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Galleria

Ingresso alla Villa Aurea
Giacomo Manzù, Tebe seduta, 1983-2004, bronzo
Mimmo Jodice, El-Djem, 1994, stampa al bromuro d'argento
Pannello biografico collocato lungo il percorso di visita
AES+F, Last Riot 2, 2007, alluminio e smalto
Giacomo Manzù, Fauno, 1968-2004, bronzo
Mimmo Paladino, Senza Titolo, 1992, tecnica mista
Il Tempio di Zeus
Arman, Giocoliere di Notre Dame, 1995, bronzo
Carin Grudda, Terone tiranno, 2008, bronzo
Afro Basaldella, Scala d'oro, 1975, arazzo in lana a dieci colori
Beatrice Caracciolo, Carro, 2006, zinco, vetro e legno
Giuseppe Maraniello, Chiaroscuro, 2007, bronzo
Umberto Mastroianni, Novizio, 1934, bronzo
Croce Taravella, Nuovo Telamone
Emilio Greco, Grande figura seduta n. 2, 1969, bronzo
Igor Mitoraj, Dea ferita, 2005, bronzo
Gregorio Botta, Pozzo concluso, 2007-2010, cera, vetro, ferro e acqua
Patrizia Guerresi, Light Signs, 2000, bronzo
Carin Grudda, Blau Miau, 2002, bronzo
Ernesto Lamagna, Angelo della Valle, bronzo
La cella del Tempio di Zeus
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Mostra

Arte contemporanea per il Tempio di Zeus

Agrigento, Valle dei Templi 19 marzo 2010 - 3 ottobre 2010

Francesco Messina, Bianca, 1938-1990, marmo
Francesco Messina, Bianca, 1938-1990, marmo

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L’arte contemporanea incontra l’arte classica nello strepitoso scenario della Valle dei Templi di Agrigento, dove per la prima volta sono esposte circa 50 opere di artisti italiani e stranieri che al termine della mostra saranno battute all’asta da Christie’s; il ricavato sarà destinato al restauro e all’anastilosi di uno dei maestosi Telamoni del Tempio della Concordia.
In un suggestivo percorso che si snoda tra la Villa Aurea, la necropoli paleocristiana e il Tempio di Zeus sono esposte le opere di artisti di spicco del panorama internazionale da Giacomo Manzù ad Arman, da Afro al gruppo AES+F, selezionati dal MACRO, il Museo di Arte Contemporanea di Roma, che è tra i promotori dell’iniziativa.

La visita ha inizio dall’ottocentesca Villa Aurea, la dimora di proprietà del capitano inglese sir Alexander Hardcastle che nella prima metà del Novecento finanziò numerosi scavi archeologici nella Valle, condotti in collaborazione con l’archeologo Pirro Marconi. Alcune sale della villa e l’annesso giardino, che ingloba i resti della necropoli paleocristiana del III – VI secolo d.C., sono aperti al pubblico in via eccezionale in occasione della mostra. Nel cortile antistante la scala di accesso sono esposti il gruppo mitologico Last Riot 2 del collettivo moscovita AES+F; il Giocoliere di Notre Dame di Arman Fernandez, uno dei maggiori esponenti del Nouveau Réalisme; il Carro in zinco, vetro e legno di Beatrice Caracciolo, artista che pone al centro della sua ricerca la rappresentazione di una possibile forma di bellezza quotidiana.
L’esposizione continua nelle sale di Villa Aurea: tra le opere esposte si segnalano il Nuovo Telamone di Croce Taravella, il Pozzo concluso di Gregorio Botta e l'Angelo della Valle di Ernesto Lamagna, tutte realizzate in occasione della mostra. Da menzionare pure El Djem di Mimmo Jodice, stampa al bromuro d’argento del 1994, le tele d’astrazione di Afro Basaldella e quelle di uno dei maggiori esponenti della Transavanguardia, Sandro Chia.

