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Galleria

Una veduta della prima sala, con la donatelliana Testa Carafa in primo piano
Una veduta della prima sala
Andrea Bregno e bottega, Coppia di putti reggistemma. Roma, Ospedale di Santo Spirito in Sassia
Il leone 'michelangiolesco' prova ad intimorire il busto di Iside con il suo ruggito, ma proprio non riesce a impressionare...
Busto di Iside (II sec. d.C.), con base attribuita ad Andrea Bregno. Roma, Galleria Borghese
L'Eolo riluce sopra il suo altare, quasi inghiottito dallo sfondo scuro
Mino da Fiesole, San Giovanni Evangelista (dal monumento funebre di papa Paolo II). Città del Vaticano, Fabbrica di San Pietro
Il San Giovannino proveniente dal museo di San Giovanni dei Fiorentini, presentato in mostra come opera giovanile di Michelangelo
Il leone assegnato a Michelangelo (più collaboratore)...
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Mostra

La forma del Rinascimento. Donatello, Andrea Bregno, Michelangelo e la scultura a Roma nel Quattrocento

Roma, Palazzo Venezia 16 giugno 2010 - 5 settembre 2010

Il rilievo raffigurante Eolo, attribuito in mostra - senza prove convincenti - a Michelangelo
Il rilievo raffigurante Eolo, attribuito in mostra - senza prove convincenti - a Michelangelo

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Ultimamente mi è capitato di trovarmi d’accordo con il ministro Bondi, cosa che non mi accade spesso. Dopo avere paventato, in un primo momento, tagli alla cultura piuttosto indiscriminati, il ministro ci ha pensato un po’ su, e ha trovato uno stratagemma abbastanza ingegnoso: i tagli riguarderanno soprattutto i “comitati nazionali”, carrozzoni tipicamente italici intesi a celebrare (con volumi, convegni, mostre) personaggi famosi e sconosciuti, maggiori e minimi, di cui ricorra l’anniversario della nascita o della morte. Il più delle volte tali comitati hanno dato l’impressione di essere, più che motori di approfondimento e di cultura, strumenti di azione politica e collettori di denaro pubblico.

Anche lo scultore quattrocentesco Andrea Bregno ha avuto il suo bravo comitato, varato nel 2006, in occasione del cinquecentesimo anniversario della morte dell’artista. Peccato che gli studi avessero da tempo dimostrato che la data della morte andava anticipata dal 1506 al 1503: il comitato non si è tuttavia scomposto di fronte a tale scherzo della Fortuna, ed ha tirato diritto, limitandosi a togliere dalla sua intitolazione ogni riferimento al trapasso dello scultore.
In quattro anni di attività, le iniziative promosse sono state molteplici: è stato creato un sito internet (http://www.andreabregno.it) che raccoglie vari materiali, in una veste grafica veramente poco attraente e con modalità di utilizzo davvero poco user friendly (le gallerie fotografiche, ad esempio, si possono scorrere solo in avanti!); si sono svolti numerosi convegni e conferenze su Bregno e sui suoi contemporanei; si è finanziata la pubblicazione di volumi e atti di convegno che, senza entrare nel merito del contenuto dei diversi contributi, non presentano un ottimo rapporto tra la qualità modesta della stampa e degli apparati iconografici e il prezzo piuttosto sostenuto.

Ultimo e più criticabile frutto dell’attività del comitato è la mostra in corso a Palazzo Venezia. Il titolo e soprattutto il sottotitolo («Donatello, Andrea Bregno, Michelangelo e la scultura a Roma nel Quattrocento») lascerebbero ben sperare: va bene, è chiaro che si affiancano al nome di un artista poco noto al grande pubblico quelli di due giganti che assicurano un afflusso di pubblico più consistente, ma è vero anche che effettivamente sia Donatello che il giovane Michelangelo ebbero a che fare con la Città Eterna, e che il capitolo della scultura a Roma nel XV secolo merita ancora approfondimenti e di essere meglio divulgato.

