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Galleria

Una delle due gigantografie tratte dai progetti per il cosiddetto "Caffè degli Inglesi"
Basilico e Piranesi a confronto
Alcuni camini piranesiani
Il pannello che introduce alla sezione che mette a confronto gli scatti di Gabriele Basilico e le incisioni di Piranesi
Veduta di una parete, che evidenzia le principali caratteristiche del percorso espositivo: disposizione delle stampe su più livelli, grandi scritte in alto, frequenti pannelli informativi
Veduta della vasta sala che riunisce, oltre a molte stampe, i pezzi creati d'après Piranesi
Veduta di una delle sale; sullo sfondo la sezione su Santa Maria del Priorato
Il bel camino realizzato a partire da un'incisione di Piranesi
Una specie di tenda dei pellerossa troneggia in una delle sale
Camini piranesiani
La Fontana di Trevi secondo Piranesi e secondo Basilico
La stupefacente caffettiera creata ex novo da Adam Lowe sulla base di un'invenzione piranesiana
Una veduta della sezione fotografica della mostra
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Mostra

Le arti di Piranesi

Venezia, Fondazione Cini 28 agosto 2010 - 21 novembre 2010 (prorogata al 9 gennaio 2011)

Il tripode creato appositamente sulla base di un disegno di Piranesi e, sullo sfondo, incisioni che riproducono vasi antichi: è evidente come, a meno che il visitatore non sia un giocatore di pallacanestro, le stampe poste più in alto siano difficilmente fruibili
Il tripode creato appositamente sulla base di un disegno di Piranesi e, sullo sfondo, incisioni che riproducono vasi antichi: è evidente come, a meno che il visitatore non sia un giocatore di pallacanestro, le stampe poste più in alto siano difficilmente fruibili

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Come chiarisce il sottotitolo della rassegna, l'intento della mostra è quello di restituire un quadro complessivo dell'attività di Piranesi, che fu "architetto, incisore, antiquario, vedutista, designer". L'anacronismo conclusivo vuole richiamare l'attenzione sulla sezione più originale dell'esposizione, dedicata ad oggetti ed elementi di arredo creati dallo studio madrileno Factum Arte dell'artista britannico Adam Lowe, a partire da invenzioni piranesiane. L'idea, come si vedrà, non è priva di interesse; ma è ovvio che la parte del leone la fanno le meravigliose incisioni del grande veneziano, che tappezzano ogni parete delle sale in cui è allestita la mostra.

Sì, tappezzano: la scelta del verbo non paia eccessiva. E' esposto un numero davvero elevato di stampe, circa trecento, tutte provenienti dalle ricche raccolte della Fondazione Cini: la gioia dell'occhio di fronte a tanta abbondanza è grande, e in pochi metri si può ripercorrere l'intero arco della produzione piranesiana, dalle immancabili - e sempre stupefacenti - Carceri, alle vedute di Roma antica e moderna e di Paestum, alle Diverse maniere d'adornare i camini. Ne emergono pienamente la grandezza del veneziano e il suo essere del proprio tempo, se non in anticipo sulle tendenze che seguirono: ecco il Piranesi preromantico delle Carceri, ecco quello che adotta il gusto egizio, ed ecco le stampe con i sorprendenti accrochage di sapore surrealista.

Tappezzano: in molti casi le stampe sono disposte su due livelli sovrapposti, se non addirittura su tre, con il risultato che quelle inferiori sono troppo in basso o, come accade più spesso, quelle della fila superiore sono poste davvero troppo in alto per essere fruite in maniera adeguata. La scelta dev'essere stata in parte obbligata dalla mancanza di spazi per esporre una tale miniera di stampe, in parte si giustifica con la volontà di creare disposizioni di forte impatto visivo - in effetti innegabile - nonché con il proposito di fare sfoggio, in maniera un po' 'muscolosa', delle ricchezze delle raccolte Cini. Però, come si diceva, molti fogli non si riescono a leggere bene: si sarebbe forse potuto esporre meno, e in condizioni di fruibilità migliori. Va inoltre detto che le stampe esposte sono tutte esemplari tardi, dell'edizione Firmin Didot del 1835-37, e quindi di parecchio successive alla scomparsa di Piranesi (1778): forse lo si poteva sottolineare di più in mostra, per maggiore correttezza; occorre dire, in ogni caso, che si tratta di esemplari stupendi.

