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Galleria

Ministry, The mind is a terrible thing to taste, 1989
Megadeth, Killing is My Business⦠and Business is Good!, 1985
Damien Hirst, Diamond Skull t-shirt
Andy Warhol, Skull, 1976
Andy Warhol (anni Settanta)
50 cent, Forever King, 2010
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Mostra

Damien Hirst. For the Love of God

Firenze, Palazzo Vecchio 25 novembre 2010 - 1 maggio 2011 (prorogata al 12 giugno 2011)

Damien Hirst, For the Love of God, 2007
Damien Hirst, For the Love of God, 2007

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L'ostensione della celebre opera di Hirst è recensita per l'Osservatorio da Christian Caliandro, dottore di ricerca in storia dell'arte, già allievo della Scuola Normale tra il 1997 e il 2001 e autore de La trasformazione delle immagini. L'inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-1983 (Milano, Electa 2008). Attualmente svolge attività di ricerca presso la Fondazione Università IULM di Milano; appena uscito per Il Mulino è il suo volume, scritto con Pier Luigi Sacco, Italia Reloaded. Ripartire con la cultura.

 

 

                 Una mattina, [Laurent] si spaventò terribilmente.
                 Da alcuni minuti osservava un annegato, piccolo
                 di statura e atrocemente sfigurato. Le sue carni
                 erano talmente molli e sfatte che l’acqua corrente
                 che le lavava le portava via pezzettino a pezzettino.
                 Lo zampillo che cadeva sulla faccia aveva scavato
                 un buco a sinistra del naso. Improvvisamente, il
                 naso si appiattì e le labbra si staccarono, mostrando
                 i denti bianchi. La testa dell’annegato scoppiò a ridere.

                 ÉMILE ZOLA, THÉRÈSE RAQUIN (1867)


                 “Vivi di corsa, muori giovane,
                 e cerca di avere un cadavere attraente.”

                 JAMES DEAN

 

E finalmente “il teschio” arriva anche in Italia. L’opera che maggiormente ha catalizzato l’attenzione mediatica e critica nell’ultimo decennio, rappresentandolo al contempo e restituendone un’immagine che forse rimarrà anche e soprattutto quando i valori e la cultura dominante saranno radicalmente mutati, è approdata a Palazzo Vecchio, accanto allo - non nello - Studiolo di Francesco I. A questo proposito, anzi, va detto subito e brevemente che la mostra-presentazione ‘contemporanea’ non si inserisce nel contesto storico e decorativo, ma si affianca semplicemente ad esso: l’elemento comune del dialogo dovrebbe essere il concetto di ‘alchimia’, ma i due habitat pur posti a stretto contatto non comunicano, rimangono estranei l’uno all’altro.

Un’opera come For the Love of God (2007) di Damien Hirst è un esempio perfetto e ai limiti del didascalico di auratizzazione contemporanea. Il Diamond Skull, come è stato subito ribattezzato, è stato sin dalla sua prima apparizione oggetto di accese polemiche riguardo soprattutto al suo prezzo esorbitante (“l’opera più costosa di tutti i tempi”: 100 milioni di sterline era la valutazione di tre anni fa, che ha subìto in seguito oscillazioni considerevoli, dovute sia alle trasmissioni dei rumours sia alle montagne russe dell’economia). Si tratta del calco in platino di un teschio appartenuto ad un uomo vissuto nel XVIII secolo, ricoperto da ben 8601 diamanti e ulteriormente impreziosito da un diadema incastonato nella fronte: l’unico prelievo, il solo frammento originale è costituito dai denti, che sorridono in un ghigno minaccioso. L’auratizzazione dell’opera parte solamente dalla sua costruzione (tipica in questo senso della produzione contemporanea, in cui si fondono due processi apparentemente contrapposti, la spersonalizzazione e la forte caratterizzazione), che ha coinvolto una schiera di artigiani e gioiellieri; risiede in realtà nella sua presentazione, e soprattutto nella sua mediazione. Una teca a prova di proiettile, in una sala buia completa di security guard, con tre spot puntati direttamente sull’oggetto del desiderio, e altri tre che si riflettono in specchi direzionati. Oggetto del desiderio che si offre così ad una contemplazione che si vorrebbe simil- o para-religiosa: l’aura studiata a tavolino. Lo spettatore è chiamato – nel contesto di un’installazione/ambientazione, oscura e quasi spettrale, che ha molto a che fare con la costruzione scenografica e spettacolare di un rito – a confrontarsi direttamente con quest’oggetto altamente perturbante, a rispecchiarsi in esso e a vederci riflessa la propria stessa precarietà e al tempo stesso l’annullamento di essa, in una promessa di eternità che sembra completamente materiale. La morte e il glamour non sono mai andati così a braccetto, in una sintesi pressoché perfetta di un’intera epoca - un decennio, un ventennio, un trentennio a seconda delle varie periodizzazioni - che molto probabilmente si è appena conclusa. Come scrive Rudi Fuchs nel catalogo della prima presentazione di quest’opera-immagine:

That is why it is such a sad and iconic image of the passing of time. But the diamond skull is made of materials of utmost durability. Platinum lasts forever, diamonds are eternal. […] There, in that ambiguity, the skull proclaims victory over decay.

