Tasti di scelta rapida del sito: Menu principale | Corpo della pagina | Indice delle News
sei in: Home » Caravaggio e caravaggeschi a Firenze
Galleria

Uno dei bambini, dall'inquietante aspetto 'alieno', ritratti da Commodi
Uno degli ottimi pannelli informativi che scandiscono il percorso espositivo
Veduta di una delle sale di Palazzo Pitti, con una stremata Maddalena di Jusepe de Ribera
Una delle grandi scritte che individuano le diverse sezioni
Palazzo Pitti: veduta di una delle sale
Un Convito di Gherardo delle Notti conservato alla Galleria degli Uffizi
Un momento di forte emozione: l'Adorazione dei Pastori di Gherardo delle Notti ridotta a brandelli dalla bomba mafiosa di Via dei Georgofili (1993)
Un frangente della proiezione con cui si cerca di supplire al mancato prestito della Resurrezione di Cecco del Caravaggio
Una Madonna col Bambino di Artemisia Gentileschi
Alcuni degli interessantissimi disegni di Andrea Commodi esposti
Una parete con due dipinti di Artemisia; si notino i sostegni che tengono a debita distanza i visitatori e sui quali sono posti i cartellini delle opere
Tag-Cloud

degli percorso salani firenze uffizi sono sale quattrocento nelle patrimonio alla trieste opere sezione galleria palazzo madonna come contemporanea della
Mostra

Caravaggio e caravaggeschi a Firenze

Firenze, Galleria degli Uffizi e Galleria Palatina di Palazzo Pitti 22 maggio 2010 - 17 ottobre 2010 (prorogata al 9 gennaio 2011)

Una parete da brivido: Il costruttore di strumenti musicali di Cecco del Caravaggio, da Atene (sulla destra) e il Convito degli dei dello Spadarino (Uffizi)
Una parete da brivido: Il costruttore di strumenti musicali di Cecco del Caravaggio, da Atene (sulla destra) e il Convito degli dei dello Spadarino (Uffizi)

Share |

La rassegna fiorentina rappresenta un buon esempio di valorizzazione, da parte di un museo o di un insieme di musei, delle proprie raccolte, un interessante caso di 'scavo' nei depositi alla ricerca di opere che, integrate con quelle permanentemente esposte e con alcuni significativi prestiti, siano in grado di narrare una storia. Una mostra insomma "a km 0", particolarmente indicata per tempi di crisi, e di pesanti tagli al settore della cultura, come sono quelli che stiamo vivendo.
Non mancano tuttavia aspetti critici: la sezione degli Uffizi sembra molto più chiaramente organizzata e più coerente rispetto a quella di Pitti, e in fin dei conti è l'idea stessa di aver suddiviso l'iniziativa in due sedi distinte - senza considerare l'appendice di Villa Bardini dedicata ai dipinti della Fondazione Longhi - a non convincere.

Agli Uffizi

La sezione allestita al primo piano degli Uffizi illustra i rapporti tra Caravaggio, i suoi seguaci e Firenze (i Medici, le famiglie nobili, i fiorentini residenti a Roma etc.) attraverso un sapiente montaggio di elementi diversi: la presenza di opere di Merisi nel capoluogo toscano, il passaggio in città di pittori da lui influenzati o l'invio di opere caravaggesche da fuori, il collezionismo mediceo, l'influsso sugli artisti fiorentini. L'allestimento delle sale è improntato all'essenzialità, con un'illuminazione generalmente buona ed elementi divisori che, oltre a costituire il supporto per i cartellini delle opere, tengono i visitatori a debita distanza dai dipinti, silenziosamente, senza che sia necessario ricorrere al consueto strombazzare di allarmi. Meno convincenti i pannelli rosso scuro che fasciano completamente quasi tutte le sale, eleganti sì, ma alla lunga opprimenti. La comunicazione è affidata a ottimi pannelli introduttivi alle diverse sezioni, in italiano e inglese, davvero ben scritti - la cosa è da sottolineare, visto che si incontrano spesso esempi di modesta dimestichezza con la lingua italiana - e che con chiarezza portano per mano il visitatore lungo il percorso espositivo. I loro contenuti vanno integrati con quelli delle didascalie, purtroppo soltanto in italiano.