La sezione su Piranesi architetto riguarda l'unica costruzione da lui realizzata, la chiesa di Santa Maria del Priorato, a Roma. La piccola sezione non brilla, sembra essere presente più che altro per dovere di completezza: sono esposte alcune foto della facciata, dell'interno e della piazza adiacente all'edificio, pure risistemata dall'artista; un modellino ligneo del complesso e qualche disegno. Non si capisce inoltre perché non si faccia cenno al fatto che in origine la facciata prevedeva un originale fastigio disegnato da Piranesi, che la rendeva d'aspetto piuttosto diverso da quello attuale e che andò perduto a seguito dei bombardamenti francesi del 1849.

Più ampia e articolata la sezione su Piranesi designer, con oggetti di varia natura (vasi, candelabri, un tripode, etc.) creati in materiali differenti a partire da incisioni del maestro. Tra tutti colpiscono l'elegantissima caffettiera, risultato della metamorfosi di una conchiglia, e il camino con teste di ariete angolari. Le ri-creazioni di Lowe affascinano e ci fanno capire diverse cose del genio di Piranesi, che sarebbero assai più difficili da apprezzare in incisioni di modeste dimensioni. Non convince tuttavia il fatto che alcuni degli oggetti 'di design' creati dallo studio madrileno non siano tratti da invenzioni di Piranesi, bensì da incisioni dell'artista veneziano che riproducono pezzi antichi, andati perduti: naturalmente in questo caso si perde in buona parte quel qualcosa in più che sull'inventiva piranesiana ci svelavano le realizzazioni da sue incisioni originali. Per visualizzare il rapporto tra l'artista e l'antico forse bastava portare in mostra una o due sculture antiche, accostandole alle relative riproduzioni a stampa.

Un accenno merita inoltre la sezione conclusiva della mostra, che riunisce molte vedute di Roma appositamente commissionate al noto fotografo Gabriele Basilico, accostate a stampe piranesiane con gli stessi soggetti. L'intento è non solo quello di mostrare le trasformazioni intervenute in due secoli e mezzo, ma anche quello di affiancare due differenti poetiche. Sarà che non impazzisco per le immagini algide e impeccabili del fotografo milanese, ma la sezione mi ha lasciato freddino: non sarebbe forse stato più semplice - ed anche economico - evitare di allestire una sezione a parte, ma disseminare lungo il percorso espositivo immagini più o meno attuali di Roma, attingendo allo splendido patrimonio di foto documentarie di un ICCD o di un Touring Club?

L'impressione che gli organizzatori della mostra abbiano avuto a disposizione un bel gruzzoletto è confermata dall'allestimento, piuttosto sontuoso, caratterizzato da pannelli rosso scuro ai quali sono appese le stampe e da un'illuminazione sommessa, che tuttavia non pregiudica, se non in qualche caso, una buona lettura dei pezzi esposti.
Con tanta eleganza stona una specie di tenda degli indiani d'America in cui il visitatore si imbatte al centro della prima sala. Si sostiene che la struttura vorrebbe richiamare certe architetture effimere del secolo di Piranesi, ma ricorda solo una tenda dei pellerossa. Al suo interno due schermi propongono un'immersione in 3D nelle Carceri, che non entusiasma: meglio guardarsi attentamente le stampe, su una parete lì vicina. E abbastanza casuale, motivata solo da ragioni di cronologia, sembra la scelta di accompagnare le proiezioni con la Suite per violoncello n. 2 di Bach, nell'esecuzione di Pablo Casals (e non Cassal, come scritto in mostra).

Si segnalano anche altre postazioni multimediali, che ugualmente non convincono del tutto. Nella stessa sala della 'tenda' un video intende mostrare l'evoluzione dello stile di Piranesi dalle Invenzioni capricciose di carceri alle Carceri d'invenzione, sovrapponendo in dissolvenza fogli delle seconde con le corrispondenti stampe delle Invenzioni. Il passaggio è suggestivo quanto si vuole, ma non è il modo più indicato per capire effettivamente i cambiamenti: meglio sarebbe stato farsi prestare, ad esempio dall'Accademia di San Luca, alcune incisioni delle prime Carceri ed accostarle ai fogli Cini delle Carceri più tarde.
Più interessante il touch screen che consente di 'sfogliare' parte dei Taccuini di Modena: è vero tuttavia che il visitatore comune ha qualche difficoltà ad orientarsi tra i fogli fittamente annotati, ed è vero pure che spesso le scritte e i disegni sono tracciati alla rovescia, senza che vi sia (se non erro) la possibilità di far ruotare le carte.

 

Autore/autrice scheda: Fabrizio Federici