Tasti di scelta rapida del sito: Menu principale | Corpo della pagina | Indice delle News
sei in: Home » Luigi Moretti architetto. Dal razionalismo all'informale
Galleria

Veduta dell'unico, grande ambiente in cui è allestita la mostra
Due foto di Gabriele Basilico che ritraggono la splendida sede della Gioventù Italiana del Littorio a Trastevere, esaltandone il verticalismo e la purezza delle linee
Una delle belle gigantografie che sovrastano il pubblico
Le vetrine al centro della sala
Un inspiegato gallinaceo accoglie il visitatore
I visitatori si sforzano di capire cosa ci faccia un Furini in una mostra su Luigi Moretti, ma non c'è nulla o nessuno che lo spieghi
Un visitatore esamina attentamente il grande pannello sinottico
La maestosa struttura che fa da portale d'ingresso all'esposizione
Modelli lignei di architetture morettiane
L'utile 'volumone' di approfondimento, posto a conclusione del percorso espositivo
L'immagine evidenzia l'ingegnosa soluzione della luce che promana dai supporti curvilinei delle gigantografie
Una porzione del grande pannello sinottico in cui si ripercorre la biografia di Moretti, accostandola alle sue più significative realizzazioni e agli sviluppi dell'architettura in Italia e nel resto del mondo
Due bei 'rendering' a tempera
Una foto che davvero non ci si aspettava di dover scattare: secchi raccolgono la pioggia che entra dalla copertura a vetri del vasto ambiente d'ingresso del museo
I "modelli volumetrici" affissi ad una delle pareti
Alcuni visitatori guardano i filmati presentati sullo schermo: peccato che siano costretti a stare in piedi...
La pioggia non si arresta, e i secchi si moltiplicano
Veduta della parete con le foto di Gabriele Basilico che ritraggono architetture di Moretti e che sono state scattate in occasione della mostra. I modelli visibili in primo piano, purtroppo, impediscono di avvicinarsi alle foto e soprattutto di leggerne agevolmente le minute didascalie
Una delle belle vetrine con disegni, documenti, fotografie
Tag-Cloud

opere sale contemporanea patrimonio salani galleria firenze trieste quattrocento percorso uffizi madonna degli come nelle sezione della alla palazzo sono
Mostra

Luigi Moretti architetto. Dal razionalismo all'informale

Roma, MAXXI 30 maggio 2010 - 28 novembre 2010

Veduta d'insieme della vasta sala in cui è allestita l'esposizione, con le gigantografie in alto e in basso le vetrine
Veduta d'insieme della vasta sala in cui è allestita l'esposizione, con le gigantografie in alto e in basso le vetrine

Share |

Ritorno al MAXXI

Archiviato il lungamente atteso finesettimana conclusivo del mese di maggio che, in un tripudio di buffet e lustrini, dovrebbe aver proiettato Roma nell'Olimpo delle capitali mondiali dell'arte contemporanea (grazie all'apertura del MAXXI, all'inaugurazione della nuova ala del MACRO e alla fiera "The road to contemporary art"), varco di nuovo l'ingresso della maestosa mole disegnata da Zaha Hadid. A sei giorni dalla festa inaugurale, si notano subito alcuni aspetti che lasciano interdetti: non è ancora disponibile una piantina dell'edificio da consegnare ai visitatori, che si trovano immersi in un'architettura 'organica' come quella della Hadid, in cui non è facile orientarsi; oppure, dalle categorie cui è concesso l'ingresso gratuito sono esclusi gli studenti di storia dell'arte, archeologia e architettura, cui pure tale privilegio dovrebbe spettare, essendo il MAXXI un museo statale (figura nella lista di queste istituzioni sul sito del MiBAC, e d'altra parte la qualifica di "nazionale" nella sua intestazione non parrebbe lasciare dubbi; qui un elenco delle categorie esentate dal pagamento del biglietto nei musei statali).

Una volta conclusa la visita alla mostra su Luigi Moretti, poi, mi sono trovato di fronte ad una scena surreale (testimoniata da un paio di foto allegate): mentre sulla città imperversava un violento temporale, da uno dei vetri che costituiscono parte della copertura del vasto ambiente d'ingresso ha cominciato a scendere - a causa di un difetto della guarnizione - un abbondante scroscio di gocce di pioggia, che si è subito tentato di raccogliere in variopinti secchi. Quel piccolo diluvio mi è sembrato spazzar via settimane di retorica trionfalistica.

