Tasti di scelta rapida del sito: Menu principale | Corpo della pagina | Indice delle News
sei in: Home » Bronzino. Pittore e poeta alla corte dei Medici
Galleria

Pontormo, San Giovanni Evangelista, 1525-1528, Olio su tavola, d. 76 cm, Firenze, Chiesa di Santa Felicita, Cappella Capponi
I tondi con gli Evangelisti dalla Cappella Capponi in Santa Felicita
Bronzino, Venere, Amore e satiro, 1553-1554, Olio su tavola, 135x231 cm, Roma, Galleria Colonna, Inv. Salviati 1756, n. 66
Bronzino, Ritratto di Guidubaldo II della Rovere, 1531-1532, Olio su tavola, 114 x 86 cm, Firenze, Palazzo Pitti, Galleria Palatina, inv. 1912 n. 149
Bronzino, Eleonora di Toledo col figlio Giovanni, c. 1545, olio su tavola, 115 x 96 cm, Firenze, Galleria degli Uffizi, Inv. 1890 n. 748
Tag-Cloud

contemporanea sezione galleria opere come palazzo sono uffizi firenze sale della degli percorso patrimonio salani trieste nelle quattrocento madonna alla
Mostra

Bronzino. Pittore e poeta alla corte dei Medici

Firenze, Palazzo Strozzi 24 settembre 2010 - 23 gennaio 2011

Bronzino, Ritratto di donna (figlia di Matteo Sofferoni?), c.1530-1532, Olio su tavola, 76,6 x 66,2 cm, Londra, Lent by Her Majesty Queen Elizabeth II, RCIN 405754
Bronzino, Ritratto di donna (figlia di Matteo Sofferoni?), c.1530-1532, Olio su tavola, 76,6 x 66,2 cm, Londra, Lent by Her Majesty Queen Elizabeth II, RCIN 405754

Share |

Chi conosca la personalità tormentata e ipocondriaca di Jacopo Pontormo, come trasmessaci da Giorgio Vasari, può rimanere perplesso pensando a come da una costola di Jacopo si formasse l’artista fiorentino forse più costumato e ‘socialmente corretto’ del proprio tempo, Agnolo di Tori detto il Bronzino. Pur cercando di evitare ogni forzatura, è difficile non cogliere in questo divario di carattere e comportamento fra il maestro e l’allievo – rimasti peraltro amicissimi – un’eco del cambiamento di orizzonti della società fiorentina negli anni dalla Repubblica al Principato. Di questa trasformazione il Bronzino fu, sul piano figurativo, uno degli interpreti più efficaci, sicché la mostra di Palazzo Strozzi può fare da riprova del fenomeno storico, presentando opere dell’artista dagli anni giovanili sino alla matura autocrazia instaurata dal duca Cosimo.

Nel suo complesso, il fenomeno storico di riferimento è quello noto con il nome di “manierismo”: ad esso tuttavia, fors’anche per evitare la sgradevole rima con ‘conformismo’, i curatori dell’esposizione hanno preferito opporre un’immagine critica del pittore basata sulla qualità d’imitazione del dato naturale. Già il primo pannello della mostra, se non erro, menziona una riga di Roberto Longhi (1927) in cui il grande critico annotava l’esistenza di brani di verità nell’opera di due sublimi ‘irrealisti’ quale il Pontormo ed il Bronzino. Sono osservazioni degne di nota, specialmente se servono a meglio contestualizzare il nostro Agnolo nella civiltà pittorica che egli aveva alle spalle, quella fiorentina del tardo Quattrocento, anche nella declinazione ‘alla fiamminga’ di un Domenico Ghirlandaio, di certo guardata con rispetto. Eppure, se il Bronzino contribuì in qualcosa all’arte del suo tempo, difficilmente questo può essere considerato, su di un piano generale, l’esaltazione del singolo frammento ‘naturalistico’, magari a svantaggio della sofisticata eleganza delle composizioni sacre e profane. Non troppo giova, mi sembra, neppure richiamarsi al Vasari, che definisce sì i ritratti “naturalissimi”, ma soprattutto per la loro indefettibile adesione ad una fisionomia individuale, aggiungendo comunque che essi venivano fatti “con incredibile diligenza, e di maniera finiti che più non si può desiderare”. Ciò corrisponde, per noi oggi, a quell’altissima perizia tecnica e formale per cui tratti e vesti del ritrattato vengono trasposti nella superficie dipinta in maniera così illusiva da essere sottratti allo scorrere del tempo e innalzati in un alone di eternità. È lecito insomma domandarsi se la contestazione dell’etichetta del Bronzino “manierista” valeva la pena di essere spesa quale chiave di lettura – non unica ma privilegiata – per l’intero percorso della mostra.

