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Mostra

Caravaggio, l'ultimo tempo

Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte 23 ottobre 2004 - 23 gennaio 2005 (prorogata al 6 febbraio 2005)

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CONSIDERAZIONI PRELIMINARI

Potrebbe mai accadere che una mostra intitolata a Caravaggio non attiri folle di spettatori? Mai, questo è certo. Ma pur essendo mentalmente e fisicamente preparati a sostenere situazioni in cui è scarsa la godibilità dell’evento, quel che sicuramente resta impresso a chiunque abbia visitato la mostra è la sensazione claustrofobica avvertita nelle sale espositive, dove si rimane fatalmente incastrati fra i gruppi guidati e gli accompagnatori, che strilloneggiano nonostante siano obbligatoriamente dotati di radiocuffie. Talvolta è insopportabile l’attesa per raggiungere la biglietteria.

Usciti dal marasma, in cui è necessario seguire sempre e comunque il flusso verso l’uscita (guai tentare di tornare indietro per rivedere le opere esposte nelle sale precedenti!), ci si chiede inesorabilmente: dal momento che il sistema delle prevendite in queste occasioni si dimostra insufficiente (i biglietti prenotabili si sono esauriti nel giro di breve tempo), e inutile si rivela ogni tentativo dei custodi per disciplinare le entrate della calca, come si potrebbero evitare gli inconvenienti di quello che ormai sempre più frequentemente viene denominato “mostrificio”?

 

Tanto più che per una mostra come questa - curata in collaborazione con la National Gallery di Londra da Nicola Spinosa, soprintendente del Polo museale napoletano - parlare di un mero mostrificio (cioè di un evento politico e mondano che fa “cassa” e del quale dire con orgoglio “io ci sono stato”) è del tutto fuori luogo.

 

IL PROGETTO SCIENTIFICO

 

Della serietà scientifica del progetto, approdato all’esposizione di diciotto tele autografe che il maestro lombardo realizzò negli ultimi quattro anni della sua breve vita, rendono testimonianza i regesti e i contributi in catalogo, dove trovano spazio anche opinioni (nettamente discordanti) di sperimentati “caravaggisti” di formazione longhiana, come Ferdinando Bologna e Mina Gregori, e di studiosi come Keith Christiansen e Rossella Vodret.

 

Ma persino il visitatore che non sia interessato alla lettura del catalogo può apprezzare l’onestà e la chiarezza delle tre sezioni in cui si articola il percorso espositivo.
La prima sezione si snoda nelle quattro sale iniziali, dove sono riunite diciotto opere di autografia certa - davvero molte per un pittore come Caravaggio, anche se all’ultimo momento il San Gerolamo scrivente di Malta non è stato concesso. Il percorso segue una sequenza cronologica perspicua: la fuga da Roma a Zagarolo e a Napoli (1606-1607), il soggiorno a Malta (1607-1608), la fuga in Sicilia (1608-1609), il secondo soggiorno napoletano (1609-1610).

 

La quinta saletta ospita le cosiddette “nuove proposte”, ovvero quattro tele che costituiscono, per citare la Prefazione al catalogo del curatore Spinosa (p. 13), “un limitato nucleo di dipinti per i quali, seppur tra molti dubbi e non pochi contrasti, si è proposto, in occasioni passate o recenti (e, in qualche caso, qui in mostra per la prima volta), il riferimento alla fase finale” dell’attività di Caravaggio.

 

Nella sesta e ultima saletta del percorso espositivo il visitatore può osservare cinque copie d’epoca tratte da originali dispersi del Caravaggio. Come testimonia la foto a lato, purtroppo in queste ultime due sezioni i più si soffermano per brevissimo tempo.

 

La scansione del percorso, spiegata anche attraverso le legende di ciascuna sala, esemplifica efficacemente al visitatore non solo le difficoltà poste dallo studio delle opere caravaggesche, ma anche la necessità di adottare, nel campo più ampio della storia dell’arte, una metodologia che proceda per approcci problematici, tentativi, dubbi e ripensamenti; una metodologia che si confronti con i dati offerti dai restauri e dalle tecnologie d’analisi delle opere, e si fondi sulla ricerca documentaria.

 

Il secondo punto di forza della mostra consiste nella scelta di collocare le opere, “intenzionalmente, all’interno del percorso di visita alle collezioni esposte in permanenza nelle sale al secondo piano, cioè "prima di Battistello Caracciolo, con Ribera e Massimo Stanzione, Aniello Falcone con Bernardo Cavallino e Antonio de Bellis”. L’obiettivo che il Soprintendente spera così di raggiungere è che il numeroso pubblico del Caravaggio si accorga che “Capodimonte, anche senza una mostra di richiamo ‘popolare’, è forse a Napoli non solo il più bel museo che si sia in anni recenti realizzato, ma anche in permanenza un insieme straordinario, vario e irripetibile di incredibili ‘tesoro d’arte’, di splendide testimonianze di altissima civiltà e di vasta cultura, mediterranea e cosmopolita” (Prefazione, p. 13).

