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Galleria

Hydria (kalpis) attica a figure rosse (particolare)
Una donna, esclusa dall'incoronazione, lavora con alacrità alla decorazione di un cratere a volute
Pittore di Leningrado, 470-460 a.C.
Collezione Intesa Sanpaolo
Cratere a mascheroni apulo a figure rosse (particolare)
Aiace Oileo afferra per i capelli Cassandra, aggrappata alla statua di Atena, per trascinarla via dall'altare della dea
Cerchia del Pittore di Licurgo, 360-340 a.C.
Napoli, Museo Archeologico Nazionale (Inv. 82923)
Cratere a volute apulo a figure rosse
Defunta e ancella entro naiskos funerario
Officina del Pittore di Baltimora, 330-320 a.C.
Collezione Intesa Sanpaolo
Cratere a colonnette apulo a figure rosse (particolare)
Amazzone
Pittore di Ariadne, 400-380 a.C.
Collezione Intesa Sanpaolo
Cratere a volute apulo a figure rosse
Amazzonomachia (corpo) e donne alla fontana (collo)
Officina del Pittore di Baltimora, 330-310 a.C.
Collezione Intesa Sanpaolo
Oinochoe trilobata a collo lungo apula a figure rosse
Scena amorosa
Officina del Pittore di Dario (Gruppo di Egnazia), 340-330 a.C. 
Collezione Intesa Sanpaolo
Cratere a colonnette apulo a figure rosse
Scena dionisiaca
Cerchia del Pittore dei Nasi Camusi e del Pittore di Varrese (Pittore di Roermond), 350-340 a.C. Collezione Intesa Sanpaolo
Pelike apula a figure rosse
Donna ed Eros davanti a un kalathos
Cerchia del Pittore di Karlsruhe B9, 380-360 a.C.
Collezione Intesa Sanpaolo
Cratere a mascheroni apulo a figure rosse (particolare)
Medea innamorata osserva il combattimento tra Giasone e il toro
Pittore del Sakkos Bianco, 320-300 a.C.
Napoli, Museo Archeologico Nazionale (Inv. 82261)
Hydria (kalpis) attica a figure rosse
Incoronazione di pittori ceramici da parte di Atena e di due Nikai
Pittore di Leningrado, 470-460 a.C.
Collezione Intesa Sanpaolo
Cratere a mascheroni apulo a figure rosse
Cerchia del Pittore di Licurgo, 360-340 a.C.
Napoli, Museo Archeologico Nazionale (Inv. 82923)
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Mostra

Le Ore della Donna. Storie e immagini nella collezione di ceramiche attiche e magnogreche di Intesa Sanpaolo

Napoli, Galleria di Palazzo Zevallos Stigliano 29 settembre 2010 - 3 aprile 2011

La locandina della mostra
La locandina della mostra

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Le Ore della Donna è solo il primo capitolo della rassegna Il Tempo dell’Antico, progettata da Intesa Sanpaolo per far conoscere al grande pubblico i pezzi più preziosi e interessanti della propria vasta collezione. La piccola mostra, comprendente una trentina di vasi provenienti dall’Attica o dall’Apulia ma rinvenuti nelle Necropoli ruvesi, è ospitata oggi presso le sale rigogliosamente decorate di Palazzo Zevallos Stigliano, che accoglie da alcuni anni il famoso Martirio di Sant’Orsola del Caravaggio. Fino allo scorso maggio, l’esposizione era visitabile presso le Gallerie di Palazzo Leoni Montanari, a Vicenza, altra sede espositiva di Intesa Sanpaolo. 

