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Galleria

Le Nozze di Alessandro e Rossane da Pompei, Casa del Bracciale d'oro
Drappo funerario di seta dipinta, Dinastia Han Occidentale. Da Mawangdui, Changsha (Hunan)
La Religione romana
Contenitore per cauri con scena di caccia, Dinastia Han Occidentale. Da Shizhaishan, Jinning (Yunnan)
Splendide pitture parietali in secondo stile da Boscoreale
Lo scalone di Palazzo Venezia in veste “orientaleggiante” in occasione della mostra
La vetrina dedicata alle decorazioni delle domus romane
Veste funeraria di giada, Dinastia Han Orientale. Dalla Tomba di Liu Yan, Re Jian di Zhongshan, a Beizhuang, Dingzhou (Hebei)
Modello di torre, Dinastia Han Orientale. Da Sangzhuang, Fucheng (Hebei)
Il Commercio
Vetrine della prima stanza della sezione cinese. Contenitori e strumenti musicali
Il manipolo di fanti e dignitari cinesi incede composto nell'aula del Senato
Modello di edificio e torre, Dinastia Han Orientale. Da Jiaozuo (Henan)
La Via della Seta
Vetrine della prima stanza della sezione cinese. Cortigiani, artisti e servitù di terracotta
Uno dei due demoni leonini, scorta d'eccezione per il gruppo di guerrieri di terracotta in visita a Roma
Modello di carrozza, Dinastia Han Orientale. Da Mozuizi, Wuwei (Gansu)
La Sfera Femminile
Vetrine della prima stanza della sezione cinese. Armatura, armi, lasciapassare
Guerriero accovacciato
Documenti di vario genere e provenienza, Dinastia Han Orientale. Calamaio a forma di animale fantastico, Dinastia Han Orientale. Da Tushan, Xuzhou (Jiangsu)
(Molto) libera interpretazione dell'"otium" romano
Statuine raffiguranti guardie armate, Dinastia Han Occidentale. Dalla tomba del Re di Chu a Beidongshan, Xuzhou (Jiangsu)
L'Impero romano in una stanza!
Albero delle monete, Dinastia Han Orientale. Da Pengshan (Sichuan)
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Mostra

I due imperi. L'aquila e il dragone

Roma, Curia Iulia / Palazzo Venezia 8 ottobre 2010 - 6 febbraio 2011

La locandina della mostra campeggia davanti all'Arco di Settimio Severo
La locandina della mostra campeggia davanti all'Arco di Settimio Severo

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Anteprima

Nella Curia Iulia, uno dei centri nevralgici del Foro Romano, è stato accolto un ristretto manipolo di quei famosi “guerrieri di terracotta” che nell’immaginario comune costituiscono il simbolo (e quasi l’unica cosa conosciuta…) dell’arte dell’antica Cina. Dignitari e soldati sono scortati da due demoni dalle sembianze leonine che molte centinaia di anni fa proteggevano il riposo di un sovrano della Dinastia Han Orientale, mentre contro le pareti, accanto ai rilievi della vicina Basilica Aemilia con le storie di Roma ancora nascente, sono stati collocati per l’occasione un busto di Traiano e uno di Caracalla, la statua loricata di un principe Giulio-Claudio e due calchi di gesso di un centurione e di un legionario di età traianea. I visitatori guardano curiosi il gruppo di guerrieri di terracotta che avanza schierato sul pavimento dioclezianeo di fronte ai gradini su cui trovavano posto i Senatori, una turista spagnola si avvicina a un custode e chiede “Are they real?”.

