molti musei del mondo e che ne sono usciti soprattutto a fine Ottocento, quando gli scavi seguiti all'impetuoso sviluppo urbanistico della capitale portarono a importanti ritrovamenti.

Il percorso espositivo: la comunicazione

La mostra conduce immediatamente il visitatore in medias res: il percorso è infatti aperto dalle statue in terracotta raffiguranti le Muse, esemplate su modelli ellenistici, che provengono da Porta Latina (II sec. a. C.) e che sono attualmente conservate al British Museum. Si sarebbe potuto presentare (anche solo in fotografia) qualche esempio di quell'arte romana arcaica da cui poi ci si distanziò per effetto dell'assorbimento della cultura figurativa greca, e alla quale si fanno alcuni rimandi nei pannelli. Si è scelto invece di immergere sin da subito lo spettatore in una Roma già 'grecizzata'.

Il percorso espositivo è organizzato per nuclei tematici: le grandi sculture per gli edifici pubblici, le statue onorarie, l'arte funeraria, la vita raffinata delle élites, etc. Nonostante la mostra sia allestita in ambienti storici, ricchi di decorazioni e di opere, e che il percorso sia frazionato in molte sale, distribuite su tre piani, il filo della rassegna si segue piuttosto agevolmente. Fa eccezione la saletta che conclude il primo piano e che raccoglie manufatti di vario tipo, tra cui soprattutto alcune urne in alabastro e in terracotta di ambiente etrusco, nei cui rilievi è palese l'adozione di modelli ellenistici: nessun cartello, però, inquadra il contenuto dell'ambiente, cosicché il visitatore, spiazzato, capisce soltanto dopo essere salito al secondo piano ed essersi imbattutto nella sezione dedicata agli usi funebri che la sala vista in precedenza era una parte di questa sezione, 'dimenticata' al primo piano.

Ad agevolare la lettura del percorso espositivo contribuiscono i pannelli informativi che introducono alle singole sale e che costituiscono, assieme agli essenziali cartellini delle opere, l'apparato comunicativo della mostra. Le notizie riportate sono espresse in maniera chiara e forniscono dati essenziali, senza affaticare il visitatore. Se le informazioni di carattere generale sono, pertanto, soddisfacenti, è sui singoli reperti che si desidererebbero avere, in molti casi, maggiori notizie: ad esempio sulle vicende collezionistiche e sui restauri (un disegno a fianco della didascalia basterebbe ad indicare le parti aggiunte in epoca moderna); o sulla derivazione da tipi celebri (è il caso della statua raffigurante Aristogitone, cui si poteva affiancare una fotografia del gruppo dei Tirannicidi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, noto anche al grande pubblico). Non manca poi qualche pezzo privo di didascalia, mentre per alcuni non si danno informazioni fornite per tutti gli altri: ad esempio, non si dice di che pietra è fatto il cosiddetto "monumento di Bocco", oppure dove siano solitamente collocati i "cavalieri di Lanuvio".

A proposito dei pannelli introduttivi a ciascuna sala, resta ancora un aspetto da evidenziare. Abbondano, sia nei testi in italiano che in quelli in inglese, gli errori. Tra gli altri, per indicare la provenienza dei reperti "in Mostra" (chissà perché, sempre maiuscolo), si utilizza la preposizione "a" invece che "da" ("a Parigi", "a Londra"); nei testi inglesi, sono frequenti fantasiosi abbinamenti come "from from" e "from in". In una didascalia, invece, un'urna in alabastro è indicata dapprima come "cassetta in terracotta", quindi subito sotto si identifica correttamente il materiale come "alabastro". Questo aspetto può sembrare marginale, ma non lo è così tanto, visto che, da un lato, rilevare spesso errori e sviste può infastidire il visitatore e, dall'altro, la realizzazione dei pannelli deve essere stata - tenuto conto del generale sfarzo dell'esposizione - un'operazione generosamente retribuita. La grossolanità dei risultati lascia sospettare che essa sia stata affidata, Italico more, ai soliti 'amici degli amici', scartando magari soggetti più qualificati...