Beninteso, si capiscono benissimo le difficoltà cui può andare incontro, in fase di rodaggio, una struttura vasta e complessa quale è il MAXXI, né si vogliono assolutamente sminuire l'impegno e la competenza del personale del museo che, dai custodi ai dirigenti, ce la sta davvero mettendo tutta. Ci è parso doveroso, tuttavia, evidenziare gli aspetti problematici richiamati più sopra, per una duplice ragione: da un lato per criticare la moda delle aperture-spettacolo di strutture che in realtà non sono ancora pronte al grande passo (l'apertura della nuova ala del MACRO, d'altra parte, non è stata che una preview di qualche giorno, e se ne riparla forse alla fine di quest'anno; e quante volte è stata inaugurata l'Ara Pacis?); dall'altro si vuole puntare il dito contro l'attitudine tipicamente romana alla 'pecionata', ovvero contro la ricorrente presenza di grossolane sbavature in contesti che hanno invece ambizioni di grandeur e raffinatezza (si veda ad esempio la recensione della mostra sui marmi di Ascoli Satriano, con il suo allestimento sofisticato e le sue vetrine clamorosamente luride).

Moretti, un giovane promettente

Premesse queste considerazioni, ci si può avviare verso l'entrata della mostra su Moretti; tuttavia, prima di iniziare la visita, c'è tempo per un'ulteriore riflessione, che è stata sulla bocca di molti in queste ultime settimane. La domanda sorge spontanea: cosa c'entrano Moretti o Gino De Dominicis - o molte delle opere esposte nella mostra "Spazio" - con il XXI secolo, cui la nuova istituzione sarebbe consacrata? In effetti ci si sarebbe aspettato qualcosa di maggiormente contemporaneo per l'apertura del museo. D'altra parte, la collezione stessa del MAXXI - che si è iniziato a mettere in piedi, è bene ricordarlo, a costruzione dell'edificio già avviata, a sottolineare una volta di più, in maniera emblematica, l'ormai acquisita supremazia del contenitore sul contenuto, perlomeno nell'ambito dell'arte contemporanea - la collezione del museo, si diceva, riprende il filo da dove lo lasciano le raccolte della Galleria Nazionale d'Arte Moderna, ovvero dagli anni Sessanta del Novecento, e dunque una parte minoritaria delle trecento opere sinora radunate è stata prodotta negli ultimi dieci anni. Siamo in ogni caso all'inizio dell'avventura del 'Beaubourg italiano' ed è presto per trarre conclusioni: vedremo con il prosieguo dell'attività espositiva del museo se sarà il caso - speriamo di no! - di togliere la I finale dal suo nome, e se toccherà accontentarci di un meno innovativo MAXX.

La solitudine del visitatore

Detto quello che occorreva dire sul museo, si può iniziare la visita alla mostra, alla quale si accede attraverso una sorta di maestoso arco d'ingresso, montato per l'occasione. Accanto all'arco, due pannelli - uno in italiano e uno in inglese - introducono all'esposizione, tracciando una breve biografia di Luigi Moretti (1906-1973) e spiegando le ragioni della rassegna. I pannelli in questione rappresentano una felice eccezione, per un duplice motivo: da un lato, costituiscono gli unici pannelli presenti (lungo il percorso espositivo, infatti, la comunicazione è limitata ai cartellini dei singoli pezzi); dall'altro, i cartellini delle opere sono solo in italiano, a dispetto delle ambizioni internazionali del neonato museo. La cosa non sarebbe drammatica in sé, qualora al visitatore venisse gratuitamente distribuita all'ingresso - come avviene per le altre tre mostre inaugurali, "Spazio" e quelle dedicate a De Dominicis e all'artista turco Kutlug Ataman - un'agile guidina, da sfogliare nel corso della visita. Nel caso di Moretti, tuttavia, tale guida non è stata stampata, per ragioni davvero incomprensibili. La quasi totale mancanza di comunicazione, pertanto, costituisce il maggior limite della rassegna: il visitatore è lasciato da solo, e la cosa è tanto più grave, trattandosi di una mostra di architettura, disciplina ostica per il suo linguaggio tecnico e la sua pratica progettuale non facile da decifrare. In numerosi punti si vorrebbero maggiori informazioni, a cominciare proprio dall'inizio: accanto al duplice pannello di esordio, infatti, si trova una scultura raffigurante un uccello dai caratteri orientaleggianti, che tiene nel becco una campanella. Che ci fa il pennuto all'ingresso di una mostra incentrata su un architetto italiano del Novecento? La didascalia aiuta davvero poco: "Anonimo, s[enza] d[ata], Araba fenice, bronzo, collezione privata". Mah...

Il percorso espositivo

Varcato l'arco, ci si trova di fronte ad un ambiente molto vasto. Ricchissimo e vario è il materiale esposto, che comprende disegni e tempere – in gran parte inediti e provenienti soprattutto dall’Archivio Centrale dello Stato e dall’Archivio del Moderno di Mendrisio –, modelli, fotografie, filmati. Parte di questo variegato insieme è affissa alle pareti della sala, parte è esposta al centro dell'ambiente, in lussuose teche (per i disegni) o su piedistalli (per i modelli). Dal soffitto pendono gli elementi più interessanti dell'allestimento, grandi supporti curvilinei su cui sono impresse gigantografie di foto d’epoca delle architetture di Moretti: la soluzione si fa apprezzare per la suggestione delle immagini, per il fatto che i supporti sono funzionali anche all'illuminazione (che piove da neon schermati collocati lungo il lato inferiore dei supporti stessi, come si vede in una delle fotografie allegate) e perché gli elementi curvilinei riprendono le linee dell’ultima produzione del maestro, nonché quelle ideate da Zaha Hadid per il museo.

