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Giulio Ceare Procaccini, Madonna col bambino e i Santi Carlo, Latino e Angelo, olio su tela, Santuario di Sant'Angela Merici, Brescia © Rapuzzi Fotostudio, Brescia
Giambattista Tiepolo, Battesimo dell'imperatore Costantino, olio su tela, Folzano (Brescia), Chiesa di San Silvestro Papa (in deposito presso il Museo Diocesano di Brescia) © Rapuzzi Fotostudio, Brescia
Giulio Cesare Procaccini, San Sebastiano sorretto dagli angeli, olio su tela, Castello Sforzesco, Milano. Archivio fotografico Civiche raccolte d’arte del Castello Sforzesco, Milano
Pietro Ligari, San Francesco Saverio battezza una principessa indiana, olio su tela, Collezione Banca Popolare di Sondrio
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Mostra

Sacro Lombardo. Dai Borromeo al Simbolismo

Milano, Palazzo Reale 6 ottobre 2010 - 6 gennaio 2011

Francesco Hayez, Arcangelo Michele, olio su tela, Parrocchiale Sant'Andrea Apostolo, Iseo © Rapuzzi Fotostudio, Brescia
Francesco Hayez, Arcangelo Michele, olio su tela, Parrocchiale Sant'Andrea Apostolo, Iseo © Rapuzzi Fotostudio, Brescia

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L’iniziativa prende spunto dal quarto centenario della canonizzazione di Carlo Borromeo (1 novembre 1610). Attorno a questa ricorrenza è stata organizzata l’esposizione, che copre un ampio spazio non solo da un punto di vista temporale, ma anche geografico, dato che l’area presa in esame travalica i confini della regione, arrivando fino al Canton Ticino.

La panoramica proposta – piuttosto sintetica, sono esposti 61 dipinti – comincia con i “pittori della peste”, come li definì Giovanni Testori, vissuti tra fine ’500 e primo ’600, ovvero Giovan Battista Crespi detto il Cerano, Giulio Cesare Procaccini, Tanzio da Varallo e Daniele Crespi. L’epoca è quella del cardinale Federico Borromeo, cugino di Carlo, fondatore prima della Biblioteca (1609), poi della Pinacoteca Ambrosiana (1618). Amante delle arti, grande estimatore di Caravaggio – curiosamente assente dalla mostra –, personaggio chiave nei Promessi sposi, fu protagonista di due importanti committenze: ordinò, infatti, le due celebri serie dei quadroni, rispettivamente sulla vita (1602) e poi sui miracoli (1610) di San Carlo che ancora oggi si ammirano in Duomo. Proprio l’assenza del Merisi è stata fatta notare durante la conferenza stampa di presentazione: il curatore Stefano Zuffi ha però giustamente osservato come in realtà Caravaggio, nel corso della sua breve vita, abbia avuto molta più influenza sulla pittura tra Roma e Napoli rispetto a Milano, che abbandonò a 21 anni per non farvi più ritorno. È vero, però, che la celeberrima Canestra di frutta dall’Ambrosiana non avrebbe sfigurato, trattandosi di una delle opere preferite dal cardinale Federico; portandola in una mostra di arte sacra, tuttavia, si sarebbe di fatto accolta una delle interpretazioni iconologiche dell’opera, rischiando di innescare una nuova disputa tra i litigiosi esperti caravaggeschi.

Gli artisti sopra citati provengono ciascuno da ambienti diversi, così come è differente il loro stile. Il bolognese Giulio Cesare Procaccini è presente in mostra con quattro dipinti che rivelano vari influssi: dal tardo manierista San Sebastiano alla bellissima Madonna col Bambino e i Santi Carlo, Latino e un angelo che sembrerebbe quasi dipinta dal giovane Rubens, con il particolare insolito di un San Carlo sorridente. Tra le altre opere della prima sezione, un monocromo e un bozzetto del Cerano che servirono da modelli per le lunette delle cinque porte del Duomo, un quadro dal soggetto quasi profano – la sensuale Erodiade di Francesco Cairo, che contrasta non poco con i Santi e le Madonne che la circondano –, per arrivare alla fine del ’600 con alcuni bozzetti di Andrea Pozzo e Sebastiano Ricci. Un bell’esempio di un artista ‘forestiero’, a lungo attivo in Lombardia, è quello di Giambattista Tiepolo, presente con lo splendido San Silvestro battezza l’imperatore Costantino. Sempre alle vicende dell’imperatore romano e alla leggenda della Croce sono ispirati i tre grandi quadri di Andrea Lanzani, Carlo Preda e Pietro Antonio Magatti, rispettivamente il Miracolo della Vera Croce, Costantino è impedito di portare la Croce e Eraclio costringe Siroe ad abbandonare la Croce. Le tele, che nelle misure si rifanno ai già citati quadroni di inizio ’600 per il Duomo, collocate in mostra quasi a livello del pavimento, sono un po’ sacrificate; d’altro canto la sistemazione consente di osservare al meglio da vicino questi tre dipinti, vero trionfo del barocco lombardo. Originale, poi, la sistemazione di altre opere in alcune salette che l’allestimento trasforma in piccole cappelle, come quella dove campeggia la Crocefissione dell’italo-svizzero Giuseppe Antonio Petrini.

