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Galleria

Una veduta della prima sala, con il gruppo ligneo raffigurante San Giorgio e il drago, di Martino Benzoni
Veduta di una delle sale, con le tavole di Bernardino Luini raffiguranti Santa Caterina d'Alessandria e San Bernardino da Siena
Non solo dipinti: una vetrata, al centro, e, a sinistra, il bellissimo arazzo con Giulio Cesare che riceve la testa di Pompeo, realizzato da Antonio Maria Bozzolo su disegno di Bernardo Zenale
Il pubblico ammira la stupenda Fuga in Egitto di Bramantino
La Natività della Vergine di Gaudenzio Ferrari, da Morbegno
Sulla sinistra, il San Sebastiano e il San Cristoforo di Bernardino Luini, provenienti dal duomo di Como
Veduta di una delle sale; sullo sfondo l'Andata al Calvario di Gaudenzio Ferrari (da Cannobio)
Veduta di uno degli ambienti in cui si articola il percorso espositivo
La Madonna col Bambino tra i Santi Bernardo da Chiaravalle e Defendente (?) di Ludovico De Donati (da Sondrio) accostata alla Madonna tra i Santi Cosma e Damiano di anonimo pittore lombardo (da Como)
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Mostra

Il Rinascimento nelle terre ticinesi. Da Bramantino a Bernardino Luini

Rancate (Mendrisio), Pinacoteca cantonale Giovanni Züst 10 ottobre 2010 - 9 gennaio 2011

L'Ancona della Pietà, proveniente da Orselina, e, sullo sfondo, la tavola con Cristo morto tra Maria e San Giovanni, di Giovanni Antonio da Montonate (da Verbania)
L'Ancona della Pietà, proveniente da Orselina, e, sullo sfondo, la tavola con Cristo morto tra Maria e San Giovanni, di Giovanni Antonio da Montonate (da Verbania)

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Pubblichiamo la recensione della mostra di Rancate, scritta per l'Osservatorio da Maria Cristina Terzaghi, studiosa che si è occupata in particolare di Caravaggio (cfr. Caravaggio, Annibale Carracci, Guido Reni tra le ricevute del banco Herrera & Costa, Roma, L'Erma di Bretschneider 2007) e che ha curato la mostra su Merisi in corso nell'omonima cittadina lombarda (Caravaggio. Mecenati e pittori, 25 settembre - 12 dicembre 2010). E' attualmente storico dell'arte alla Soprintendenza BSAE per le Province di Mantova, Brescia e Cremona.

 

Non è un caso che i cataloghi delle mostre Zenale e Leonardo. Tradizione e rinnovamento della pittura lombarda, allestita nel 1982 al Museo Poldi Pezzoli di Milano e Gaudenzio Ferrari e la sua scuola, curata nello stesso anno da Gianni Romano per l’Accademia Albertina di Torino, appaiano vissuti e consunti negli scaffali delle biblioteche universitarie milanesi, nonostante la buona volontà di chi li ha gratificati di molteplici legature. Essi rappresentano infatti le letture culto, l’Abc di almeno due generazioni di studenti che, per una decina di anni, a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, si sono formate su quei volumi, imparando non tanto e non solo a riconoscere le peculiarità stilistiche dei maestri del Rinascimento tra il Piemonte e la Lombardia, ma soprattutto il metodo per condurre una seria ricerca storico artistica. Chiunque abbia preso in mano quei testi sa, ad esempio, che il tramezzo affrescato da Bernardino Luini nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Lugano è uno dei momenti più alti del linguaggio figurativo del grande maestro milanese, seppur dislocato molti chilometri a Nord della capitale del Ducato.

Di questi e di altri fatti artistici, della loro genesi, del loro sviluppo e significato all’interno della cultura lombarda tra Quattro e Cinquecento intende dar conto l’esposizione che ha aperto i battenti alla Pinacoteca Züst di Rancate, curata da Giovanni Agosti, Jacopo Stoppa e Marco Tanzi, ancorata alla stessa solida metodologia (capillare indagine territoriale, accurato scandaglio bibliografico, precisa ricostruzione cronologica, scrupolosa analisi stilistica) che diede vita agli illustri precedenti degli anni Ottanta. Alcuni dei protagonisti di quella stagione, come Maria Teresa Binaghi Olivari e Gianni Romano, sono stati peraltro arruolati anche in questa avventura, accanto ai più giovani allievi che hanno studiato nel primo decennio del nuovo secolo all’Università di Milano.