Evidentemente la grande mappa con la Via della Seta tracciata a zig zag tra Europa e Asia non basta a spiegare quella curiosa invasione. Anche per me, che sono entrata nella Curia apposta per visitare l’allestimento, l’effetto è alquanto straniante. Quel gruppetto con gli occhi a mandorla mi pare una delle tantissime ambasciate venute a portare omaggi e messaggi pieni di curioso rispetto da parte di un re straniero e lontano, pronte a ripercorrere un viaggio lunghissimo per tornare nel loro esotico Paese, portando con sé qualche dono per il loro imperatore e mille storie di persone, abiti, cibi e animali con cui alimentare la fantasia di cortigiani colti e annoiati. Del resto, se qualche contatto diretto vi fu tra Cina e Roma, non poté che essere di questo genere. La seta, certo. Tessuto misterioso inadatto alle pudiche matrone romane, forse qualche oggetto curioso accompagnato da altrettante storie di un mondo lontano e magnifico. Tutto però attraverso la mediazione dei commercianti specializzati in questo genere di traffico prezioso e pericoloso. Verosimilmente, a Roma si sapeva davvero poco della Cina. Mi chiedo come verrà organizzata la grande mostra di Palazzo Venezia, se sono state scovate tracce di un rapporto più profondo tra le due distanti realtà, se verranno approntati confronti puntuali tra i sistemi politici, religiosi, culturali. Sono davvero molto curiosa.

Palazzo Venezia

Il visitatore è accolto all’ingresso dalla solita mappa con la Via della Seta tracciata tra i due Imperi, accompagnata da una doppia cronologia (piuttosto sfasata per la verità) che condensa la storia e la cultura di secoli e secoli di storia. I pannelli sono in italiano, inglese e, giustamente, in cinese. La mostra inizia coi padroni di casa, i Romani. A loro è dedicata la prima delle due sezioni che compongono la mostra.

ROMA

In un’unica vasta sala si è cercato di condensare tramite reperti eterogenei per interesse, tipologia, cronologia e provenienza geografica tutti (!) gli aspetti del mondo romano.
Tutto in un unico solenne guazzabuglio che corre lungo le pareti scandite da titoli altisonanti e omnicomprensivi da guida turistica. “La moneta”, “l’economia”, “il commercio”…. Tutti questi allestimenti meriterebbero una critica puntuale, data l’importanza dei concetti rappresentati, ma mi limiterò a qualche exemplum particolarmente nefasto.
“La Via della Seta” è l’unico legame presente in questa prima sala con il secondo impero protagonista della mostra. Volendo in uno slancio di bontà perdonare l’azzardata inclusione di questo marginalissimo elemento tra gli altri macroaspetti della vita e della cultura romana imperiale, la scelta dei reperti in mostra rischia di risultare alquanto fuorviante. La splendida testa di moro in bigio morato dalle Terme di Diocleziano e il piccolo rilievo con un fiume personificato e dromedario, di provenienza ignota, possono testimoniare il rapporto del mondo romano con le altre culture, ma non certo grazie a un contatto avvenuto tramite la Via della Seta…  Sarebbe stato inoltre doveroso nei confronti del visitatore inesperto a cui si rivolge l’allestimento dare un minimo di informazione a proposito del complesso tema dell’esotismo nell’arte e nell’artigianato romano e del rapporto ambivalente con l’”altro”, che quasi sempre coincide con il “barbaro”. Non si capisce poi cosa abbiano a che fare con la Via della Seta e in generale con le popolazioni “esotiche” conosciute dai romani le lucerne, le matrici di lucerne e le ceramiche da mensa provenienti da Pompei. 

Come si possa rappresentare, anche in breve, un mare magnum come “La sfera femminile” esclusivamente tramite brocche di vetro e argenteria di area vesuviana rimane un mistero, così come “Il potere” da una testa di Augusto, un piede colossale e una iscrizione elettorale pompeiana.
“La Religione” consiste in un piccolo schieramento di divinità tra le meno significative del pantheon imperiale. Verosimilmente il visitatore medio non conosce Giunone Dolichena e può avere qualche difficoltà a ritrovare Iside, da lui giustamente associata a un altro ambito culturale, tra le cinque divinità scelte per raccontargli la religione romana: un pannello, se non altro, avrebbe potuto evitare confusione. Nessun rappresentante delle divinità più propriamente “latine”, mentre manca ogni accenno al culto imperiale, assenza sorprendente in una mostra dedicata all’Impero Romano…