Il rapporto con le sale del Palazzo dei Conservatori

Un aspetto sul quale è il caso di spendere qualche parola è quello del rapporto tra la mostra e gli ambienti storici che la accolgono: ci troviamo infatti sul Campidoglio, meta degli antichi trionfi - e i bottini di guerra furono uno dei principali canali attraverso cui l'arte greca giunse a Roma - e luogo che, nella veste architettonica e decorativa che gli fu data in epoca rinascimentale e barocca, presenta evidenti richiami alla centralità che esso rivestiva nella città antica. In qualche passaggio del percorso espositivo è avvertibile un fascinoso tentativo di mettere in relazione i pezzi della mostra con quelli in esposizione permanente: l'esempio più evidente ed azzeccato di questo dialogo è costituito dalla Sala dei Capitani, in cui alle sculture con armature all'antica dei generali della Roma papalina si affiancano le statue in nudità eroica dei cives illustres antichi. Nel complesso, tuttavia, il rapporto con gli ambienti storici poteva essere maggiormente sottolineato: ne è prova la cosiddetta Sala dei Trionfi, che prende il nome dal fregio ad affresco cinquecentesco che corre lungo il margine superiore delle pareti e che raffigura il trionfo di Lucio Emilio Paolo su Perseo, re di Macedonia. Non è stata certo casuale la scelta di consacrare questo ambiente al tema "Generali e bottini di guerra", presentando tre ritratti riconducibili ad un tipo raffigurante forse proprio Lucio Emilio Paolo e il noto cratere di Mitridate VI Eupatore, di cui si conoscono con sicurezza le circostanze dell'arrivo nell'Urbe (fu infatti esibito nel corso del trionfo di Pompeo su Mitridate). La corrispondenza tra ambiente e contenuti poteva essere tuttavia evidenziata nel pannello informativo, tanto più che nel fregio, in maniera singolare, l'accento è posto sulla raffigurazione delle statue e delle pitture razziate in Grecia; il visitatore rischia insomma di non far caso a questa scena molto interessante, in cui può vedere espresso in immagini un tema cui si fanno molti rimandi nel corso del percorso espositivo. Sempre a proposito del rapporto con la sede della mostra, va altresì notato qualche punto in cui la collocazione delle opere temporaneamente esposte finisce per nuocere alla leggibilità delle decorazioni e delle iscrizioni, come testimonia una delle foto allegate alla recensione.

Il percorso espositivo: l'allestimento

L'aspetto più criticabile della mostra è sicuramente l'allestimento, cui peraltro ha lavorato anche la scenografa Margherita Palli che in passato, in collaborazione con Luca Ronconi, aveva elaborato soluzioni espositive di grande effetto, a cominciare dalla bellissima 'messa in scena' della mostra su Sebastiano del Piombo a Palazzo Venezia. Come spesso accade, ad un grande investimento finanziario - provato dal gran numero di sostegni, vetrine, teche, pannelli realizzati ad hoc - non corrisponde l'efficacia dei risultati. Nei due piani del Palazzo dei Conservatori l'assetto è, in verità, accettabile: anzi, quasi tutti i pezzi sono osservabili da più lati e l'illuminazione artificiale si integra quasi sempre molto bene con quella naturale. Tutt'al più si segnala, all'interno di un percorso che è piuttosto lungo, la carenza di sedie (a parte quelle dei custodi, che diventano una ghiotta preda per i visitatori); e non si può tacere il notevole ingombro della grande stella a dodici punte al centro della Sala degli Orazi e dei Curiazi, sopra la quale sono disposti i marmi provenienti da Atene.

La situazione si fa critica al terzo piano (che è poi l'ultimo piano di Palazzo Caffarelli, solitamente riservato alle esposizioni temporanee), ed è un vero peccato, perché il livello dei pezzi esposti si mantiene molto alto, anzi se possibile migliora ulteriormente (si va dai bronzi della Villa dei Papiri alla kline di Amiternum). La moquette blu e i pannelli dello stesso colore che fasciano le pareti - animati qua e là dal motivo della stella a dodici punte - non sembrano le soluzioni più indicate per l’esposizione di sculture antiche; la luce freddissima, adottata forse per motivi di risparmio energetico, ricorda quella al neon ed ha l'effetto di rendere abbacinanti i marmi (in barba alle attuali ricerche sui colori della statuaria antica...); i lati di alcuni manufatti sono completamente al buio e il puntamento dei faretti sui busti è del tutto scorretto. La sorte peggiore tocca a quel vero e proprio simbolo della sopravvivenza dell'Antico che è lo Spinario: ‘in castigo’ in un angolo, sotto una luce impietosa, con la stella che deflagra sotto il suo piedistallo, lo si poteva ben lasciare nella sua usuale collocazione al primo piano, nella Sala dei Trionfi, illuminato dal morbido chiarore che filtra dalle finestre.

 

Autore/autrice scheda: Fabrizio Federici