Un’impresa corale quella della mostra ticinese, che traspare anche dalle pagine del catalogo, scandito in due volumi: il primo dedicato all’esposizione, il secondo ad itinerari e percorsi sul territorio, dove lo stesso saggio guida è condotto a sei mani (in singolare coerenza con lo spirito milanese che secoli prima ha dato vita al celeberrimo “Quadro delle tre mani” a firma di Cerano, Morazzone e Procaccini). Anche le schede fiume che illustrano le opere esposte recano sovente più di una indicazione autoriale, una sorta di unicum nel panorama così disgregato del mondo accademico italiano, che già di per sé può indurre a qualche utile riflessione.

La prima sala appare programmatica. Il visitatore è accolto infatti da due bellissime mappe, realizzate per l’occasione  da Mario Mondo, storyboarder di grido nella Milano degli anni Ottanta, autore dei notevoli murali che accompagnano in più punti l’allestimento, progettato da Claudio Cavadini, contribuendo ad ingentilire ed illustrare un percorso che si rivela tutt’altro che accidentato.

Aristotelicamente concepita per unità di luogo e di tempo, la mostra intende offrire subito allo spettatore le coordinate in cui si svolge l’azione, e le carte geografiche funzionano a meraviglia per chiarire i termini del problema, suggerendo che il punto di vista migliore per comprendere lo sviluppo della cultura figurativa rinascimentale nella zona della Lombardia e della Svizzera Nordoccidentale è quello delle diocesi di Como e di Milano, i cui confini appaiono ben più dilatati ed omogenei di quelli dell’attuale Canton Ticino: si intende dunque parlare non solo di Lugano e delle sue valli, ma anche del Varesotto, del Comasco, della Valchiavenna e della Valtellina.

L’ampio raggio dei limiti geografici esplorati trova il suo corrispettivo nella varietà della tipologia dei materiali studiati. La prima sala espone infatti un notevole gruppo ligneo, databile agli anni Settanta del Quattrocento, il San Giorgio e il drago dello scultore milanese Martino Benzoni, conservato nella chiesa di San Giorgio a Losone (pieve di Locarno), due scudi da parata e una croce astile, tutti oggetti provenienti da botteghe milanesi, presenti ab origine nel Canton Ticino, due piviali conservati a Faido e ornati da crociere eseguite da pittore e ricamatore lombardi, nonché la pergamena con cui il 13 dicembre 1476, il duca di Milano, Galeazzo Maria Sforza, confermava i privilegi di Bellinzona.

Chi va cercando dipinti rimane sbalordito. Horror vacui? Mania di completezza? Apertura ad effetto? I quadri arriveranno dopo, si pensa. Invece salendo le scale che rendono l’ex canonica, oggi adibita a Museo cantonale, uno dei percorsi espositivi meno facili da espugnare, ci si trova davanti ad una lapide marmorea a rilievo. Non resta che arrendersi e cercare di comprendere i motivi che sottostanno a simili scelte.

Si scopre così che il Rinascimento nelle Terre Ticinesi è un fenomeno ben più complesso di quanto una serie di dipinti ha sinora documentato, e coinvolge, oltre alla pittura, la scultura lignea e marmorea, e le arti minori in senso lato. Da questo punto di vista la mostra non trascura nulla e, dagli scudi agli arazzi, tesse la storia di un fenomeno complesso, manifestazione di un gusto, si è tentati di dire, utilizzando una categoria molto probabilmente impropria, ma certamente indicativa.

Il percorso allinea dunque una serie di manufatti e dipinti secondo una sequenza sostanzialmente cronologica, tentando di chiamare in causa il maggior numero di oggetti che possano testimoniare il diffondersi del linguaggio figurativo affermatosi a Milano a partire dagli anni Settanta del Quattrocento. Maestri minori figurano accanto a punte di diamante, ma l’impressione generale è di una temperatura stilistica decisamente alta anche quando ci si trova in presenza di comprimari, complice la molteplicità dei rimandi figurativi ottenuti con accorti accostamenti di opere. Si va dalle novità ferraresi, filtrate attraverso l’opera di Andrea de’ Passeris, presente in mostra con l’Assunzione della Vergine di Brera databile al 1470 circa, fino al 1550 circa dell’Assunzione e Incoronazione della Vergine di Callisto Piazza in collezione privata fiorentina.