Eppure, eppure. Dopo l’attesa nello Studiolo, all’ingresso le aspettative vengono sistematicamente deluse: il teschio è una povera cosa, che - almeno all’apparenza - non ha proprio nulla di prezioso, al primo contatto visivo ha molto della ‘bigiotteria’. Ed è anche, soprattutto, piccolo. Gli esseri umani sono stati piccoli per secoli e millenni, e lo erano anche i soldati italiani durante la Seconda Guerra Mondiale (come ha ricordato di recente il compianto Mario Monicelli). Ciononostante, quest’opera-oggetto-manufatto, questo teschio, è veramente piccolo.

Dunque, la vera opera è l’immagine (frontale, promozionale): riprodotta ovunque e all’infinito, secondo la strategia artistica impostata cinquant’anni fa da Andy Warhol. Il modello dell’artista pop per eccellenza ritorna sia per quanto riguarda l’aspetto propriamente ‘operativo’ (da un certo punto di vista, infatti, For the Love of God rappresenta una sorta di montaggio tra la serie degli Skulls e quella delle Diamond Shoes), sia per quello concettuale e comunicativo. In breve, esso consiste nell’auratizzazione dell’oggetto ottenuta attraverso la sua incessante e quasi ossessiva mediatizzazione: l’identità nello spazio mediale produce quella nello spazio fisico (e non il contrario), che viene acquisita a propria volta dal compratore-consumatore per assimilazione. Appropriandosi dell’oggetto-opera-immagine, ci si appropria della vita spettacolare che questo possiede e che trasmette per contatto. L’oggetto nello spazio fisico viene ri-conosciuto grazie alla sua identità mediale e rende ri-conoscibile chi ne è portatore agli occhi di tutti coloro che condividono quel processo di identificazione.

For the Love of God è un caso esemplare di aura come branding applicato ad un oggetto d’arte: Damien Hirst ha infatti aperto un negozio, Other Criteria (lo stesso nome della sua casa editrice), che vende tra gli altri prodotti magliette, jeans della Levi’s personalizzati, stampe, teschi di plastica e piatti decorati, in un’infinita reiterazione del tema di rigida osservanza warholiana. Inoltre, subito dopo l’apparizione del Diamond Skull, il tema del teschio – con o senza brillanti – ha ricominciato a spopolare nell’alta moda e nello street wear, su t-shirt, abiti da sera e sneakers.
La vera opera, cioè, non è questo teschio che osserviamo direttamente nello spazio buio e angusto illuminato dai faretti, ma è la fotografia riprodotta innumerevoli volte e che abbiamo visto innumerevoli volte su ogni tipo di supporto. Anzi, è l’immagine che attraverso la riproduzione e la mediazione si sgancia da ogni tipo di supporto e accede al territorio del simbolo. In questo processo, al tempo stesso molto elementare e molto raffinato, consiste la vera e propria operazione artistica. Le placche in platino lavorato, l’innesto dei diamanti e tutta la produzione artigianale costituiscono poco più di un pretesto per questa attività-core.
La vera opera è la fama: For the Love of God funziona esattamente come un individuo famoso, inserito pienamente nel dispositivo della celebrity culture, che quindi da esso viene trasfigurato e trasformato, sottoposto ad un processo di vera e propria mutazione interna, che lo estrae e lo astrae dal mondo della realtà, della vita quotidiana, per restituirlo ad essa come metafora di qualcos’altro. Da persona a personaggio, a persona. E, proprio come avviene davanti ad un personaggio famoso, quando lo vedi dal vivo rimani inevitabilmente deluso. Viene in mente lo scambio di battute tra Rupert Pupkin e Marsha, a proposito dell’aspetto di Jerry Langford/Lewis, in Re per una notte (1983) di Martin Scorsese:

     RUPERT: “E’ lui?”
     MARSHA:“No”
     RUPERT: “Sicura?”
     MARSHA: “Ma certo che sono sicura. Gli rassomiglia troppo
     RUPERT: “Che vuol dire?”
     MARSHA: “Quando è lui non gli rassomiglia”.

 

                                                              * * *

Si è detto che For the Love of God si presenta come una riflessione articolata sul rapporto tra decadimento e immortalità, tra morte ed eternità. I riferimenti artistici e culturali spaziano dalla storia dell’arte alla cultura pop, dalle nature morte secentesche e dai memento mori della tradizione religiosa, alla fantascienza e alla simbologia punk ed heavy metal che costellano l’immaginario collettivo a partire dagli anni Ottanta. Innumerevoli infatti sono le copertine di album che recano in effigie un teschio, quasi sempre in versione frontale su fondo nero: da Killing is My Business… and Business is Good! (1985) dei Megadeth a The Mind Is a Terrible Thing to Taste (1989) dei Ministry, da Beneath the Remains (1989) dei Sepultura a Southern Discomfort (2000) degli EyeHategod. Sempre per restare in ambito musicale, 50 Cent ha usato direttamente l’opera di Hirst per la copertina del suo album Forever King (2010), chiudendo e sancendo al momento la circolazione di quest’opera nell’immaginario pop contemporaneo.