Ad aprire il percorso è l'urlo stupefatto della Medusa (unico capolavoro di Caravaggio in questa sezione); seguono quindi alcune sale dedicate a caravaggeschi che soggiornarono a Firenze, come Artemisia Gentileschi (con un'ottima e ampia selezione, composta da sette dipinti), Battistello Caracciolo e Theodor Rombouts. Segue quindi una vasta scelta di opere di Gherardo delle Notti, tra cui è particolarmente emozionante l'Adorazione dei pastori, sfigurata dall'attentato mafioso in Via dei Georgofili. E' quindi il turno di un episodio che ha, o meglio avrebbe segnato in profondità gli sviluppi dell'arte fiorentina seicentesca, se le vicende si fossero svolte in un altro modo: mi riferisco alla decorazione degli altari della cappella maggiore di Santa Felicita, di giuspatronato della famiglia Guicciardini, le cui pale furono commissionate nei primi anni Venti del Seicento a tre dei maggiori e più originali seguaci di Merisi attivi a Roma, Cecco del Caravaggio, Giovanni Antonio Galli detto lo Spadarino e lo stesso Gherardo delle Notti. Quando ormai le tele destinate agli altari erano già state eseguite, il progetto andò a monte; e quasi a riproporre la 'maledizione' della Cappella Guicciardini, anche il proposito degli organizzatori della mostra di illustrare questo episodio poco noto è stato gravemente penalizzato dall'inaspettata decisione dell'Art Institute di Chicago di negare il prestito di uno di quei dipinti, la Resurrezione di Cecco. Si è pertanto ovviato a questo duro colpo allestendo, in una delle sale, una proiezione del dipinto, piuttosto suggestiva, perché non è in scala 1:1 ma invade tutto quanto l'ambiente e non si limita ad una riproduzione dell'opera intera, ma si compone anche di particolari ingigantiti. Ancor più significativa della proiezione, tuttavia, è la selezione di opere degli artisti coinvolti nello sfortunato progetto: oltre alle tele di Gherardo, si segnalano alcuni capolavori sia dello Spadarino (tra cui il coinvolgente Convito degli dei degli Uffizi) che di Cecco (il Fabbricante di strumenti musicali da Atene).

Compiuto il 'giro di boa' della proiezione, la mostra prosegue dedicando alcune altre sale ai caravaggeschi senesi (Francesco Rustici e Rutilio Manetti) e alla ricezione della rivoluzione caravaggesca a Firenze (con opere di Boscoli, Commodi, Suttermans ed altri). La chiusura del percorso è affidata ad una strepitosa sala in cui sono riuniti diversi esempi della produzione grafica del fiorentino Andrea Commodi, da non intendere come espressione di un'influenza caravaggesca, ma piuttosto come un'altra manifestazione di quella ricerca naturalistica in cui si impegnarono, tra la fine del Cinquecento e l'inizio del secolo successivo, artisti molto diversi tra loro (Ligozzi, i Carracci, Caravaggio) e che produsse una pluralità di approdi differenti. La decisione di riservare uno spazio ai disegni di Commodi si giustifica benissimo, pertanto, con il proposito di illustrare non solo esiti che dipendono da Merisi ma anche ricerche in qualche modo parallele a quella del grande lombardo; e comunque la stupefacente singolarità dei disegni esposti ne farebbe apprezzare l'inserimento anche in una mostra sui mosaici bizantini. I fogli del fiorentino, infatti, presentano una scelta di soggetti e soluzioni tecniche davvero inusitate, con risultati ben poco seicenteschi: così, le sue donne adagiate su letti sfatti fanno pensare ai pastelli di Degas, mentre alcuni ritratti ricordano certa pittura naïf.
Prima di uscire si possono vedere un paio di interessanti filmati (l'uno sul tema della mostra, l'altro sul restauro del Ritratto di Maffeo Barberini) in una sala proiezioni; peccato solo che i video manchino di sottotitoli inglesi.