Il tanto celebrato otium romano è stato confinato in qualche scacchiera accompagnata da dadi e pedine e in una tibia. Sorprendentemente, ecco anche due bambole d’avorio. Con buona pace del vecchio Cicerone, l’otium è divenuto semplicemente il dopocena tra amici e, addirittura, il gioco dei bambini. Non a caso, è stato reso nella didascalia inglese con “Leisure”. Del “dibattito” su un otium che è talmente fondamentale nella vita del romano dabbene che tutto il resto dell’esistenza è solamente la sua negazione (negotium), compresa la politica e la conquista del mondo, non è fatto alcun accenno né ve ne è alcun simbolo. Chissà cosa penserebbero di questo allestimento Ovidio od Orazio, due fervidi partigiani dell’otium litteratum, o il saggio Seneca, che nel De brevitate vitae (XIV,1) ricorda come “soli omnium otiosi sunt qui sapientiae vacant, soli vivunt”  ("tra tutti, sono dediti all’otium solo quelli che trovano il tempo per la saggezza, solo loro vivono"), mentre coloro che spendono la vita a giocare ai dadi o a palla o ad arrostirsi al sole “non sunt otiosi, quorum voluptates multum negotii habent” (XIII,1: "non sono dediti all’otium quelli i cui piaceri costano molta applicazione").

Il centro della sala è occupato da un coacervo di statue di ogni epoca, tipologia, provenienza, funzione e qualità, non accompagnate da alcuna informazione dettagliata, a parte un paio di interventi dell’audioguida. Statue funerarie e Afroditi, altarini dedicati da liberte riconoscenti e sarcofagi, copie di arte greca e creazioni eclettiche e infelici, Onfale e un Antinoo dalla posa lasciva e dallo sguardo languido. Tutto insieme in un allestimento che ricorda la presentazione per accumulo delle collezioni settecentesche, anche se certamente manca del loro romanticismo.
A concludere la sezione romana una saletta in cui si espongono alcuni affreschi di area vesuviana di varia tipologia, alcuni dei quali piuttosto famosi come le Nozze di Alessandro e Rossane della Casa del Bracciale d’oro. Questo nucleo, che ha come unico punto comune la tecnica di realizzazione, è affiancato da un pannello dal titolo “Roma verso l’Oriente” a proposito degli scambi commerciali tra i due Imperi. Sinceramente non riesco a vedere un nesso con quanto è esposto in sala (affreschi mitologici, l’insegna di una caupona pompeiana, una grande pittura il secondo stile da Boscoreale, una pittura con serpenti agathodemoni…) e l’Oriente, a meno che il pannello non vada inteso come passaggio alla sezione successiva, relativa all’Impero Cinese.

IMPERO CINESE

Se per Roma i reperti provenivano da diversi contesti ed erano pertinenti a tutti i livelli sociali, dalle insegne delle taverne agli attrezzi agricoli fino ai più raffinati oggetti d’arte, la seconda sezione della mostra comprende quasi esclusivamente materiale proveniente dalle ricche sepolture imperiali e nobiliari. Gli elementi architettonici e gli splendidi oggetti dei corredi funebri raccontano la vita e la cultura della classe dominante della Cina imperiale, mentre le classi subalterne vi sono rappresentate solo dalle numerose statuine di diverse dimensioni e materiali di soldati, cocchieri, cuochi, attori comici, danzatrici e ancelle che accompagnavano il defunto nella sua immortalità ultraterrena. Della Cina dei secoli III a.C-III d.C. vediamo in mostra solamente la corte e tutto ciò che ruota intorno a essa, per la sua sopravvivenza, il suo benessere e il suo divertimento.
La sezione cinese segue un’organizzazione del tutto differente rispetto a quella romana. Mi chiedo se un esperto di archeologia e arte dell’antica Cina possa ritenersi soddisfatto dalla scelta dei pezzi, ma di sicuro l’abbandono dello schematismo omnicomprensivo impropriamente applicato all’impero di casa nostra giova all’allestimento.