Per quanto riguarda il quid dell’esposizione, costituito dal connubio fra quantità e qualità dei pezzi esposti alla fruizione di un pubblico differenziato sia per età che per interessi, il giudizio non può che essere più che positivo. Le opere presenti compongono una ricca parte del corpus dell’artista, con scelta abbondanza di prestiti nostrani e internazionali, mentre in sovrappiù alcune brillanti riscoperte – giustamente evidenziate dall’allestimento – stuzzicano l’attenzione anche del visitatore più informato. Non c’è traccia, ed è merito non da poco, di attribuzioni esclusivamente dettate da motivi commerciali (ebbene sì, i consigli per gli acquisti ci sono pure nel marketing dell’arte!). La visibilità dei pezzi è sempre assicurata, e va elogiata l’assenza di quegli allarmi sonori che tanto infastidiscono l’odierno frequentatore di mostre. L’informazione didattica è affidata non solo al consueto binomio di audioguide e testi illustrativi (pannelli e didascalie), bensì anche al coinvolgimento del personale di custodia: alcuni membri dello staff recano infatti il distintivo “ASK ME” per soddisfare eventuali curiosità.
Chi scrive non ha potuto verificarlo di persona, ma pare del tutto giustificato l’orgoglio della Fondazione Palazzo Strozzi circa la vasta gamma di attività ‘esplorative’ offerta a famiglie e bambini, almeno a giudicare dalle simpatiche filastrocche di Roberto Piumini che anche il visitatore adulto può leggere lungo il percorso. Anzi: le poesie in rima costituiscono persino un piacevole momento di relax fra un’opera e l’altra d’un artista talora fin troppo serio. 

Il percorso espositivo, diviso in sei segmenti, s’apre all’insegna dello stretto rapporto che legò il Pontormo ed il Bronzino: un legame talmente serrato che è ancora controversa l’assegnazione di tre dei quattro tondi con Evangelisti che ornano la Cappella Capponi in Santa Trinita, utilmente esposti all’altezza dell’occhio dell’osservatore e dando conto – tramite fotografie – del loro allestimento originale. La prima sezione, che è sostanzialmente improntata allo studio di alcuni stimolanti problemi filologici, comprende anche il soggiorno dell’artista a Pesaro, fra il 1530 ed il 1532, nel corso del quale il Bronzino fu soprattutto in grado di stemperare e rasserenare le sigle espressive del proprio maestro. L’esposizione di un cartone con Noli me tangere (Firenze, Casa Buonarroti), derivato da un celebre modello di Michelangelo, costituisce uno dei non numerosi accenni della mostra al rapporto fra i due artisti (il Buonarroti è, a ben vedere, il convitato di pietra di Palazzo Strozzi!).   

La seconda sezione abbandona il classico registro di ricostruzione stilistica della precedente e s’incentra sul rapporto dell’artista con la committenza medicea. Ciò avviene soprattutto attraverso una parata di splendidi ritratti dinastici, ma anche attraverso alcuni dei giganteschi arazzi che i tessitori fiamminghi al servizio del duca Cosimo realizzarono su progetto del pittore: il che costituisce un’ottima – sebbene non esplicitata – premessa al tema del confronto fra le arti che viene in seguito affrontato. La seconda saletta della sezione richiama con sobrietà ed efficacia l’ambiente della cappella privata che il Bronzino affrescò per Eleonora di Toledo all’interno di Palazzo Vecchio, con l’obiettivo di ricollocare virtualmente al suo posto la frammentaria tavola con San Cosma che faceva parte della decorazione originaria e che è stata riscoperta in una collezione privata inglese. Mantenendo l’accento sulla tematica sacra, la piccola – quasi intimista – terza sezione affronta le commissioni affidate al Bronzino da Bartolomeo e Lucrezia Panciatichi, presentando come opera autografa dell’artista un commovente Cristo Crocefisso proveniente da Nizza. Le notizie sulla religiosità cripto-luterana dei Panciatichi offrono il destro per una ricerca di tratti ‘eretici’ all’interno dei dipinti esposti.

La quarta sezione, la più impegnata sul versante dell’elaborazione critica, illustra la duplice attività di pittore e poeta del Bronzino e la sua esatta collocazione nella società letteraria del tempo. Gli spunti non mancano, anche se ci pare difficile rintracciare nei dipinti del Bronzino l’alternanza del registro aulico e burlesco ch’egli sfoggiava nelle sue rime (in generi letterari differenti, che non trovano preciso riscontro nelle sue opere pittoriche). Quanto al confronto fra pittura e scultura, secondo i termini della celebre “disputa sulla maggioranza delle arti” promossa da Benedetto Varchi, forse si sarebbe potuto trarre vantaggio dall’esposizione d’un esemplare dei preziosi oggetti d’arredo e di mobilio che spesso compaiono a fianco dei protagonisti dei ritratti, in una virtuosa gara della pittura con le creazioni delle ‘arti sorelle’. In quale misura esse sono imitate, e in quale invece reinventate? Un certo assiepamento delle opere esposte caratterizza d’altronde questa sala (Il Bronzino e le arti) e le seguenti  (dedicate a I temi sacri e a I ritratti), con le quali il percorso praticamente si conclude. Malgrado l’altissima qualità dei pezzi, la lettura del materiale cronologicamente variegato che viene proposto in queste ultime due sale soffre della mancanza di un filo critico che non sia quello del semplice soggetto rappresentato. Tanto più che i gruppi sacri del Bronzino non si distinguono, sul piano stilistico e compositivo, da quelli profani (non essendo perciò prossimi, a nostro avviso, né ad una sensibilità riformata né ad una controriformistica, bensì ad una sorta di esaltazione del “primato del disegno”). Una coda non priva d’interesse, ma della cui presenza non si sentiva forse un particolare bisogno, è costituita dalla piccola stanza dedicata al legittimo erede della bottega e del nome del Bronzino, il figlioccio Alessandro Allori.

Autore/autrice scheda: Gabriele Donati