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Galleria

E. Munch, Malinconia (1911), Oslo, Stenersenmuseet
Il braccio della villa/corridoio d'ingresso
E. Munch, Malinconia (1896-1898)
Corridoio d'ingresso alla mostra e veduta del corpo della villa
E. Munch, Sera lungo il viale Karl Johan (1892), Bergen, The Rasmus Meyer Collection / The Bergen Art Museum (da http://www.munus.com/?language=it&page=appuntamenti-d-arte)
Veduta dell'ingresso
Accoglienza e bookshop
Accoglienza e biglietteria
Veduta d'insieme del braccio della villa/corridoio d'ingresso
Parco di Villa Manin, visione d'insieme
La nicchia che affianca il corridoio d'ingresso
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Mostra

Munch e lo spirito del Nord. Scandinavia nel secondo Ottocento

Passariano di Codroipo (Udine), Villa Manin 25 settembre 2010 - 6 marzo 2011

E. Munch, Sogno di una notte d'estate. La voce, 1893, Boston, Museum of Fine Arts
E. Munch, Sogno di una notte d'estate. La voce, 1893, Boston, Museum of Fine Arts

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Occorre subito dire che questa non è, anche se potrebbe sembrarlo, una mostra-specchietto-per-le-allodole, in cui il grande nome di un artista rimbalza nei rivoli mediatici senza essere o quasi rappresentato, e tutt’attorno un assordante nulla di contorno. Anzi.
Iniziamo con qualche informazione introduttiva: la mostra si colloca nel percorso scientifico “Geografie d’Europa”, progetto rivolto allo studio delle maggiori voci della pittura europea tra la metà del XIX e il primo decennio del XX secolo. Frutto di una collaborazione tra enti pubblici e privati, “Munch e lo spirito del nord” è stata di fatto organizzata dall’azienda Linea d’ombra e concepita da un comitato scientifico che vede tra i suoi membri, assieme a molti studiosi stranieri, anche Marco Goldin, direttore generale dell’allestimento e curatore del catalogo.

L’assunto di base è quello di mostrare al pubblico il percorso che compie la pittura scandinava, soprattutto di paesaggio, nella seconda metà dell’Ottocento, e di condurre quindi verso un inquadramento più puntuale, 'percettivamente' più conscio, dell’opera di Edvard Munch.
L’allestimento è concepito su due piani in una porzione della villa settecentesca dei Manin, e si articola in quattro sezioni rappresentative della pittura danese, finnica, svedese, norvegese, alle quali seguono le trentacinque opere di Munch, che spaziano dalla pittura alle litografie, xilografie e acqueforti. La disposizione è sobria, molto tradizionale: i quadri, muniti degli abituali cartellini esplicativi (solo in italiano), sono affissi a pannelli bianchi. Si determina così la sostanziale scomparsa del contenitore (l’edificio storico), protagonista solo per i pavimenti, o per qualche stanza in cui gli affreschi o l’arredo vengono lasciati visibili, per il corridoio di passaggio del primo piano, che si affaccia sul salone al piano terra, e per alcuni scorci belli del parco della villa intravisti da finestre non oscurate.

All’esterno la nebbia è fitta, all’interno il bianco estrania e smarrisce, anche a causa di una segnaletica del percorso completamente assente; eppure le opere, la cui scelta raffinata mette in secondo piano una non sempre felice e coerente disposizione, riescono davvero a emozionare. Questo scopo del resto viene esplicitato in mostra con le parole dello stesso Munch, secondo cui "il vero dono per l’intera umanità [è] un'arte in grado di emozionare e commuovere, nata dal sangue del cuore".
Pure in un progetto privo di complicazioni scientifiche, liscio come l’olio - de facto una rassegna di pittura di paesaggio dei quattro Paesi sopra ricordati, che vede il proprio culmine in Munch -, il curatore Marco Goldin riesce a condurre con lirismo un racconto per immagini. Se, da un lato, il curatore allestisce esplicitamente un percorso delle emozioni, dall’altro riporta il pubblico, per dirla sempre con Munch, "all’arte come immagine convertita in forma, che si affaccia all’esistenza in virtù dei nervi umani – cuore, cervello, occhi" e la qualifica come "bisogno di cristallizzazione".

