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Galleria

Fiaschetta per polvere da sparo a forma di testuggine, Germania meridionale, seconda metà XVI sec., carapace di testuggine comune orientale, montatura in argento, 8 x 15,5 x 8,5 cm, Vienna, Kunsthistorisches Museum, Kunstkammer
GIOVANNI AMBROGIO FIGINO, Testa di vecchio di profilo e di tre quarti, XVI secolo, matita nera e sanguigna su carta, 258x194 mm, Milano, Civico Gabinetto dei Disegni, Castello Sforzesco (inv. 2533 B 913)
GIUSEPPE ARCIMBOLDO, Priapo (Ortolano), 1590 circa, olio su tavola, 35,8x24,2 cm, Cremona, Museo Civico Ala Ponzone (inv. 211)
Uno dei due maxischermi
GIUSEPPE ARCIMBOLDO, Il serpente di bronzo, 1551-1557, pannello di vetrata, 120x60 cm, Milano, Museo della Veneranda Fabbrica del Duomo
GIUSEPPE ARCIMBOLDO, Testa reversibile con canestro di frutta, 1591 circa, olio su tavola, 55,9x41,6 cm, New York, French & Company
Veduta di una delle sale, con opere di Leone Leoni
L'omaggio dell'artista americano Philip Haas che accoglie il visitatore: Winter (after Arcimboldo), 2010, fibra di vetro pigmentata e dipinta, 427x300x427 cm
GIUSEPPE ARCIMBOLDO, Vertunno (Ritratto di Rodolfo II), 1590, olio su tavola, 68x56 cm, Castello di Skokloster, Svezia (inv. 11615)
Leone e Pompeo Leoni, Maria d'Ungheria, 1553-1555, marmo, 94x53x37 cm, Madrid, Museo Nacional del Prado
La riproduzione dell'affresco di Monza dovuto ad Arcimboldo padre e figlio
GIUSEPPE ARCIMBOLDO, Il giurista, 1566, olio su tela, 64x51 cm, Stoccolma, Nationalmuseum (inv. NMGrh 1227)
La vetrina con i curiosa da Wunderkammer
LEONARDO DA VINCI, Testa di vecchio e schizzo di una macchina volante, 1480-1490, penna, inchiostro bruno, acquerello, tracce di bianco su carta noce chiaro, 112x75 mm, Venezia, Gallerie dell’Accademia, Gabinetto di Disegni e Stampe (inv. 234) © Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Una delle celebri "teste composte" accompagnata dalla relativa didascalia
GIUSEPPE ARCIMBOLDO, L’Acqua, 1566, olio su legno di ontano, 66,5x50,5 cm, Vienna, Kunsthistorisches Museum, Gamäldegalerie (inv. GG 1586)
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Mostra

Arcimboldo. Artista milanese tra Leonardo e Caravaggio

Milano, Palazzo Reale 10 febbraio 2011 - 22 maggio 2011

GIUSEPPE ARCIMBOLDO (COPIA DA), Il bibliotecario, olio su tela, 97x71 cm, Castello di Skokloster, Svezia (inv. 11616)
GIUSEPPE ARCIMBOLDO (COPIA DA), Il bibliotecario, olio su tela, 97x71 cm, Castello di Skokloster, Svezia (inv. 11616)

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Il nuovo protagonista della stagione espositiva milanese è Giuseppe Arcimboldo, o Arcimboldi (1526-1593), artista famosissimo ai suoi tempi, poi lentamente dimenticato, fino alla riscoperta avvenuta grazie ai Surrealisti nel Novecento. E tra i primi a riconoscere il suo genio è stato proprio quel Salvador Dalì che, curiosamente, lo ha preceduto nelle sale di Palazzo Reale con la mostra Dalì. Il sogno si avvicina. Oggi il pittore è noto a tutti per le sue straordinarie “teste composte”.

