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Galleria

Berlino? No, Roma, ante 1938: l'edificio che ospitava il Museo di Scultura Antica
Il faraone temporaneamente ricomposto
Veduta della biblioteca
La biblioteca, in cui sono esposti volumi antichi e piccole sculture
Il documento riccamente decorato che attesta il rilascio della cittadinanza romana a Barracco
Una delle sculture del museo
Veduta delle fotografie appese nella loggia al secondo piano del museo
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Mostra

Giovanni Barracco. Patriota e collezionista

Roma, Museo Barracco 19 settembre 2010 - 9 gennaio 2011

Veduta di una delle sale del museo
Veduta di una delle sale del museo

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La piccola mostra allestita presso il Museo Barracco insegna molte cose. Non solo ci fa conoscere meglio Giovanni Barracco, personaggio complesso, dai molteplici interessi, che fu uomo politico, alpinista, collezionista. Soprattutto ci fa capire che una mostra si può fare anche evitando gli allestimenti roboanti, i prestiti clamorosi, i grandi nomi strombazzati, ma semplicemente con qualche pannello, un po' di foto, un selezionato manipolo di apporti esterni e, naturalmente, un'impostazione scientifica seria alla base. Una mostra che quasi non si vede, che a tratti non si distingue dall'allestimento permanente del museo, con il quale si integra e si spiega vicendevolmente.

Il percorso espositivo prende avvio dalla biblioteca del museo, situata al pian terreno dell'edificio. Qui si incontrano vari cimeli (dagli occhiali di Barracco ad alcuni libri antichi a lui appartenuti, alla splendida pergamena che attesta il rilascio della cittadinanza romana al nobiluomo) e soprattutto ottimi pannelli informativi bilingui, in cui vengono illustrati i vari aspetti dell'attività del protagonista della mostra. C'è il Barracco "patriota", deputato e poi senatore del neonato Regno d'Italia: in questo senso, la rassegna può rientrare tra le manifestazioni approntate per celebrare la (bistrattata) unità del Paese, risultando anzi, perlomeno a livello romano, una delle più serie, tra le tante organizzate.
C'è il Barracco alpinista, che fu tra i fondatori, insieme a Quintino Sella, del Club Alpino Italiano: è esposta una bella lettera del nobiluomo allo stesso Sella, nella quale ai bonari rimproveri di quest'ultimo - che ambiva, nelle sue ascensioni, a unire l'utile al dilettevole, raccogliendo i materiali per una raccolta cristallografica - Giovanni rispondeva: "Eh, caro mio, smetti le illusioni; a questo mondo niente è utile nel senso gretto e ordinario della parola, e l'arte è scopo a se stessa. Io da buon platonico amo la cosa per la cosa (autò kath'autò) senza nessun riguardo all'utile che può derivarmi. Ascendo le alte cime perché Iddio mi ha fatto "Come fiamma che muovesi in altura".

C'è soprattutto il Barracco appassionato di archeologia e collezionista, di cui emergono gli stretti legami con tutta una serie di personaggi di prim'ordine, da Wolfgang Helbig, consulente per gli acquisti del 'birraio' Jacobsen, che in quegli anni andava allestendo la sua formidabile collezione, nucleo fondante della Ny Carlsberg Glyptotek, allo sfortunato Ludwig Pollak, che avrebbe finito i suoi giorni in un campo di concentramento. Il visitatore ha così modo di ripercorrere una stagione che fu per Roma assai controversa: da un lato la città perse la cintura verde che la circondava, molta dell'architettura che si costruì non fu delle migliori, e tante opere d'arte presero la via dell'estero, dall'altro il processo di espansione dell'abitato portò a considerevolissime scoperte archeologiche e il nuovo ruolo di capitale d'Italia rivitalizzò una scena sociale e culturale ormai esangue al termine del governo papalino.

Salendo al primo piano, si incontra l'intervento temporaneo più 'massiccio', e pure non si tratta, in realtà, che di qualche pannello, che fa da sfondo e da contorno ad una bella statua di faraone, ricomposta in occasione della mostra, congiungendo la parte inferiore, conservata presso il museo dell'Abbazia di San Nilo, a Grottaferrata, e la testa Barracco. La statua si trova nella loggia che affaccia sul cortile del palazzo, così come, al secondo piano, le strutture temporanee sono concentrate nella loggia; le sale del museo sono invece quasi del tutto prive di inserzioni legate all'evento espositivo.
Al secondo piano si incontrano, appese al soffitto della loggia, alcune belle fotografie di grande formato, che illustrano la prima sistemazione del museo, una volta che Barracco lo ebbe donato alla città di Roma, in un edificio appositamente costruito. E' davvero interessante scoprire questo episodio poco noto della museografia romana d'inizio Novecento: la raccolta del nobiluomo fu sistemata in un palazzo neoclassico ma di una classicità che poco aveva a che vedere con Roma, e che ricordava piuttosto edifici museali tedeschi o del Nord Europa. Purtroppo nel 1938 l'edificio, situato vicino al Tevere, nei pressi di Corso Vittorio Emanuele, fu demolito per l'apertura di una strada, nonostante l'appassionata difesa di Pollak; i reperti approdarono poi, nel secondo dopoguerra, all'attuale sistemazione nel palazzo (impropriamente) noto come Farnesina ai Baullari, a due passi da Campo de' Fiori.

Naturale integrazione della mostra, o forse per meglio dire suo vero nucleo portante, è la visita alle sale del museo: se la collezione non è imponente nelle dimensioni, è vero che i pezzi esposti sono in generale di assoluta qualità e soprattutto vanno a costituire un unicum nel panorama museale capitolino, dal momento che la raccolta non è concentrata sulla sola arte romana, ma presenta stupendi esempi della statuaria delle diverse civiltà del Mediterraneo, da quella egizia, a quella cipriota, da Roma e Palmira a splendidi originali greci. E' un vero peccato che i turisti evitino con cura, quasi che sul palazzo aleggi una maledizione, di visitare questo museo: è proprio strano che le sue sale siano quasi sempre vuote, tenendo conto della posizione davvero invidiabile dell'edificio. Forse bisognerebbe puntare su una politica di marketing più aggressiva... E non parliamo di quanti romani sono al corrente dell'esistenza del Museo Barracco...

Vorrei concludere con un auspicio: che lo sforzo messo in campo per l'organizzazione della mostra non vada ad esaurirsi con la chiusura della rassegna, ma che molto di quello che viene presentato in maniera temporanea resti permanentemente - con qualche aggiustamento, laddove necessario - nel museo, ad aumentarne in modo considerevole la sua capacità di 'parlare' al pubblico. La biblioteca, ad esempio, io la lascerei praticamente così (tolti i pochi prestiti che ovviamente devono tornare da dove sono venuti). Nel contempo, andrebbe migliorata la comunicazione all'interno delle sale del museo, oggi piuttosto stringata: maggiori spiegazioni nelle sale, unite a focus sul collezionista e sulla storia della raccolta nelle logge, consentirebbero di coinvolgere maggiormente un pubblico che si spera sia, in futuro, sempre più folto.

 

Autore/autrice scheda: Fabrizio Federici