 


Per ciascuno dei due meriti della mostra - un itinerario di visita chiaro e metodologicamente corretto; e l’inserimento del percorso entro le collezioni permanenti del museo - sono tuttavia individuabili delle carenze nel progetto di comunicazione.
scarsa la quantità di informazioni fornite dalle brevi legende di sala e dalla stessa audioguida, forse per evitare di trattenere troppo a lungo nelle sale i numerosi visitatori.

  • Il pannello che contiene il commento alla incompiuta Annunciazione di Nancy e alla Salomé con la testa di san Giovanni nel bacino (collezione privata, qui esposte entrambe nella terza saletta) è collocato nell’ambiente successivo.
  • la citata Salomé è in realtà un’opera che il catalogo colloca fra le “nuove proposte” (l’attribuzione è di Ferdinando Bologna), quindi avrebbe dovuto trovarsi nella quinta sala con le altre quattro tele. La sua esposizione nella terza saletta non è confortata neppure da esigenze di confronto iconografico o stilistico, dal momento che le altre due tele con analogo soggetto (provenienti dal Palazzo Reale di Madrid e dalla National Gallery di Londra) sono visibili nella quarta sala.
  • Dalle saletta delle “nuove proposte” sarebbe stato opportuno togliere il San Francesco in meditazione della chiesa di Carpineto Romano (in deposito alla Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini), che sarebbe stato meglio nella prima sala, a confronto con la tela di soggetto analogo proveniente dal Museo Civico di Cremona.
Nel valorizzare poi il (troppo tacito) percorso della mostra all’interno del museo, si sarebbe potuto fare certamente di più: non sarebbe stato difficile creare e pubblicizzare, per esempio, un itinerario artistico museale e cittadino alla scoperta delle opere dei numerosi seguaci del Caravaggio a Napoli, primi fra tutti Battistello Caracciolo e Giuseppe de Ribera.


Essendo progettata per gli ambienti museali di Capodimonte, la mostra non ha necessitato di un allestimento che modificasse gli spazi esistenti. Le sei sale scelte per l’esposizione sono state semplicemente tinteggiate con un colore distinto rispetto a quello del percorso museale (nocciola, proprio come nella sezione dedicata a Caravaggio della mostra romana L’Idea del Bello, Palazzo delle Esposizioni, 2000); ciò non toglie che esse si siano rivelate troppo piccole per una mostra di questa portata.
Efficace, quanto indispensabile, si è dimostrato invece il sistema di protezione delle opere, composto da transenne metalliche di distanziamento e sensori con allarme sonoro.

APPENDICI E ATTIVITÀ COLLATERALI ALLA MOSTRA
Il percorso della mostra prevede anche una settima sala in cui i visitatori possono consultare alcune copie del catalogo, leggere alcune grandi tavole sinottiche che riassumono le tappe principali della biografia di Caravaggio e della storia politica-culturale seicentesca, consultare il sito della mostra ad una postazione multimediale, e osservare le riproduzioni a grandezza naturale di tre opere di Caravaggio non presenti in mostra: la Flagellazione di Rouen, il San Gerolamo scrivente di Malta (entrambi non concesse) e la grande tela della Decollazione del Battista (Cappella degli Italiani, Co-Cattedrale della Valletta), neppure richiesta per via delle sue dimensioni.
Realizzate con moderne tecniche digitali, le riproduzioni su schermi illuminati dal retro sono tratte da Tutta l’opera del Caravaggio: una mostra impossibile, progettata e allestita dalla Regione Campania e dalla RAI già nel 2003. Dopo le tappe di Napoli, Salerno, Roma e Malta, nel 2005 e 2006 la mostra sarà ospitata a Mosca, San Pietroburgo, Chicago, New York e San Francisco. Per l’occasione tutta l’opera di Caravaggio è stata acquisita con immagini di altissima definizione, accessibili a tutti via web all’indirizzo www.caravaggio.rai.it, ricco anche di interessanti contributi audio e video.

Al piano terreno è stata allestita una saletta di proiezione del cortometraggio Caravaggio, l’ultimo tempo, diretto da Mario Martone e patrocinato dalla Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Napoletano, dalla Regione Campania e da Banca Intesa. Non si tratta di un documentario, bensì di un film, ispirato alle tele dell’ultimo periodo di Caravaggio, che ha il pregio di evocare la dolorosa esperienza di vita del pittore - accomunata a quella dei molti emarginati della città partenopea -, e allo stesso tempo di smitizzare il personaggio “maledetto”, calandolo nella umana e desolante quotidianità. Il film, della durata di 20 minuti, ha riscosso discreto successo ed è possibile vederlo nei teatri di tutta Italia con il titolo L’opera segreta, trittico, sotto il quale è proiettato insieme alle messe in scena La città involontaria e A ginestra ’e pontone.

 

Autore/autrice scheda: Veronica Carpita