Lungo le pareti della prima grande sala, soffusa di una calda luce aranciata che vuole riportare immediatamente la fantasia del visitatore alle esotiche atmosfere dell’estremo Oriente, corre una vetrina in cui sono esposti, organizzati per tipologia, vari elementi dei corredi funebri. Elementi architettonici finemente lavorati, armi, specchi, bacili, documenti, strumenti musicali, statuine di guardie e servitori, un nutrito numero di reperti tra i quali spiccano alcuni pezzi davvero eccezionali come un calamaio a forma di animale fantastico dorato e decorato con pietre semipreziose, alcuni contenitori per cauri (conchiglie usate come monete e ornamenti) in bronzo e oro con coperchi decorati da splendide scene plastiche di processioni, cacce o tessitrici, figure di attori comici dai volti lavorati con un’espressionistica toreutica, cocchi in miniatura completi di cavallo e cocchiere.
Al centro della sala, tre scenografici modellini di terracotta dipinta raffiguranti alti edifici dall’esuberante decorazione, realizzati sotto la Dinastia Han Orientale.

La seconda sala si articola in tre sottosezioni. La prima è dedicata all’immortalità ricercata dagli imperatori grazie a corredi funerari di pregiatissima giada e da tutti con immagini di demoni e divinità benauguranti. Un sarcofago e molti amuleti e oggetti di giada e una particolarissima veste dello stesso materiale provengono dalle tombe imperiali, accompagnate da raffigurazioni della Regina Madre dell’Occidente, statuette di demoni immortali, monili, strumenti medici e un suggestivo “albero delle monete” di bronzo e terracotta.
Uno spazio è dedicato anche alla lacca, fiore all’occhiello dell’artigianato di lusso nella Cina antica, attraverso alcuni fiaschi e suppellettili laccate, mentre l’ultimo elemento considerato è la seta, impiegata non solo per l’abbigliamento ma anche come supporto per mappe, manoscritti e splendide pitture. Una saletta a parte ospita un drappo funerario di seta riccamente dipinto, ospite d’onore della sezione cinese, accompagnato dalle indicazioni per la lettura dei simboli e delle scene raffigurate, che descrivono il viaggio ultraterreno del nobile defunto.

In conclusione

A parte quanto notato a proposito della sezione sull’Impero romano, la pecca più grande della mostra è la mancanza di un filo conduttore che legittimi la scelta delle due realtà messe a confronto. L’esposizione di Palazzo Venezia conferma appieno il dubbio già sollevato dall’Anteprima, ovvero che lo scopo di questa mostra sia solo politico e celebrativo, a discapito della serietà scientifica.
Alla fine della penultima sala, di fronte a guanti, mappe e broccati di seta, leggiamo che “la seta è l’unico vero collegamento fra l’impero cinese e quello romano, sebbene mediato dalle popolazioni che commerciavano il pregiato tessuto da un estremo all’altro delle vie carovaniere” (in apertura al pannello “I tessuti”). Decisamente un po’ poco per organizzarci una mostra. Non c’è alcun tentativo di stringere un confronto più diretto tra i due mondi (del resto, probabilmente, si troverebbe ben poco in comune tra due popoli praticamente sconosciuti fra loro, che non sia patrimonio comune anche di tutte le altre civiltà del mondo antico…) mentre riferimenti arbitrari alla Cina e a un generico “Oriente” sono inseriti nella sezione romana (li abbiamo già visti) come vano tentativo di stringere un collegamento che non c’è.

L’anno culturale della Cina poteva essere una buona occasione per una grande mostra di argomento cinese in Italia. Ma perché scomodare anche l’Impero Romano? La mostra così composta, con le dovute modifiche, è stata già proposta a Pechino e a Luoyang, prima che a Milano e Roma. Si sarebbero potute facilmente mettere d'accordo scientificità ed esigenze politico-diplomatiche presentando all’interno di un unico progetto una mostra sull’Impero Romano in Cina e una sulle antiche dinastie cinesi in Italia. Con due mostre monotematiche ogni impero avrebbe avuto sufficiente spazio a disposizione e si sarebbe evitata l’aspettativa di un confronto serrato che non può proprio esserci.

 

Autore/autrice scheda: Chiara Ballestrazzi