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Galleria

E alla fine spuntò Tintoretto...
Tra i pilastri appare l'inquietante Lamia di George Frampton
Due visitatrici ammirano un'Annunciazione di Carpaccio
Due delle (un po' ripetitive) teste femminili di Rossetti
"Che ci faccio qui?" pare chiedersi il Santo Stefano di Giotto (Museo Horne, Firenze)
Tra Laurana e Star Wars: la Lamia di Frampton
Due disegni di Ruskin
Spesso, purtroppo, lo schermo su cui scorrono le incisioni di Lasinio, nella prima sala, fa cilecca...
Varietà di fonti di ispirazione nella terza sala: Raffaello per il quadro di destra e Lorrain per lo splendido Turner sulla sinistra
Il pannello introduttivo della prima sala
Veduta di una delle due sale dedicate agli artisti italiani fin de siècle
Veduta della prima sala
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Mostra

Dante Gabriel Rossetti, Edward Burne-Jones e il mito dell'Italia nell'Inghilterra vittoriana

Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna 24 febbraio 2011 - 12 giugno 2011

La maestosa navata gotica che occupa il cuore della mostra
La maestosa navata gotica che occupa il cuore della mostra

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Comunicare una mostra difficile

La mostra della GNAM costituisce quasi un esempio da manuale di come la scarsa premura prestata all'aspetto comunicativo non solo limiti drasticamente la capacità del pubblico di orientarsi, di apprendere e - perché no? - di 'crescere', ma sia pregiudizievole anche alla riuscita complessiva di un progetto scientifico che ha magari uno o più motivi di interesse, ma non riesce a evidenziarli e a spiegarli adeguatamente. Una comunicazione articolata ed efficace, infatti, se è sempre necessaria, lo sarebbe ancora di più in questo caso, trattandosi di una rassegna certo non facile: da un lato perché il tema affrontato - il mito dell'Italia nell'Inghilterra vittoriana - è vasto e tocca vari ambiti, da quello letterario a quello figurativo; dall'altro perché si richiedono al visitatore conoscenze storico-artistiche non disprezzabili, dal momento che egli non solo dovrebbe sapere qualcosa su artisti non molto noti nel nostro Paese (a parte un paio di nomi), ma dovrebbe anche conoscere lo sviluppo dell'arte italiana del Medioevo e dell'Età Moderna, che per gli inglesi dell'epoca vittoriana fu fonte di ispirazione.

L'intento della mostra è quello di illustrare il ruolo giocato dall'arte italiana nello sviluppo della pittura e, in misura minore, della scultura nell'Inghilterra dell'Ottocento; l'attenzione non è focalizzata sui 'soliti' Preraffaelliti, ma include artisti del tutto diversi, che precedettero (Turner) o seguirono (Alma-Tadema) i membri della Confraternita. In tal modo la rassegna si trova a dover illustrare una varietà di declinazioni del "mito dell'Italia" e una molteplicità delle fonti di ispirazione (non solo i primitivi cari ai Preraffaelliti, ma Michelangelo, i veneti, gli emiliani del Seicento). Un progetto così ambizioso necessita soprattutto di due supporti: una scelta di opere sufficientemente ampia e significativa (e in questo la mostra, pur vantando diversi lavori di grande rilevanza, ha i suoi limiti, determinati in parte dai problemi legati a prestiti mancati, cui si accenna nell'introduzione del catalogo); e un apparato informativo che sia in grado di guidare passo passo il visitatore in un percorso non facile. Qui, come si diceva, le mancanze sono evidenti. Oltre che alle classiche didascalie, la comunicazione è affidata a pannelli che sembrano fatti esclusivamente per gli specialisti, risolvendosi in caterve di nomi di artisti e di movimenti, senza le minime coordinate biografiche e geo-cronologiche: si dà per scontato che tutti sappiano chi erano i Nazareni o cos'era l'Arts and Crafts Movement.
Non che le cose vadano molto meglio per il visitatore più avvertito. Passando da un cartello all'altro, si ha l'impressione di leggere un libro cui siano state strappate, qua e là, alcune pagine. Sembra che ogni volta cominci una mostra diversa. Difficile, insomma, individuare un filo e seguirlo.
Sarebbero stati graditi inoltre anche approfondimenti su singole opere, specialmente per inquadrare rapidamente iconografie talvolta inusuali.

Non adeguatamente illustrato, l'intento della mostra rischia di essere travisato dal pubblico, che può prendere la rassegna per un'altra esposizione sui Preraffaelliti (e d'altra parte l'aver inserito nel titolo i nomi dei due campioni di questo movimento non aiuta), arricchita di alcune opere 'fuori tema'. Accanto a questo problema, ve n'è poi un altro, su cui si tornerà in conclusione: le opere antiche che sono state portate in mostra, con lo scopo di visualizzare le fonti di ispirazione cui Rossetti e soci si rifecero, sono radunate in un unico ambiente, e in tal modo è fortemente penalizzato quel confronto tra gli artisti vittoriani e i loro modelli, che lo spettatore si aspetterebbe di trovare illustrato lungo il percorso.

