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Galleria

Lo stipo luminoso che accoglie le quindici maschere pompeiane. Dall'intervento di Paolo Bolzani (catalogo)
Maschera comica - seconda metà del I secolo d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale (da Ercolano, Casa dei Cervi)
Cratere a volute apulo con coperchio - inizio IV secolo a.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale (da Ruvo di Puglia)
Lucerna a volute con scena teatrale - I secolo d.C. Modena, Museo Civico Archeologico Etnologico (da Modena, Via Emilia Est-Tangenziale Pasternak)
Oscillum con maschera tragica - I secolo a.C. / I secolo d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale (da Pompei)
Maschera dell'Atellana: Bucco - I secolo d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale (da Pompei)
Lekythos apula a figure rosse - seconda metà del IV secolo a.C.Napoli, Museo Archeologico Nazionale (da Fasano)
Maschera di gesso (Atellana?) - I secolo d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale (da Pompei)
Attore con maschera - seconda metà del I secolo d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale (da Pompei)
Pavimento musivo - età augustea. Piacenza, Musei Civici di Palazzo Farnese (da Piacenza, Via XX Settembre)
Maschera di Aiao - I secolo d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale (da Pompei)
Statua di Livia - seconda metà del I secolo d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale (da Ercolano, Teatro)
Cratere a campana attico a figure rosse - 410/400 a.C. Ferrara, Museo Archeologico Nazionale (da Spina, Valle Pega, tomba 161 C)
Statua di L. Mammius maximus - Seconda metà del I secolo d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale (da Ercolano, teatro)
Il piccolo teatro. Disegno dall'intervento di Paolo Bolzani (catalogo)
Modello di frons scenae - III/II secolo a.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale (provenienza ignota)
Cratere a volute a figure rosse (cosiddetto Vaso di Pronomos) - 400 a.C circa, Napoli, Museo Archeologico Nazionale (da Ruvo di Puglia)
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Mostra

Histrionica. Teatri, maschere e spettacoli nel mondo antico

Ravenna, Complesso di San Nicolò 20 marzo 2010 - 12 settembre 2010 (prorogata al 10 ottobre 2010)

La locandina di Histrionica
La locandina di Histrionica

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Nel mondo romano il teatro rivestì fin dalle origini un ruolo di primaria importanza. Questa imprescindibile componente della cultura antica rimane però ancora in parte misteriosa e sfuggente. Quali furono le funzioni religiose e apotropaiche che ne segnarono i primi sviluppi, quale e di che portata sia l’influenza della Grecia, così discussa sia dal punto di vista letterario  che materiale e artistico, quale quella delle componenti autoctone e delle ristrette realtà culturali con le quali Roma ebbe a che vedere in un periodo in cui, assieme al suo potere militare e politico, creava e consolidava la propria cultura, rimangono questioni di difficile soluzione. Il teatro fu una delle prime forme in cui si esemplificò il nascente spirito romano se è vero che fu Livio Andronico, greco di Taranto, a presentare per la prima volta una fabula a Roma e ad aggiudicarsi così l’onore di avere dato l’avvio alla letteratura latina. Il teatro entrò molto presto nelle case prestando temi ed elementi alla decorazione parietale e musiva, ma anche a quella dei piccoli oggetti di uso quotidiano, più o meno ricercati.
Proprio il teatro, le sue maschere e i suoi personaggi sono in mostra fino al prossimo 12 settembre a Ravenna, in un allestimento dall’innegabile fascino tutto dedicato alle città campane di Pompei ed Ercolano e a quelle dell’area emiliano-romagnola.

La mostra è ospitata nella chiesa dell’ex-convento di San Nicolò, un ambiente di grande prestigio e suggestione. I lacerti di affreschi tre-quattrocenteschi affiorano qua e là lungo il percorso, non obliterati da teche e pannelli ma esaltati dalla sapiente illuminazione dell’ambiente. All’ingresso del percorso il visitatore è accolto da due calchi ottocenteschi delle erme con le personificazioni della Tragedia e della Commedia (originali dalla Villa Adriana di Tivoli, oggi ai Musei Vaticani). Sulla sinistra, una citazione da Saviano di Marsiglia (De gubernatione Dei VI, 49) sottolinea il legame di Ravenna con il teatro: a teatro i suoi abitanti sono un modello di comportamento.

Siamo nella prima sezione della mostra, Il teatro e le maschere nella ‘domus’ romana, dedicata alla forte presenza dell’elemento teatrale negli arredi che facevano da sfondo alla vita di tutti i giorni, dai raffinati mosaici pavimentali (una soglia con maschere e frutti da Imola, un emblema circolare con cigni e cetra centrale da Piacenza) alle statue e ai rilievi in marmo, fino alle piccole statuette di comici sileni e alle semplici decorazioni di lampade e lucerne prodotte in serie.
Integrano la sezione sei fotografie, tra le quali spicca quella che riproduce il celebre mosaico pompeiano di Dioscuride, una delle tre attestazioni finora conosciute della raffigurazione del primo atto delle perdute Synaristosai menandree.