Di grande impatto visivo il percorso espositivo ricavato nel giardino botanico della Villa, dove numerose varietà di piante mediterranee e il paesaggio dei templi fanno da sfondo al Novizio di Umberto Mastroianni, al bronzo raffigurante la Dea ferita di Igor Mitoraj, al Blau-Miau bronzeo di Carin Grudda, alla Tebe seduta di Giacomo Manzù. Al termine della visita resta però il rammarico per l’esclusione dall’itinerario dei resti dei due apogei paleocristiani ubicati nel giardino, solitamente non fruibili dai visitatori perché la Villa Aurea ospita gli uffici tecnici del Parco Archeologico.

La mostra termina nella cella dell’imponente Tempio di Zeus, senza dubbio la sezione più suggestiva dell'intero percorso espositivo. All’esterno del tempio sono collocati il Fauno bronzeo di Giacomo Manzù, il Terone Tiranno di Agrigento di Carin Grudda, la scultura in bronzo Chiaroscuro di Giuseppe Maraniello e la Grande figura seduta n. 2 di Emilio Greco, adagiata scenograficamente sul crepidoma del Tempio della Concordia. In occasione della mostra è possibile accedere all’interno della cella del tempio, dove campeggia maestosa Bianca di Francesco Messina, scultura in marmo ispirata ai lineamenti della moglie dello scultore, in uno stile che si rifà agli archetipi classici. 

Al di là dell’intento di far dialogare l’arte classica e quella contemporanea, risolto in un confronto più estetico che concettuale, non si rintraccia un tema di fondo che sottenda la mostra. Ciascun artista ed erede di artista coinvolto nel progetto ha donato opere concepite per altri contesti espositivi e solo in rari casi le creazioni sono state ideate per dialogare nel contenuto e nella forma con i monumenti del Parco Archeologico. L’esposizione è un’occasione per ammirare le installazioni di artisti appartenenti al 'gotha' dell’arte contemporanea godibili in sé, senza che vi sia un preciso fil rouge che le colleghi fra loro e agli edifici classici. L’impressione che ne deriva è quindi di un’esposizione poco organica, che punta soprattutto a stupire il visitatore tramite l’allestimento scenografico delle opere esposte.
Il punto forte della mostra è proprio l’allestimento, che è il risultato della collaborazione tra architetti, archeologi ed esperti di arte contemporanea, che sono riusciti ad integrare le forme e le cromie delle opere contemporanee con la maestosità dei resti monumentali della colonia greca di Akragas.

Nonostante l’ideazione di soluzioni espositive di grande effetto, come la collocazione della Bianca di Messina che con il suo plastico realismo sembra avanzare nello spazio sacro della cella del tempio - che dopo secoli torna ad essere abitato da un simulacro -, la mostra evidenzia significative carenze, specialmente nell’apparato di comunicazione al pubblico. Il visitatore può contare, per la lettura del percorso espositivo, solo sugli essenziali pannelli biografici relativi agli artisti, in italiano e in inglese, che riportano anche le didascalie dei pezzi esposti. E’ invece impossibile reperire informazioni sulle singole opere, sul loro significato e sul contesto espositivo originario, perché non sono previsti né pannelli esplicativi né tantomeno piccole guide che avrebbero agevolato al visitatore l’intelligibilità dell’intero percorso. Lo stato già lacunoso dell’apparato informativo è aggravato dall’assenza del catalogo della mostra che, pur previsto dai curatori, dopo tre mesi circa dall’inizio della rassegna non è ancora disponibile presso il bookshop del Parco.
 
Nel complesso la mostra è da ritenersi comunque un’iniziativa lodevole, anche perché garantirà il recupero dei frammenti di uno dei Telamoni del Tempio di Zeus, restituendolo così alla pubblica fruizione; tuttavia si sarebbe potuto curare con maggior attenzione l’apparato informativo, che di fatto risulta quasi completamente assente, limitando l’efficacia di una rassegna potenzialmente interessante.

 

Autore/autrice scheda: Ivana Donato