Itinerario nell'Inghilterra vittoriana

La prima stranezza colpisce il visitatore ancora prima di intraprendere il percorso espositivo: manca un pannello introduttivo alla rassegna, che illustri le immancabili "ragioni della mostra"; il primo pannello che si incontra è relativo alla sola prima sala, e già presenta i problemi che diverranno sempre più evidenti man mano che si procede nella visita (vi si parla della Confraternita dei Preraffaelliti dando per scontato che ognuno sappia di cosa si tratti, senza due indicazioni cronologiche e geografiche, senza i nomi di chi ne fece parte, etc.). L'avvio dell'esposizione è, peraltro, convincente: vi si illustra la diffusione del gusto per i primitivi italiani nell'Inghilterra del secondo Ottocento attraverso le cromolitografie riproducenti celebri pitture medievali e rinascimentali, fatte pubblicare dalla Arundel Society. Magari si poteva dire cosa è una cromolitografia e si potevano tradurre in italiano i titoli inglesi delle stampe. Un altro strumento formidabile della "fortuna dei primitivi", le incisioni che Carlo Lasinio trasse dagli affreschi del Camposanto di Pisa, scorre su un video appeso alla parete. La scelta è d'effetto, la qualità delle immagini molto alta; peccato che le stampe siano 'ritagliate' (molte figure ai margini restano escluse) e soprattutto che, spesso, il video si interrompa (sparendo del tutto o restando visibile solo per una minima porzione). Forse sarebbe stato meglio fare come gli antichi, ovvero appendere alcune stampe di Lasinio alle pareti?

La seconda sala prosegue il discorso sull'attenzione riservata al Medioevo e al Rinascimento italiano in Gran Bretagna, puntando i riflettori su una figura chiave come quella di John Ruskin, del quale sono esposti alcuni disegni, acquerelli e tempere. Nella terza sala la visuale si amplia e si complica, fonti di ispirazione disparate convivono come Raffaello (per William Dyce) e Lorrain e Dughet (per Turner, di cui sono esposte tre magnifiche opere, di soggetto veneziano e romano).

Gli ambienti successivi si articolano intorno ad una soluzione molto 'forte' dell'allestimento, fin qui sommesso ed elegante: una grande navata gotica, a metà strada tra una rovina inglese e gli Scrovegni, si eleva immacolata. L'idea convince soprattutto perché si sostituisce in qualche modo al carente apparato informativo nel compito di guidare il visitatore e strutturare il suo spazio mentale; e perché crea degli assi visivi in cui trovano ottimamente posto lavori molto magnetici, come l'inquietante busto di Lamia di George Frampton, in bronzo, avorio ed opali, sicuramente una delle più interessanti opere esposte. Rossetti e le sue virago sono qui rappresentati da diversi dipinti, così come Burne-Jones (perché, però, non accennare al fatto che questi fornì i cartoni per i mosaici della chiesa romana di San Paolo entro le Mura, e spiegare al visitatore forestiero come arrivarci?).

Meritano inoltre una menzione le due sale, la penultima e la terzultima, in cui sono raccolti dipinti di artisti italiani di fine Ottocento e inizio Novecento, che furono influenzati dalla coeva produzione britannica: l'ispirazione dai secoli d'oro dell'arte nostrana, che aveva contagiato l'Inghilterra, faceva così 'ritorno a casa', mediata dalle tinte decadenti e opalescenti che gli artisti insulari avevano conferito agli spunti tratti dal passato. La tesi della fortuna dell'arte inglese nell'Italia di fine Ottocento è adeguatamente sostenuta attraverso una scelta di opere di De Carolis, Sartorio, Costa, Previati: tra le cose che più colpiscono, la testa della Madonna del Magnificat di Sartorio, che pare ricalcata da quella di una delle figure femminili di Rossetti.

Gli italiani arrivano, come sempre, in ritardo

L'esposizione presenta, in conclusione, una singolare appendice, una sala nella quale sono riuniti dipinti di antichi maestri italiani. C'è un po' di tutto: da Giotto a Sebastiano del Piombo, da Bergognone a Tintoretto. Se già racchiudere cinquant'anni di produzione figurativa inglese in una mostra non è facile, figurarsi rinserrare in una sola stanza tre secoli all'incirca di pittura italiana! La scelta risulta per forza di cose arbitraria e la panoramica, così stringata e randomica, piuttosto inutile: si può imparare che in circa trecento anni la pittura è cambiata, e di parecchio, ma forse per venire a sapere questo non occorreva allestire una stanza con una decina di eterogenei capolavori. Opere che, peraltro, non hanno alcun legame stringente con gli artisti rappresentati nelle sale precedenti; e comunque, anche quando un legame c'è tra old masters e pittori moderni (come è il caso ad esempio di Luini per Rossetti), la collocazione dei modelli antichi in fondo al percorso non facilita certo il compito del visitatore di riconoscere ispirazioni e derivazioni. Meglio sarebbe stato allora disseminare una scelta pattuglia di opere antiche, o di stampe ottocentesche tratte da dipinti medievali e rinascimentali, lungo il percorso espositivo, in modo tale da sollecitare confronti e associazioni; esponendo magari qualche opera italiana finita in una collezione o in un museo britannico, che davvero gli artisti insulari ebbero modo di studiare.

Accanto a queste motivazioni di ordine scientifico (la sostanziale inutilità della saletta conclusiva in relazione al discorso portato avanti in mostra), ci sono anche le ragioni della tutela che spingono a pronunciare una ferma condanna della coda dell'esposizione. Sono stati portati in mostra degli effettivi capolavori, giunti dai maggiori musei italiani (tra gli altri, Uffizi, Brera, Capodimonte, Gallerie dell'Accademia); capolavori fragilissimi, che dovrebbero muoversi il meno possibile e, se viaggiano, dovrebbero farlo perché la loro presenza in una mostra è assolutamente necessaria. Quando non lo è, lasciamoli riposare in pace. Per dirla con una battuta un po' malevola: i Rossetti fateli pure girare quanto vi pare, ma i Giotto e i Tintoretto no.

 

Autore/autrice scheda: Fabrizio Federici