Per la più grande mostra che gli sia mai stata dedicata in Italia, sono state radunate ben 335 opere tra dipinti, disegni, sculture, armature, libri, fossili e cammei. Se le precedenti esposizioni (Parigi e Vienna, 2007-2008) lo presentavano come artista di punta alla corte asburgica, la rassegna milanese ha un altro scopo, come è evidente dal titolo: inserirlo nel ricco contesto culturale ed economico della Milano di metà ’500, già teatro delle sperimentazioni scientifiche di Leonardo e principale corte europea per produzione di oggetti di lusso. È qui che nasce e si forma il pittore, che all’età di 35 anni, nel 1562, sarà richiesto a Vienna dagli Asburgo per fare ritorno nella sua città solo 25 anni dopo. Si comincia, ovviamente, con il panorama artistico lombardo della prima metà del secolo, con Leonardo e i suoi seguaci: oltre ai vari Giovanni Ambrogio Figino, Giovanni Paolo Lomazzo, Bernardino Luini e il figlio Aurelio, è presente lo stesso maestro toscano con alcuni profili grotteschi, come pure il suo coetaneo Girolamo Della Porta, anche lui specializzato in ritratti di vecchi ripugnanti, tutti imprescindibili precedenti per Arcimboldo.

Entrando nella seconda sala, ci si trova invece ‘immersi’ nell’atmosfera di lusso che si respirava in quella che era già allora la capitale della moda. Nella sezione, dedicata alle arti suntuarie, c’è davvero di tutto: coppe in diaspro e oro, scatolette eburnee, paliotti in seta e argento dorato fino ai primi, curiosi bozzetti del pittore, come alcuni progetti per le slitte e un suo cartone per un grande arazzo raffigurante Il Transito della Vergine. La terza sezione vede finalmente ‘entrare in scena’ l’artista con alcune realizzazioni che stupiscono chi è abituato a collegarlo ai ritratti metamorfici. Assieme al padre Biagio, anche lui pittore, lavorò alle vetrate del Duomo di Milano: alcuni pannelli sono stati portati in mostra, a differenza dell’altra grande impresa che li vide lavorare fianco a fianco, l’affresco con L’albero di Jesse che ricopre la controfacciata di un transetto della cattedrale di Monza e che è stato qui riprodotto, in dimensioni più contenute.

Nella sala seguente sembra di entrare in un museo di storia naturale: grandi armadi in legno racchiudono fossili, coralli, noci di cocco, tutti provenienti dalla collezione di Ludovico Settala, celebre medico milanese vissuto nel Seicento. Al centro sono esposti i volumi a stampa di un altro dotto naturalista, il bolognese Ulisse Aldrovandi, illustrati dai disegni di Arcimboldo. La mostra spiega bene come, nei decenni successivi alla scoperta dell’America, nelle corti europee arrivò una gran quantità di specie rare di piante e animali, dei quali gli artisti eseguivano subito ritratti ‘dal vivo’: a quelli di Arcimboldo sono stati affiancati i disegni di Dürer, Leonardo, Jacopo Ligozzi e un ritratto di Agostino Carracci di alcuni nani, che rientravano anch’essi tra i curiosa. L’effetto Wunderkammer è amplificato da una grande teca contenente fossili, conchiglie, sfere in avorio e zanne d’elefante.

Il cuore della mostra è costituito dalla quinta sala, dove trionfano le splendide teste composte, con ben tre serie complete provenienti da Vienna, Madrid e Parigi. Le quattro stagioni e i quattro elementi catturano lo spettatore con i loro infiniti particolari di animali o vegetali, con quella straordinaria inventiva che ancora oggi stupisce il pubblico. Come ‘colpo di scena’, viene presentata una nuova serie delle Quattro stagioni conservata a Monaco di Baviera (manca solo l’Autunno, troppo rovinato). I quadri in precedenza erano ritenuti opere di bottega, ma lo studioso Francesco Porzio li ha riattribuiti all’artista, datandoli agli anni precedenti la sua partenza per la corte di Vienna. In questo modo si spiega sia il loro stile più rozzo e meno raffinato degli altri, ma soprattutto emerge, secondo Porzio, una testimonianza rilevante della pittura di Arcimboldo del primo periodo milanese (a conferma di quanto dichiarò lo storico Paolo Morigia a fine ’500, quando scrisse che l’artista aveva concepito le sue “bizzarrie” mentre era ancora nella sua città). Questi dipinti così particolari per l’epoca, inoltre, nascondono un complesso significato allegorico, legato alle vicende della dinastia asburgica: lo rivela un poema in latino di Giovanni Battista Fonteo, esposto in mostra, che racconta anche di quando le opere furono presentate all’imperatore Massimiliano II nel 1569.