D’altra parte, il legame più ovvio e puntuale è proprio quello con il teschio di Yorick, che Amleto prende in mano nella scena davanti alla tomba (Amleto, V, 1), che non è quella iper-auratizzata del To Be Or Not To Be:

HAMLET Let me see. – Alas, poor Yorick. – I knew him, Horatio. A fellow of infinite jest, of most excellent fancy. He hath borne me on his back a thousand times, and now, how abhorred in my imagination it is! My gorge rises at it. Here hung those lips that I have kissed I know not how oft. – Where be your gibes now? Your gambols? Your songs? Your flashes of merriment, that were wont to set the table on a roar? Not one now, to mock your grinning! Quite chopfallen? Now get you to my lady’s chamber, and tell her, let her paint an inch thick, to this favour she must come.

AMLETO Fammi vedere. Ahimè, povero Yorick! Lo conoscevo, Orazio. Era un uomo straordinario, e dotato di uno spirito inesauribile, d’una fantasia sorprendente. M’ha portato sulle spalle non so quante volte. Ed ora, al pensiero, come mi mette paura! Mi fa rivoltar le viscere dal disgusto! Qui eran quelle labbra che ho baciato non so quante volte. Dove sono, adesso, i tuoi scherzi? Dove le tue capriole? Le tue canzoni? I tuoi scoppi d’allegria che mettevano a rumore un’intera tavolata? Neppur uno, adesso, che si prenda giuoco del tuo ghigno! Sei tutto sconcertato, ora? Portati in camera di Madama e dille che pur se si dipinga sul viso una crosta di spessore d’un pollice, a questo sembiante è forza ch’ella si riduca.

Il “ghigno” è il vero fulcro, il punctum di For the Love of God - dal momento che i denti sono l’unica parte ‘originale’, umana, non replicata del teschio. Del resto, l’attacco di Shakespeare rivolto alla cosmesi femminile richiama la tradizione dell’iconografia medievale, in cui la morte era raffigurata proprio come un teschio pesantemente truccato. E in molte, documentate occasioni, lo stesso Damien Hirst ha giocato ‘shakespearianamente’ con For the Love of God, richiamando tra l’altro una sua famosa posa giovanile con la testa di un morto nell’obitorio in cui lavorava ai tempi del Goldsmiths’ College.

Il rendere glamour (persino) la morte è un’idea che condensa molto bene i temi e gli eventi-chiave del decennio che si sta concludendo. Possiamo finalmente vedere For the Love of God per quello che realmente è, al di là della propaganda e dei veli mediatici: il monumento funebre ad un’epoca che si sta sgretolando, sotto i colpi della crisi finanziaria, un’epoca in cui fino a pochissimo tempo fa sembrava praticamente obbligatorio per gli artisti realizzare opere sempre più imponenti e prepotenti (neonati giganti, modelle dorate e treni sbuffanti), pena la scomparsa dal raggio di attenzione collettiva.

Francesco Bonami, curatore della presentazione-ostensione, nel suo saggio tratteggia un gustoso pezzo di fantascienza critica, immaginando uno stralcio del diario di Nigar Rafibelyli, Soprintendente dei tesori azerbaigiani che recupera l’opera di Hirst nel catastrofico anno 3040:

Solo adesso capisco quanto sia limitato il concetto di bellezza. Quel teschio era il nostro eroe, ci ha salvato non solo dalla disperazione personale ma anche da quella collettiva: eravamo invischiati in un incubo e ci ha liberato per portarci in un sogno.

In verità, il teschio di Hirst non pare proprio l’oggetto adatto a tirarci fuori da un incubo per proiettarci in un sogno. Rappresenta e condensa invece molto bene le paure di un intero periodo storico, che desidera fortemente esorcizzare attraverso il glamour e la ricchezza la paura terribile che prova verso tutto ciò con cui evita accuratamente, da tempo, di stabilire un rapporto: la Morte, il Dolore, l’Altro. Un’opera come For the Love of God risponde precisamente a questo tipo di valori collettivi e di esigenze storiche, incontrando e al tempo stesso modellando le sollecitazioni culturali e collettive che delineano stabilmente un’epoca. Insieme ai social network, ai suv e a Paris Hilton, questo teschio comunicherà certamente informazioni preziose agli esseri umani che nel 3040 vorranno comprendere gli ‘annizero’ del XXI secolo: forse, però, non saranno quelle che crediamo oggi.

 

Autore/autrice scheda: Christian Caliandro