Le speranze svaniscono, purtroppo, appena entrati in mostra. Non si capisce infatti che cosa voglia essere esattamente la rassegna. Nata probabilmente, visto anche il comitato che l’ha promossa, come esposizione consacrata a Bregno, la mostra presenta un contingente di opere dello scultore lombardo troppo esiguo, perché il visitatore possa farsi un’idea della personalità e della statura di questo artista. Né può considerarsi una rassegna sulla scultura a Roma nel Quattrocento, dal momento che molti dei pezzi (quelli donatelliani, ad esempio) non hanno nulla a che vedere con Roma. Tantomeno si può pensare di avere di fronte una mostra sulla scultura italiana del Quattrocento nel suo complesso, perché le poche opere presenti non bastano a restituire un quadro minimamente esaustivo di un secolo così ricco.
Il visitatore non si orienta facilmente nella congerie di opere disparate, anche perché manca un percorso espositivo vero e proprio e i cartelli informativi piazzati qua e là non brillano per efficacia, né ahimé per il corretto utilizzo della lingua italiana. La presenza, tra le opere esposte, di alcuni autentici capolavori non basta a giustificare l’allestimento della mostra, ed anzi può mettere ancor di più di cattivo umore, se si pensa al rischio che hanno dovuto correre tali pezzi (connaturato a qualunque spostamento di opere tanto fragili) e al loro (temporaneo) sradicamento dai contesti di origine.

Gli organizzatori hanno lamentato tagli dei fondi e cambiamenti ai vertici istituzionali che li hanno costretti a rivedere al ribasso il progetto iniziale: soltanto una trentina di sculture, delle novanta previste, è stata portata in mostra. Il catalogo dà tuttavia conto dell’impianto iniziale, e allora viene quasi da esser contenti di tale ridimensionamento: la mostra ‘al completo’, infatti, sarebbe stata ancor più dispersiva, con opere di artisti che c’entrano forse con Bregno, ma non con Roma (Giovanni Antonio Amadeo, Giovanni Antonio Piatti, una ben più nutrita pattuglia di bronzi del Riccio); ed era addirittura prevista una sezione alquanto ‘fuori tema’ sui ritratti raffiguranti il Buonarroti («Michelangelo. Il mito di un volto»).

Un discorso a parte meritano i tre supposti Michelangelo presenti in mostra. In un caso, il San Giovannino da San Giovanni dei Fiorentini, si tratta di un’opera lungamente dibattuta, che generalmente la critica tende a non assegnare (a ragione) all’attività giovanile del maestro, con la quale è davvero difficile trovare dei punti di contatto. Ancor più ‘azzardate’ le altre due proposte: si tratta di un rilievo raffigurante un Vento marino o Eolo, proveniente dalla chiesa di Santa Maria Maddalena a Capranica Prenestina, e ora custodito presso il Museo Diocesano di Palestrina, e di un Leone reggistemma, ancora oggi conservato nella chiesa di Capranica. La qualità del primo pezzo è piuttosto ordinaria, quella del secondo è decisamente dozzinale e tale da far sembrare una bestemmia il suo accostamento al nome di Michelangelo (non a caso, si ipotizza per questo secondo marmo l’intervento di un collaboratore del maestro, evidentemente imbranato). Leggendo l’articolo del catalogo dedicato a questi due pezzi si cercano invano appigli documentari: si imbastiscono invece collegamenti molto labili, e si scopre che le uniche vere pezze d’appoggio sono costituite dal riferimento a Buonarroti ripetuto in visite pastorali e testimonianze di viaggiatori a partire dalla metà del Settecento. Ma l’Italia pullula di supposti Michelangelo, Raffaello, Tiziano ritenuti tradizionalmente tali! E se queste ‘attribuzioni popolari’ sono molto interessanti, prima di tutto, per studiare la fortuna di determinati artisti, certo non si deve dare loro troppo credito, almeno nella maggioranza dei casi. Infine, occorre aggiungere che autore della ‘riscoperta’ dei due pezzi e del relativo articolo nel catalogo non è uno storico dell’arte, ma un architetto, Cesare Panepuccia: sia detto non certo per stigmatizzare una ‘invasione di campo’, ma perché ciò spiega la mancanza di quell’analisi stilistica che deve supportare, soprattutto in assenza di prove documentarie, qualunque attribuzione (e che d’altra parte, nel caso specifico, porterebbe ad escludere recisamente qualsiasi coinvolgimento del maestro di Caprese).