La sezione seguente è dedicata alle “pitture ridicole”: introdotta da due capolavori di Arcimboldo – Il bibliotecario e Il giurista, divenute in epoca moderna quasi due icone pop, anticipatrici del Surrealismo –, questa parte vuole spiegare il contesto in cui nacquero le sue famose creazioni, attraverso i disegni grotteschi che andavano di moda all’epoca. Ecco nuovamente i già citati Luini e Lomazzo, presente quest’ultimo con il suo celebre Autoritratto come Abate dell’Accademia della Val di Blenio. Questo pittore torna a più riprese nel percorso, anche perché nel suo Trattato dell’arte de la pittura egli dedica spazio alle opere di Arcimboldo, sottolineando come tali dipinti fossero all’apparenza adatti per alberghi e osterie, in virtù del loro carattere popolaresco, ma facessero parte in realtà di un genere dotto, adatto a principi e imperatori. E la settima sezione presenta proprio l’attività di Arcimboldo come inventore, animatore e ‘regista’ di feste e tornei a Vienna. Al centro della sala troneggia un modellino di cavaliere che indossa un’armatura di Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino, montata su un cavallo in legno, anch’esso bardato. Tutti intorno sono esposti 50 disegni dell’artista dagli Uffizi, raffiguranti elmi con pennacchi, costumi, maschere, progetti per barde, persino acconciature femminili. Un vero e proprio stilista dell’epoca, si sarebbe tentati di dire. Nella sala successiva arriviamo al 1587 quando Arcimboldo, ormai 60enne, ritorna a Milano: di questo periodo è un intenso Autoritratto in veste di letterato e poeta. Non mancano libri e raccolte di poesie composte dagli amici e poeti intorno alle pitture che egli da casa inviò al figlio di Massimiliano II, Rodolfo, il quale nel 1583 aveva trasferito la capitale dell’Impero da Vienna a Praga. L’imperatore, che concesse all’artista di tornare nella sua città dopo averlo nominato conte palatino, fu immortalato da Arcimboldo nello splendido Ritratto in veste di Vertumno, esposto in questa sezione, dove il busto dell’imperatore si scompone in un trionfo di frutta e ortaggi di ogni tipo.

Chiudono la mostra le “teste reversibili”, ultime, geniali creazioni del pittore che, capovolte, diventano vere e proprie nature morte. Non mancano altri esempi precoci di un genere che si sarebbe definitivamente affermato nel secolo seguente: il Piatto metallico con pesche e foglie di vite del Figino e la Fruttiera di ceramica di una delle pochissime pittrici dell’epoca, Fede Galizia. In più c’è un altro, recente ritrovamento di un’opera arcimboldesca: la Testa delle quattro stagioni scoperta durante l’allestimento delle mostre di Parigi e Vienna e acquistata dalla National Gallery di Washington. La chiusura ideale sarebbe stata con un dipinto conservato a breve distanza: la Canestra di Frutta di Caravaggio nella Pinacoteca Ambrosiana, la natura morta più celebre della storia dell’arte. Pare ormai assodato che Merisi abbia derivato la composizione da un’analoga Canestra di frutta di Arcimboldo, esposta in quest’ultima sezione e altrettanto analitica e minuziosa in ogni dettaglio.

Questa assenza è tuttavia trascurabile: la ricchezza di questa rassegna parla da sola, sia come numero di opere, sia per la quantità delle fonti – scritti, poesie, volumi – che le affiancano nel percorso, sia per la chiarezza dei pannelli esplicativi. Dal punto di vista didattico, vanno segnalati due maxischermi che introducono la sezione delle teste composte e che mostrano, ingranditi, i vari elementi che compongono i ritratti: ciascun tassello poi, come in un grande puzzle, viene riassemblato per mostrare l’effetto d’insieme finale. Uno sfarzo che rischia quasi di disorientare il visitatore, soprattutto all’inizio. E la dispersività può in effetti essere l’unico rischio di una mostra coinvolgente e ben spiegata, che merita senz’altro di essere vista.

 

Autore/autrice scheda: Andrea D'Agostino