La prima sezione ha un intento esplicitamente didattico e funge solo da remoto preludio al tema della mostra che verrà affrontato nelle altre due sezioni. Innanzitutto l’attenzione è posta su cos’è un vaso greco. Attraverso un’anfora apula si chiarisce come le varie parti e sezioni del vaso siano indicate, nella terminologia antica e moderna, con nomi delle parti del corpo. I pannelli con i nomi e le forme delle varie tipologie vascolari, accompagnate da una breve spiegazione delle fasi di produzione del vaso, compreso il delicato processo di cottura in fornace, completano l’apparato didattico introduttivo. La seconda parte della prima sezione comprende un breve filmato relativo a Ruvo di Puglia e al recupero dei vasi dalle necropoli della zona, entrati a far parte di diverse collezioni, più all’insegna del gusto estetico e della curiosità antiquaria che della ricerca scientifica e archeologica, a partire dalla fine del Settecento. Proprio una di queste raccolte, la Collezione Caputi, costituisce oggi il nucleo principale del vasto patrimonio vascolare di Intesa Sanpaolo.

La prima parte della seconda sezione riguarda la vita e le attività femminili all’interno dell’oikos e non a caso è aperta da un disegno ricostruttivo della tipica casa greca di età classica.
Attraverso le decorazioni dei vasi si punta a illustrare le due pressoché esclusive occupazioni della donna greca e magno greca: la gestione della casa, comprendente la cura dei figli, la filatura e il controllo dell’economia domestica, e la cura del proprio corpo e della propria bellezza. Gli specchi, le ciste, i parasole, i gioielli e il grande kalathos, cesto per la lana da filare, costituiscono tutto il piccolo mondo delle nobildonne accompagnate da ancelle e amorini effigiate sulle lekuthoi e pelikai che costituiscono questa sezione. I pannelli, semplici e didattici come sempre, accentuano la condizione di segregazione, spaziale e sociale, che contraddistingue le donne delle classi elevate, ben espressa anche nella separazione degli ambienti femminili e maschili all’interno dell’oikos.

La seconda parte è dedicata alle donne che, per condizione sociale, età o mito, escono dal gineceo e irrompono nel mondo esterno. Il primo reperto che si incontra è la celeberrima hydria del Pittore di Leningrado con la sua gara tra ceramografi alla presenza di Atena e di una silenziosa figura femminile intenta alla decorazione delle volute di un grande cratere, uno dei pochi monumenti relativi alla sporadica attività lavorativa femminile al di fuori dell’economia di sussistenza del proprio oikos. A parte sporadiche sortite soprattutto in occasione di feste religiose la donna nobile esce dal gineceo solo in due occasioni, per passare dalla casa paterna in cui aveva vissuto fino a quel momento come parthenos a quella del marito nella quale entra come nymphe e la seconda, definitiva, in cui viene condotta nel suo estremo luogo di segregazione, il sepolcro. Entrambi i momenti sono rappresentati in questa sezione, che comprende alcuni esempi di iconografie relative all’ambito erotico e matrimoniale, molto fortunate in particolar modo nella ceramica apula, come le scene a carattere funebre, in cui è solo il pallore delle membra della defunta, che la identifica quasi come una statua all’interno del suo naiskos tombale, a indicare che la sua toilette si svolge ormai nel regno dei morti.

Isolate all’interno della terza e ultima sezione, le Amazzoni e le Menadi rappresentano la massima negazione possibile del ruolo richiesto alla donna greca. Nelle terre barbare della Scizia e sui gioghi solitari del Citerone l’uomo greco ha confinato le spinte selvagge e irrazionali che sempre ha visto latenti nell’universo femminile, tessendo sulle virili guerriere dell’Est e sulle baccanti possedute dal dio miti colmi di terrore e di reverenza. Il cratere a volute dell’Officina del Pittore di Baltimora, con una violenta Amazzonomachia sovrastata da una pacifica scena di donne alla fontana sul collo del vaso simboleggia nell’immediatezza dell’iconografia il contrasto che agli occhi dell’uomo è insito nella natura femminile. Al misterioso culto tributato alle Amazzoni e al menadismo, mitico e reale, sono dedicati i due brevi saggi di Giampiera Arrigoni e Giuseppe Zanetto che chiudono il catalogo della mostra.