La seconda sezione, La bottega dell’arte di Pompei, ospita un gruppo di quindici maschere in gesso, provenienti dai depositi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Due maschere presentano in corrispondenza della bocca le incisioni “BVCO” (uno dei personaggi fissi dell’Atellana) e “AIAIO” (personaggio finora sconosciuto). Questi pezzi, rivenuti una sera di gennaio nel lontano 1749, non hanno ricevuto la dovuta attenzione fino a tempi recenti. Che si tratti di modelli evidentemente provenienti da un laboratorio artigianale sembra ormai fuori di dubbio: il mistero avvolge ancora la destinazione di questi modelli. Campionario per oscilla o decorazioni a forma di maschere, come le decine che possiamo ammirare esposte, o ancora reali maschere da usare sul palco? La scenografica presentazione dei quindici pezzi, disposti su una scaffalatura a tre livelli, richiama efficacemente sia la loro probabile natura di campionario, sia il loro eventuale collegamento con le maschere reali, come suggerito dalle due gigantografie delle famose miniature con le maschere poste in bell’ordine in uno stipo, tratte da due manoscritti dell’Andria di Terenzio.
Notizie a proposito di questi interessanti reperti così lungamente bistrattati si possono trovare nel breve saggio di Maria Rosaria Borriello, che attualmente se ne sta occupando, nel catalogo della mostra.
 
La terza sezione, Gli edifici teatrali romani, mira a offrire al pubblico un’idea dell’architettura e della decorazione dei teatri. Sono esposti pannelli, fotografie, plastici e disegni ricostruttivi dei principali teatri romani giunti fino ai nostri giorni: Napoli, Teano, Aosta e, ovviamente, Pompei ed Ercolano. Proprio dal teatro di Ercolano provengono i due pezzi più scenografici, la statua bronzea di L. Mammius Maximus con la relativa dedica da parte dei concittadini riconoscenti e quella di Livia. Proprio la bella statua della moglie di Augusto, scenograficamente collocata in posizione elevata al di sopra di una grande fotografia in prospettiva della cavea del teatro, è al centro dell’ambiente principale della mostra, ed è visibile da molti dei vani minori.
Completano il quadro altri piccoli oggetti rinvenuti nei teatri emiliani: due statuette di Afrodite, forse legate a strutture a carattere religioso in qualche modo in relazione con il teatro di Bologna, e un oscillum con satiro e due maschere di marmo appartenenti probabilmente alla decorazione del teatro di Parma. Un pannello dal titolo L'ingresso a teatro riporta fotografie di tessere per l’accesso a teatro provenienti da alcune città emiliano-romagnole: particolarmente commovente la tessera a pesciolino col numero III usata per accedere allo scomparso teatro di Mutina.

La quarta sezione, Il teatro romano. La commedia, la tragedia, i personaggi offre, oltre a un cratere napoletano con rappresentazione fliacica e una hydria da Nola con scene di scuola di danza, una cospicua raccolta di maschere, dipinte a sgargianti colori sulle pareti delle case pompeiane ed ercolanesi o realizzate in marmo o terracotta, talvolta ancora vivacizzata da tracce di pittura. Plasmate, scolpite o dipinte sono accompagnate da un elenco delle tipologie di maschere tratto dall’Onomastikon di Giulio Polluce.
Un pezzo particolarmente pregevole è il piccolo lacerto di affresco, proveniente da Ercolano, con la raffigurazione del poeta (o attore) che guarda pensieroso e ispirato una maschera tragica tra le mani di un inserviente.
Alla fine della sezione lo spazio si apre su un piccolo teatro in miniatura, con tanto di cavea a gradoni, su cui il visitatore può riposarsi qualche minuto, e piccola orchestra. La scena ospita otto oscilla in marmo a maschera tragica e comica, quasi a decorare la frons scaenae come in un reale teatro antico.

La quinta e ultima sezione stranamente riguarda gli inizi del teatro. E’ aperta da una statuetta di Dioniso di provenienza pompeiana, che rimanda al titolo della sezione, Dioniso, alle origini del teatro. Un solitario ritratto di Euripide è l’unico richiamo diretto a chi il teatro l’ha scritto.
Il nucleo principale della sezione è rappresentato da ceramiche apule, campane e attiche con scene variamente “teatrali”, dalla rappresentazione vera e propria di scene di tragedie e commedie talvolta giunte fino a noi, a elementi dionisiaci e scenici in senso lato, come la raffigurazioni di personaggi del tiaso dionisiaco. Spicca il famoso Vaso di Pronomos, con la raffigurazione della preparazione di uno spettacolo teatrale alla presenza di Dioniso e Arianna.
Alla sezione V appartiene anche il gruppo di vasi provenienti dalla necropoli di Spina e conservati nel Museo Archeologico di Ferrara, proposti in una apposita stanzetta buia, collocata però al di fuori della sezione, tra il campionario di quindici maschere pompeiane e la statua di L. Mammius Maximus.