Le prime opere che si incontrano riguardano le architetture progettate dal giovane Moretti per il regime fascista. Ci sono belle tempere che raffigurano il progetto dell'architetto romano per il Palazzo del Littorio (benvenute sarebbero alcune notizie sull'importante concorso bandito dal regime, sull'area in cui l'edificio doveva sorgere - la Via dell'Impero - e sul dialogo che il nuovo era tenuto a intessere con l'antico); progetti e schizzi sono relativi ad altre stupende architetture razionaliste di Moretti, come l'edificio riservato alla scherma al Foro Italico o il palazzo della GIL (Gioventù Italiana del Littorio) a Trastevere. Nelle teche si succedono i disegni e gli schizzi, e latitano le informazioni, così come mancano foto di accettabile grandezza delle opere poi realizzate. Alla parete opposta rispetto a quella delle tempere sono affissi alcuni modelli in gesso di "rappresentazioni volumetriche" di famosi edifici del passato. Il visitatore li scruta con insoddisfatta curiosità: di cosa si tratta esattamente? Che uso se ne faceva nello studio di Moretti?

Ritornando alla parete con le tempere, si incontra uno schermo sui cui si possono guardare interessanti filmati d'epoca, brevi interviste a Moretti, etc.: peccato che i visitatori siano costretti a vederli in piedi o al massimo, nel caso dei più stanchi, appoggiandosi alle vetrine. Approntare una saletta separata, con le sue brave seggioline, sarebbe stata la soluzione più indicata, e così si sarebbero potuti proiettare anche altri filmati, e di maggiore durata. Oltrepassato lo schermo, poi, si giunge al punto del percorso in cui l'assenza di informazioni pesa di più: una parete è occupata da un'accolita parecchio eterogenea di opere d'arte, che comprende un Fontana, un Furini, un Capogrossi, altri uccelli bronzei come quello iniziale. La connessione con Moretti è davvero oscura e difficilmente il visitatore può trovare la chiave del mistero, che a me è stato svelato da una gentilissima addetta stampa del museo: la parete vorrebbe visualizzare l'attività di Moretti come collezionista e mercante d'arte, e dunque si espongono opere che sono state di proprietà dell'architetto. Mi si consenta poi una pedanteria da secentista: il laconico cartellino del quadro di Francesco Furini riporta, oltre al nome dell'autore, il solito "s[enza] d[ata]" e il titolo di "Nudo". Senza pretendere una datazione precisa dell'opera (che pure, con un minimo sforzo, non sarebbe impossibile), se ne poteva almeno indicare il soggetto (si tratta di una delle numerose versioni dell'Andromeda dipinta dal fiorentino) e si potevano mettere le date di nascita e di morte del pittore, certo non dei più noti al grande pubblico.
Tra gli elementi che meritano di essere segnalati, va menzionata la grande tavola cronologica illustrata che occupa un'intera parete e nella quale i principali avvenimenti della vita di Moretti scorrono in parallelo alle sue realizzazioni e alle più importanti tappe dell'architettura italiana ed internazionale. Lo strumento è di grande utilità per il visitatore; opinabile è tuttavia la scelta di disporre al di sotto del pannello una lunga vetrina, in cui sono esposti disegni relativi a progetti che non risalgono agli anni illustrati nelle porzioni della tavola che li sovrastano, cosicché lo spettatore è affaticato dallo sforzo di dover seguire contemporaneamente due percorsi cronologici distinti.

In conclusione

Chi visita la mostra su Moretti ha il suo da fare, insomma, ad orientarsi. E non solo per la carenza di un'adeguata comunicazione, che si è già sottolineata, ma anche perché nella presentazione del ricchissimo materiale sembrano mancare la chiarezza e la linearità che renderebbero più profittevole la visita. Forse sarebbe stato meglio esporre meno e in maniera più leggibile, ad esempio coagulando maggiormente le diverse tipologie di pezzi - disegni, schizzi, modelli, foto - intorno agli edifici o ai progetti cui si riferiscono, senza frazionarli lungo il percorso espositivo. L'impressione è quella di una mostra che vuol mostrare troppo e parlare troppo poco: il rischio è quello di ingenerare una sensazione di sazietà, o addirittura di stordimento, nel pubblico. Ed è un vero peccato, perché non si discutono il valore e la serietà scientifica di un progetto espositivo lungamente meditato.

Autore/autrice scheda: Fabrizio Federici