Sorprende, negativamente, anche l’allestimento della rassegna, soprattutto per la scelta di radunare tutte le opere in mostra in uno solo dei due grandi saloni a disposizione, riservando l’altro unicamente al rilievo ‘michelangiolesco’ con l’Eolo: in tal modo il visitatore si trova a passare da un ambiente stipato di pezzi ad una sala enorme completamente vuota, se si eccettua un grande pannello centinato di colore nero addossato al lato opposto all’ingresso, sul quale risplende, illuminato da faretti, il piccolo rilievo, quasi inghiottito dal supporto tanto più grande di lui. Evidente è lo scopo di dare all’opera una centralità, o per meglio dire una sacralità, cui di per sé non potrebbe aspirare: e l’intento di trasmettere al pubblico una suggestione di matrice quasi religiosa, venata di ammiccamenti new age, è evidenziato dal sottofondo sonoro appositamente composto, che accompagna la fruizione di quest’opera – e soltanto di questa –, cercando di sviare lo spettatore da un’equilibrata considerazione delle caratteristiche del rilievo, in direzione di una venerazione entusiastica di una ‘reliquia’ del grande maestro.

Per concludere, ci si può domandare: come si sarebbe potuta concepire, in maniera più corretta, una mostra sulla scultura romana del Quattrocento? Innanzitutto prendendo atto del fatto che quanto resta (e non è poco) della statuaria capitolina di quell’epoca è in gran parte caratterizzato dall’inamovibilità, trattandosi soprattutto di altari, tabernacoli, lastre tombali, monumenti funebri che non possono essere asportati (per fortuna) dalle chiese che li custodiscono. Volendo nonostante questo dar vita ad una mostra, bisogna per prima cosa evidenziare tale dato di fatto, imbastendo un rapporto strettissimo tra la rassegna temporanea e il territorio, creando e valorizzando itinerari tematici, esponendo in mostra fotografie di altari e monumenti (che potrebbero essere scatti ‘artistici’ di qualche grande fotografo contemporaneo, o le belle foto documentarie dell’ICCD, o entrambe le cose). Rapporto con il territorio che non emerge per nulla ne «La forma del Rinascimento», ed è un vero peccato, perché in passato il comitato aveva provato a percorrere questa strada, con l’esposizione delle fotografie di Ignazio Cugnoni. Accanto alle immagini, dovrebbe essere esposta una selezione di pezzi, la cui prima caratteristica dovrebbe essere (sembra banale, ma è bene evidenziarlo) un forte legame con la città cui la mostra è dedicata; tali pezzi dovrebbero provenire in primo luogo da raccolte romane, come quella della Fabbrica di San Pietro (da cui anche «La forma del Rinascimento» attinge) e quella del bel lapidarium di Palazzo Venezia (stranamente poco rappresentato nella mostra promossa dal comitato, a dispetto del fatto che l’una e l’altro si trovano nello stesso edificio). Si capisce che anche l’esigenza di stuzzicare la curiosità del pubblico non andrebbe trascurata, e allora qualche pezzo di Donatello, Michelangelo o di qualche altro sommo artista si potrebbe inserire nel percorso: ma dovrebbe trattarsi di opere pertinenti e, soprattutto, di condivisa autografia, non sculture più che dubbie che diano l’impressione di essere solamente degli ‘specchietti per le allodole’.

 

* Le immagini della galleria fotografica sono tratte dal sito http://www.andreabregno.it

 

Autore/autrice scheda: Fabrizio Federici