Molti sono i lavori di alto valore artistico, tutti corredati delle magnifiche cornici originali, e che incuriosiscono perché poco noti, o proprio sconosciuti. Per un possibile itinerario di pezzi merita segnalare, all'interno della piccola sezione “Danimarca”, l’intera sala dedicata a Vilhelm Hammershøi; tra le opere della sezione “Finlandia”, tre quadri di Helene Schjerfbeck (Abiti messi ad asciugare, 1883; La convalescente, 1888; Autoritratto, 1884-1885) e le due splendide tele, che valgono da sole il prezzo del biglietto, di Akseli Gallen-Kallela, l’illustratore del poema epico Kalevala (Imatra in inverno e La moglie dell’artista, entrambe del 1893). Quanto alla Svezia, spiccano Inverno sulla Blasieholmen Omay di A. Bergström, due tele di August Strindberg, Marina (1884) e Asta bianca II (1892), la Sera d’inverno sul fiume di Gustaf Fjaestad (1907) e Ghiandaia, di Bruno Liljefors (1886). Nella sezione “Norvegia” meritano attenzione soprattutto le due tele di Peder Andersen Balke, Paesaggio costiero (1860-1869) e La montagna St. Chind con una betulla (1864), oltre che il Prato fiorito nel Nord di Herald Sohlberg (1905).

Seguono poi le trentacinque opere di Munch, esposte in cinque sale. Intese come esemplificative dell’opera dell’autore, non seguono un percorso specifico. Ci sono il Ritratto di August Strindberg (1882) - ma chissà quanti si ricordano di averlo già incontrato come pittore due sale prima, visto che non se ne fa menzione - e alcune tele importanti (Prato fiorito a Veierland, 1887; Veglia, 1895; Sera sul fiume Karl Johan, 1892; Malinconia, 1896; Le quattro stagioni della vita, 1902); ma l’artista si legge meglio, a mio avviso, nelle litografie (Morte nella stanza della malata, 1896, Separazione I, sempre del 1896, e un esemplare della celeberrima Madonna, 1895-1902), nelle xilografie (Paesaggio invernale, 1898; Ragazza sul ponte, 1918) e nelle acqueforti (Donna II, 1895; Bambina malata, testa, 1896), lì dove il segno è più marcato, e affiora l’angoscia "dell’incandescente formale della mente", come ci comunica Goldin con parole di Munch.

La concezione del progetto e la sua resa si concentrano quindi molto sulle emozioni, sul rapporto tra l’esperito estetico e la rielaborazione delle immagini nel ricordo, qui condotto attraverso un racconto che, poiché conciso e raffinato nella scelta delle opere elette a media narrativi, tiene il ritmo e si fa seguire con facilità.
Se l’obiettivo di uscire 'contenti' dalla mostra viene raggiunto, qualche dubbio rimane sul progetto scientifico. La sfida di studiare gli intrecci tra le diverse scuole, evidenziare i dettagli dei rapporti intercorsi tra gli esponenti, e le relazioni tra le opere, in mostra non viene accolta, demandandola al catalogo e, forse, ad approfondimenti monografici futuri. Ed è un peccato perché l’argomento si presenta come opportunità importante, non solo per l’indiscutibile interesse garantito dal gusto contemporaneo, che vede un pubblico che ancora risponde entusiasta a impressionisti et similia, ma anche per la curiosa novità. Quando l’arte nasce "dal sangue del cuore", insomma, cresce sì nelle emozioni, ma è sempre bene ricordare che il cuore è un organo al centro di un sistema la cui complessità desta altrettanta se non maggiore meraviglia.

 

Autore/autrice scheda: Myriam Pilutti Namer