La strada verso la “maniera moderna” non è individuata soltanto nel tortuoso percorso della sua affermazione, ma viene documentata anche nei suoi esiti più straordinari, come la Fuga in Egitto di Bramantino, eseguita per il Santuario della Madonna del Sasso di Orselina. Un dettaglio del rugiadoso paesaggio presente nel dipinto è tra l’altro divenuto la copertina del catalogo, scelta quanto mai azzeccata, forse in sintonia con l’evocativa descrizione testoriana: “Un viaggio di nubi sul crinale dei monti ticinesi, giusto poco prima che scenda la sera”.  Altro testo di notevole importanza, anche perché restaurato in occasione dell’esposizione, è il bellissimo arazzo raffigurante Giulio Cesare riceve la testa di Pompeo (Parigi, Musée des Arts Decoratifs) tessuto da Antonio Maria Bozzolo su cartone di Bernardo Zenale di proprietà del comasco Gian Giacomo Rusca, gravido di rimandi al mondo classico.

A fronte di un’indagine così capillare, colpisce apprendere che una delle molle ideative dell’esposizione è stato il desiderio di ricomporre il polittico Torriani che Bernardino Luini aveva realizzato nel 1523, con una qualità e una cura eccedenti gli standard routinari della sua avviata attività, per la chiesa di San Sisinio alla Torre nei pressi di Mendrisio, impresa ahimé impossibile in questa occasione espositiva, ma che ha consentito il rinnovarsi degli studi intorno al percorso di uno degli artisti decisivi per la cultura figurativa lombarda nei primi decenni del Cinquecento. La storia della difficile ricostruzione del polittico viene narrata nel mezzanino della mostra, dove ha trovato posto anche l’Immacolata di Carlo Donelli detto il Vimercati, un artista tardoseicentesco di grande levatura, attivo per lo più a Milano, ma che ha lasciato quest’opera sinora sconosciuta nella stessa chiesa di San Sisinio. La scelta di esporre il dipinto fuori catalogo, insieme ad alcuni tra i primissimi testi di storia della critica dedicati al Luini e alla pittura rinascimentale a Nord di Milano, appare altamente significativa delle intersezioni e delle contaminazioni di pensiero che hanno guidato l’indagine a tutto campo dei curatori della mostra e del nutrito staff dei collaboratori, tra letture dello Suida e passeggiate nelle valli svizzere, utilizzando tutti i possibili indizi per tentare una ricostruzione della storia e del tessuto culturale e figurativo delle Terre Ticinesi.

Il contributo alla rivisitazione del percorso luinesco è, a mio avviso, tra i primi frutti della mostra, consentendo tra l’altro il recupero di due imponenti tele raffiguranti San Sebastiano e San Cristoforo collocate nel duomo di Como ed esposte nel salone principale, dove va in scena non l’avvio ma la conclusione del percorso espositivo, un congedo che avviene secondo un climax degno delle migliori pièces teatrali.

Il gran finale è infatti riservato allo scultore Giovan Angelo Del Maino, presente con la bellissima Madonna svenuta proveniente dalla chiesa di San Martino a Cuzzago e al commovente Gaudenzio Ferrari. Del celebre artista piemontese è stato convocato un pezzo magistrale, la cui bellezza è ancora ampiamente leggibile attraverso la consunzione che lambisce l’opera (nonostante l’abile restauro condotto in occasione della mostra), come un bel volto si legge compiutamente tra le rughe depositate dal tempo. Si tratta di una delle ante che chiudevano l’ancona del Santuario dell’Assunta di Morbegno scolpita da Giovan Angelo del Maino e dipinta da Gaudenzio stesso e da Fermo Stella (1524-1525). Il pezzo vale da solo il viaggio a Rancate. Gaudenzio, esprime qui un senso di tale profonda armonia, di nobiltà e grandiosità delle forme, un inedito “gigantismo delle figure” (come sottolinea Gianni Romano, autore della scheda che accompagna la tempera in catalogo, dove ripercorre magistralmente tutta la vicenda della straordinaria ancona), accaparrandosi d’un balzo un ruolo da protagonista nel corso della gloriosa stagione della pittura italiana del primo quarto del Cinquecento. Altro che provincia!

Le immagini che corredano questa recensione sono state gentilmente fornite da Alessandro Uccelli.

 

Autore/autrice scheda: Maria Cristina Terzaghi