Il percorso cambia con la “sala rossa” dedicata interamente a San Carlo: qui il colore cardinalizio dei pannelli, sostituitosi al blu delle sale precedenti, contribuisce a sottolineare che ora l’attenzione si concentra sul prelato. Tra le numerose opere esposte qui – in maniera un po’ disordinata – si segnala per la sua storia Il Miracolo di Clementina Crivelli Arese del Cerano: è il frammento di uno dei quadroni con i miracoli del santo, opera che fu decurtata per poi finire misteriosamente sul mercato. A partire da novembre, in occasione dei 400 anni dalla canonizzazione, la sala sarà poi arricchita da nove bacheche con incisioni sulla vita del Santo, di proprietà dell’Ambrosiana.

Da uno stretto corridoio si fa un balzo in avanti nel tempo, piombando nell’800 avanzato. Quest’ultima parte, curata da uno dei massimi esperti dell’arte del XIX secolo quale Fernando Mazzocca, propone alcuni quadri dei fratelli Giacomo e Luigi Trécourt e un gruppo di dipinti di Francesco Hayez:  un Ecce Homo dal taglio quasi ‘cinematografico’ – tanto che sembra stia per muoversi e uscire dalla cornice –, il Martirio di San Bartolomeo e il ‘nudo eroico’ del San Michele Arcangelo scelto per i manifesti della mostra, un capolavoro dell’arte sacra ottocentesca chiaramente derivato da Guido Reni. Un altro tipico esempio di pittura devozionale del periodo è la Madonna Immacolata di Federico Faruffini, eseguita poco dopo la proclamazione del dogma da parte di Pio IX nel 1854, pala che si rifà chiaramente ai modelli quattrocenteschi, secondo lo stile purista dell’epoca. Completamente diversa, invece, l’opera che chiude la mostra, il grande Crocifisso di Mosé Bianchi che fu accusato di un eccesso di brutale naturalismo. Non è stato possibile esporre, invece, la Madonna dei gigli di Gaetano Previati a causa di motivi conservativi sollevati all’ultimo momento dal Ministero dei Beni Culturali, privando così il percorso di un’opera che segna il passaggio al Novecento; non solo, ma così perde senso anche il sottotitolo Dai Borromeo al Simbolismo.

In definitiva, la mostra è una buona occasione per ‘ripassare’ la storia della pittura lombarda di tre secoli (del tutto assenti, purtroppo, sculture, arredi e tutto quanto rientra tra le cosiddette ‘arti minori’). Nessuna pretesa di completezza, anzi, gli stessi curatori tengono a precisare che quasi tutte le opere provengono da musei e pinacoteche milanesi, e che si è lasciato «integro il contesto artistico e decorativo delle chiese circondanti Palazzo Reale». Ad esempio, come spiega Zuffi nel suo contributo in catalogo, «la più spettacolare immagine di San Carlo in gloria, capolavoro del Cerano» si trova nella cappella palatina di San Gottardo in Corte, nello stesso edificio che ospita la mostra. Il discorso necessariamente si allarga quindi a chiese e conventi, per arrivare ai Sacri Monti prealpini che costituiscono un’utile appendice alla mostra, oltre ad essere parte imprescindibile del ‘Sacro lombardo’. Meno comprensibile l’accenno, sia nei comunicati che nel catalogo, ai tre papi nati in questa regione, ovvero Achille Ratti da Desio (Pio XI), Angelo Roncalli da Sotto il Monte (Giovanni XXIII) e Giovanni Battista Montini da Brescia (Paolo VI): se proprio si voleva rendere loro omaggio, tanto valeva allungare l’arco cronologico della mostra fino al Novecento. Ci sarebbe voluto molto più spazio, ma sarebbe stato interessante proporre un approfondimento sull’arte sacra contemporanea, ad esempio su un pezzo di grande significato come la porta bronzea per San Pietro a Roma del lombardo Giacomo Manzù, voluta da Roncalli e inaugurata da Montini.

Va poi detto che proprio a Milano si era tenuta una mostra sui Borromeo nel 2005-2006, al Museo Diocesano. Carlo e Federico. La luce dei Borromeo nella Milano spagnola aveva però molte più opere, 80, tutte seicentesche. Sacro Lombardo se ne differenzia principalmente per l’ultima, esigua sezione sull’’800. Da aggiungere, infine, che la qualità dei dipinti di questa mostra è assai diseguale: accanto a grandi artisti come Cairo o Procaccini risalta la mediocrità di altri quali Filippo Abbiati o Pietro Ligari. Va comunque segnalato il buon apparato didascalico: i pannelli affiancano alle principali vicende storiche lombarde, scritte in rosso, la menzione delle imprese artistiche e architettoniche coeve, in grigio.

Autore/autrice scheda: Andrea D'Agostino