Un’ultima sezione, esterna al percorso vero e proprio, è sorprendentemente dedicata a Sarah Bernhardt, con fotografie in abiti di scena.
Un filmato un po’ datato sulla spettacolare collezione di maschere in terracotta dalle necropoli eoliane conservate nel Museo Archeologico Eoliano di Lipari è proposto in una saletta, come completamento del percorso.

Teatri, maschere e spettacoli. Le promesse del titolo sono mantenute appieno: nella terza sezione il visitatore può avere un assaggio delle strutture teatrali vere e proprie e delle decorazioni ad esse connesse, mentre le sezioni I, II e IV offrono un campionario esauriente delle maschere teatrali. Gli spettacoli e la loro lunga preparazione sono raffigurati nelle eleganti o divertenti scene che decorano i numerosi vasi della quinta sezione. Ma il dramma, soprattutto tragico, è anche mito. Questo elemento avrebbe potuto essere sviluppato maggiormente in una mostra sul teatro antico, che ha nel bagaglio culturale e religioso delle sue storie di dei ed eroi un fondamento indiscusso.
Molti dei vasi esposti nella quinta sezione sono decorati con scene derivate in maniera diretta da tragedie a noi pervenute (in particolare l’Orestea e l’Ifigenia in Tauride). Chi non conosce trame e personaggi fatica a comprendere come le decorazioni dei vasi abbiano talvolta un fedele riscontro nei testi, integri o frammentari, a noi pervenuti. Sorprende ancora di più, nella prima sezione dedicata agli elementi teatrali rintracciabili nella decorazione delle domus, la completa mancanza di esempi, magari anche solo fotografici, di pitture a carattere mitologico presumibilmente derivate dalla tragedia. A parte la foto del mosaico di Dioscuride con le Synaristosai, a giudicare dagli esempi in mostra sembrerebbe che l’elemento 'teatrale' nella casa romana si riducesse alla semplice anche se frequente rappresentazione di quello che del teatro è in fondo un elemento accessorio, la maschera, e di qualche goffo sileno ubriaco.

La sezione sull’origine del teatro è inspiegabilmente proposta alla fine del percorso, spezzata in due parti. Sarebbe forse stato più sensato proporla all’inizio, aggiungendo magari qualche notizia in più sugli autori, in particolare i tre massimi ateniesi, a cui allude solamente il ritratto di Euripide nell’ultima sezione, ed eventualmente qualche spiegazione in più sulla problematica origine del teatro greco e su quella quasi altrettanto problematica del teatro latino.
Il piccolo omaggio a Sarah Bernhardt non può che essere considerato tale: il fatto che sia venuta a Ravenna a ispirarsi per la sua Teodora non ha alcun legame con il tema della mostra. Se voleva essere un audace tentativo di collegare, come si usa oggi, il passato al presente risulta certamente maldestro.

Esaurita la pars destruens non si possono non riconoscere a Histrionica alcuni innegabili meriti. Innanzitutto la sempre lodevole iniziativa di esporre pezzi ancora in fase di studio e soprattutto di cogliere l’occasione della mostra per disseppellire dai vastissimi depositi napoletani reperti che, anche se non straordinari, meritano comunque attenzione, in particolar modo da parte degli esperti. Alcuni pezzi poi sono davvero interessanti: le quindici maschere di gesso pompeiane, l’elegantissima statua di Livia e quella di L. Mammius Maximus, il Vaso di Pronomos. Provocano un certo impatto sullo spettatore le decine e decine di maschere in terracotta o in più nobile marmo con le orbite vuote e le bocche spalancate ad esprimere terrore o in un ghigno grottesco.

Due sono i poli di provenienza delle opere esposte: l’Emilia-Romagna e la Campania di Pompei ed Ercolano. In particolare è dalla zona di Ferrara che proviene la maggior parte dei reperti 'locali', come la ricca collezione di ceramiche da Spina, ma tutte le principali città romane della regione sono rappresentate: Imola, Piacenza, Parma, Bologna, Rimini, Reggio Emilia, Modena e, naturalmente, Ravenna. Il saggio di Chiara Guarnieri, raccolto nel catalogo, offre una panoramica sui quattro teatri romani finora individuati nella Regione, i teatri di Bologna, Parma, Rimini, Mevaniola, in pendant con il saggio di Valeria Sampaolo sui teatri della Campania, presentati mediante foto o plastici in mostra.

In generale molto positiva, a parte quanto notato in precedenza, l’organizzazione dell’esposizione. Particolarmente suggestiva la collocazione della statua di Livia sulla sommità della 'cavea' del teatro di Ercolano, da dove domina gran parte della mostra, e la disposizione delle maschere pompeiane in uno stipo luminoso che richiama quella delle maschere dell’Andria di Terenzio pronte per la rappresentazione, e al tempo stesso la vetrina di una fornita bottega della Pompei del I secolo d.C. La cura particolare riservata alla presentazione delle opere scelte è messa in evidenza anche nel catalogo, che ospita un breve intervento dell’architetto Pietro Bolzani a proposito degli obiettivi e dei criteri guida seguiti nell’allestimento della mostra.

 

Autore/autrice scheda: Chiara Ballestrazzi