Due monumentali crateri provenienti anch’essi da Ruvo e prestati dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, spazialmente collocati nella prima sezione ma più affini per contenuto alla terza, sono dedicati a due donne del mito greco molto diverse fra loro, la parthenos Cassandra aggrappata al Palladio e aggredita da Aiace e la colca Medea, qui raffigurata mentre spinta da Eros aiuta Giasone a superare la prova dei tori che spirano fiamme.

Il tema della donna nell’antichità greco-romana è sicuramente uno dei più inflazionati negli ultimi anni, specialmente nel mondo anglosassone ma anche nel nostro Paese. Tra i numerosi studi di diverso respiro e di vario taglio interpretativo, molti sfociano nel ripetitivo e nello stucchevole, dimenticando a tratti il rigore richiesto a una argomentazione scientifica per abbandonarsi a un accanimento femminista che porta talvolta a giudicare la società di allora con le categorie mentali della nostra. Il rischio è forte per chi voglia trattare oggi tale tematica, ma la volontà di rendere comune un patrimonio privato e in particolar modo l’intento esplicitamente didattico salvano la mostra napoletana da questa facile caduta di stile.

La scelta di esporre esclusivamente reperti provenienti dalla collezione di Intesa Sanpaolo (a parte i due crateri del Museo Archeologico napoletano) limita i confini di un campo che rischierebbe altrimenti di divenire quasi impossibile da gestire e il target giovane, inesperto ma curioso a cui si rivolge l’esposizione giustifica la prima sezione col suo carattere fortemente didattico e il tono semplice e chiaro dei pannelli esplicativi, che contengono descrizioni degli oggetti e dei modi della vita femminile greca e magno greca piuttosto che problematiche specifiche connesse ai vasi esposti. Qualche accenno è stato fatto, e non poteva mancare, solo a proposito dell’hydria del Pittore di Leningrado. L’esperto o il visitatore più maturo in studio, età e competenza potrà comunque apprezzare la notevole qualità dei reperti esposti, di solito non accessibili, e magari cogliere l’occasione per interrogarsi su limiti e vantaggi di una simile tipologia di esposizione.

Se è bene darsi confini precisi nell’affrontare un mare magnum come la vita femminile nell’antichità, qualche aspetto poteva essere maggiormente messo in luce, proprio in funzione del dichiarato scopo didattico. Sorprende la mancanza completa di riferimenti e citazioni alle fonti scritte, epigrafiche, storiche e legislative ma in particolar modo letterarie.
Alcuni elementi della vita femminile sono stati taciuti o trattati troppo frettolosamente. A raccontare il mondo delle etere, che molta importanza ebbero nella vita e nell’immaginario greco, c’è solo un’allusione peraltro dubbiosa a proposito del cratere a colonnette attico con scena di donna al louterion. Il “tempo della morte” è parte integrante del percorso, ma soltanto in maniera unidirezionale. I vasi esposti mostrano la donna solo come oggetto delle esequie, non come agente. E’ alle donne della famiglia che si affida tradizionalmente la cura e la preparazione del cadavere per le esequie e a loro è riservato il fondamentale momento del lamento funebre. Il matrimonio, altra colonna della vita femminile nonché suo principale spartiacque, è sì descritto in un pannello appositamente predisposto nella seconda sezione, ma forse data la sua assoluta preponderanza nella vita di ogni  donna meritava una trattazione più approfondita, e magari una scelta maggiore di vasi a illustrarlo. E’ vero che la terza mostra della rassegna, Le ore dell’Amore, presterà sicuramente grande attenzione al rito nuziale e alla simbologia a esso collegato, ma una corposa anticipazione non avrebbe certo guastato. Qualche fotografia o disegno tratto da ceramiche non appartenenti alla collezione di Intesa Sanpaolo con scene di cortei nuziali alla luce delle fiaccole e di lamenti funebri, particolarmente frequenti in ambito attico, avrebbero contribuito a offrire un quadro più esaustivo.

 

Autore/autrice scheda: Chiara Ballestrazzi