A Palazzo Pitti

La musica cambia nell'altra sede espositiva. Simile è l'allestimento: anzi, i pannelli rossi sono meno opprimenti, perché gli ambienti sono più vasti e le pareti non sono completamente obliterate (vi è comunque il problema dell'impossibilità di ammirare le ricche decorazioni ad affresco e a stucchi delle sale); agli elementi divisori si sostituiscono snelle transenne. La qualità media delle opere resta piuttosto sostenuta. E tuttavia il percorso è meno chiaro e lineare, certe presenze sono piuttosto casuali e certi snodi più nebulosi, a cominciare dalla saletta che accoglie il visitatore, nella quale sono radunati tutti i Caravaggio fiorentini, ad eccezione della Medusa e del Ragazzo morso da un ramarro (esposto a Villa Bardini). I Caravaggio, o presunti tali: molte delle tele esposte, infatti, pur essendo di elevatissima qualità, non rientrano affatto tra le opere considerate sicure dalla maggior parte della critica, e forse si sarebbe stati più onesti se lo si fosse detto al pubblico, lasciandolo libero di farsi una sua opinione. Sarebbe bastato un pannello introduttivo simile agli altri (che qui, guarda caso, latita) oppure l'aggiunta, nelle didascalie de Il cavadenti, del Ritratto di cavaliere di Malta, del Ritratto di cardinale e del Ritratto di monsignor Maffeo Barberini, della semplice parolina magica "attribuito". Niente di tutto questo, e mancano pure altre informazioni preziose: da dove salta fuori l'ottima copia dell'Incredulità di San Tommaso? Perché non si dice almeno che l'originale è conservato a Potsdam? E il ritratto di cardinale, che secondo la didascalia forse raffigura Benedetto Giustiniani, perché reca sulla sua superficie un'antica identificazione con il cardinale Cesare Baronio?

Nelle altre sale in cui si articola il percorso di Palazzo Pitti, si incontrano opere giunte a Firenze generalmente attraverso il canale del collezionismo mediceo (è il caso dei molti Manfredi esposti), oppure approdate in Toscana per altre vie, come per le tele di Riminaldi e Cavarozzi (di quest'ultimo, splendido il San Girolamo che ha accanto a sé un'incisione raffigurante la Vergine, dovuta ad Albrecht Dürer). Da segnalare inoltre alcune belle opere di Jusepe de Ribera.

Il problema delle due sedi

Al di là della migliore costruzione della sezione degli Uffizi rispetto all'altra, l'idea stessa di frazionare la mostra in due sedi non è convincente. Lo sarebbe stato, ad esempio, se per l'occasione si fosse riaperto il Corridoio Vasariano, in modo da collegare più strettamente le due parti e da consentire di ammirare, passando attraverso la chiesa di Santa Felicita, quella Cappella Guicciardini cui sono dedicate alcune sale della rassegna; ma non lo si è potuto fare. E' difficile, d'altra parte, distinguere nettamente il profilo di una sezione rispetto all'altra, in certi punti sembrano quasi sovrapponibili, come inducono a pensare il fatto che entrambe le sedi siano introdotte da un identico pannello informativo e il fatto che i video proiettati nelle due salette per le proiezioni siano gli stessi. Forse, a questo punto, non sarebbe stato meglio allestire la mostra - se necessario, leggermente ridimensionata - in un'unica sede espositiva?
A volere pensar male, viene da ricondurre la scelta organizzativa che è stata compiuta a un mero calcolo economico. Il fatto che il visitatore acquisti due biglietti, anziché uno solo, conviene a molti; e se anche è stata prevista una "Caravaggio card" che assicura un leggero sconto (e che comprende anche l'ingresso a Villa Bardini), il suo prezzo è comunque molto alto (25 euro!).

Mossi questi rilievi, resta però da sottolineare come la mostra nel suo complesso, per le ragioni ricordate più sopra, meriti di essere 'salvata': anzi, in un anno di celebrazioni caravaggesche in cui si sono viste iniziative potenzialmente interessanti, ma poi poco efficaci (come la "mostra impossibile" ai Mercati di Traiano), rassegne di enorme impatto mediatico ma di poca sostanza (l'esposizione alle Scuderie del Quirinale) e operazioni per nulla condivisibili (è il caso di "Caravaggio Bacon"), la mostra fiorentina porge l'occasione di scoprire capolavori poco noti ed offre lo spunto per una riflessione sulla penetrazione delle novità caravaggesche fuori Roma.

 

Autore/autrice scheda: Fabrizio Federici