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Speculum Romanae Magnificentiae: Roma nell'incisione del Cinquecento

Firenze, Casa Buonarroti 23 ottobre 2004 - 2 maggio 2005

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UN PALAZZO, UNA BIBLIOTECA, UN LIBRO

Il palazzo seicentesco dei Buonarroti, sito in via Ghibellina, è noto ai più per il suo Museo, che, oltre a vantare alcuni capolavori di Michelangelo e la più vasta collezione al mondo di disegni autografi dell’artista, si compone di dipinti, sculture, maioliche e pezzi archeologici raccolti tra alterne vicende dei vari membri della famiglia - in particolare dal “letterato” Michelangelo il Giovane (1568-1647) e dall’“antiquario” Filippo (1661-1733).

 

Meno nota ma altrettanto preziosa è invece la biblioteca del palazzo: pur non essendo normalmente di pubblica fruizione, essa annovera rare cinquecentine, antiche incisioni appartenute a Filippo e a Michelangelo il Giovane, e lasciti librari provenienti da diversi studiosi.

 

Tra questi è il fondo costituito dalla biblioteca personale di Charles de Tolnay (1899-1981), storico dell’arte e direttore di Casa Buonarroti dal 1965 al 1981. Alla sua bibliofilia è dovuta l’acquisizione di un esemplare dello Speculum Romanae Magnificentiae di Antonio Lafreri (Antoine Lafréry, 1512-1577), le cui incisioni sono l’oggetto della mostra.

 

LE INCISIONI “IN SERVIGIO E PIACERE DEI VIRTUOSI” DI ANTONIO LAFRÉRY

 

Al centro della mostra è l'esemplare De Tolnay, che come ogni altra copia della “raccolta d'incisioni” venne assemblato dal Lafréry in base alle richieste dell’acquirente: immagini di vario tipo (monumenti antichi e moderni, vedute dell’Urbe, ritratti di uomini illustri, stampe geografiche, reperti archeologici vari o anche scene tratte dal Vecchio e dal Nuovo Testamento) furono selezionate dal primo anonimo proprietario a partire da un ricco catalogo di circa cinquecento pezzi disponibili in bottega.
Ognuno dei volumi così composti, designati col titolo di Speculum Romanae Magnificentiae a partire dagli anni settanta del XVI secolo, costituisce dunque un’opera a sé, differente per il numero di fogli, le tavole contenute e la molteplicità degli incisori che firmano i pezzi. L’esemplare appartenuto a Charles de Tolnay consta di ottantaquattro pezzi, cinquantatre dei quali sono esposti in mostra.
La presentazione al pubblico di questa selezione di stampe dovrebbe mostrare, negli auspici dei curatori, una particolare immagine della Città Eterna, fortemente connotata dalla duplice valenza del fascino dell’Antico e dei valori del Rinascimento maturo: essa venne diffusa nell’Europa del Cinquecento da stampe come quelle dello Speculum, accomunate dalla costante qualità tecnica delle incisioni e della piacevolezza e suggestività dei soggetti.


La Roma antica

I viaggiatori, antiquari, collezionisti ed eruditi che commissionarono i propri volumi al Lafréry, scegliendo tra i vari soggetti illustrati dallo Speculum, assegnarono in genere una netta predominanza alle statue di Roma antica ed alle più celebri testimonianze dell’antica grandezza della città. Ciò è ben rispecchiato sia dall’esemplare de Tolnay, sia dalla mostra, la cui prima sezione, dedicata alle antichità, occupa più dei due terzi del materiale esposto.

La prima sala si apre così con le rappresentazioni di statue e rilievi antichi dovute per lo più al bulino di Nicolas Béatrizet (1507/1511-c.1565). Seguono però, a riprova degli interessi non meramente documentari coltivati dallo studio rinascimentale dei reperti, un paio di invenzioni “all’antica” del parmense Enea Vico (1523-1567). La sezione si chiude con due tavole anonime della serie lafreriana Animali da pitture antiche, forse derivata dagli affreschi del Vivarium raffiguranti le belve destinate alle venationes.
Nella seconda sala il percorso propone la serie di riproduzioni di alcuni dei più famosi monumenti antichi di Roma, visti alternativamente attraverso accurate ricostruzioni prospettiche, visioni attendibili di monumenti in rovina o accostamenti fantasiosi.

La Roma di Michelangelo

Nell’ultima sala è ospitata la sezione dedicata alla Roma di Michelangelo, focalizzata soprattutto su alcuni punti chiave del rinnovamento in atto a metà del Cinquecento nel tessuto urbano della città, e in particolare sul ruolo svolto in quest’ambito dall’artista fiorentino. Dopo aver accolto il visitatore con le immagini del bramantesco Palazzo Caprini e di Palazzo Arberini, di scuola raffaellesca, l’ultima parte della mostra vira decisamente sul tema del ruolo giocato dalle stampe nella diffusione delle idee michelangiolesche.

La rassegna delle opere del Buonarroti parte dalla rappresentazione della tomba di Giulio II nella sua ‘redazione’ definitiva, per proseguire poi con una serie di tavole dedicate alla sistemazione della Piazza Capitolina e ai progetti per Palazzo Farnese. La mostra si chiude con le incisioni dei disegni di Antonio da Sangallo il Giovane e di Michelangelo per la Basilica di S. Pietro, usati anni prima dalla setta sangallesca e dal Buonarroti stesso per propagandare polemicamente le proprie soluzioni per la ricostruzione del maggior tempio della Cristianità.


L’intento complessivo dell’accattivante percorso, sin dal sottotitolo scelto dai curatori per la mostra, pare chiaramente quello di fornire un quadro significativo dell’immagine di Roma veicolata dallo Speculum.
Parallelamente la mostra dovrebbe attirare l’attenzione del pubblico su aspetti meno noti del Museo, e divulgare così il suo patrimonio “nascosto”. Si tratta dunque di un evento organizzato “nel museo e per il museo” con l’intento di attrarre il visitatore sulla collezione permanente di via Ghibellina, secondo una formula museografica ben radicata nella tradizione delle gallerie fiorentine e abitualmente adottata a Casa Buonarroti.

Per molti versi i termini di confronto passano dunque dagli oggetti esposti alle atmosfere del contesto espositivo, dove il “nume tutelare” di Michelangelo vale, se non esattamente da focus, almeno da comun denominatore dei pezzi. La mancanza di riferimenti ad una precisa identità locale (ben altri stimoli avrebbero ravvivato una mostra del genere a Roma) spinge a concentrare l’attenzione su forme diverse di pertinenza tra tema e luogo, quali il ruolo di Michelangelo nell'Urbe cinquecentesca (sottolineato nella seconda sezione della mostra) e, soprattutto, la valorizzazione del patrimonio librario di Casa Buonarroti.


Le tre sale dello spazio espositivo di Casa Buonarroti si mostrano particolarmente adatte ad ospitare piccole mostre come questa. Il visitatore non è distratto da altre pertinenze monumentali estranee alla mostra (fatta eccezione per una grande statua di scuola michelangiolesca al passaggio tra la prima e la seconda sala), e l’attenzione del pubblico viene facilmente guidata.
Il percorso si snoda attraverso ampie teche (in cui le stampe sono incorniciate in semplici passepartout) e le pareti (dove le tavole sono ben spaziate in sobrie cornici in ottone).

La luce naturale è esclusa pressoché totalmente: la fonte di illuminazione principale, a sinistra di chi accede alla mostra nella prima sala, è schermata da una grande tenda bianca. La luce artificiale è però ben incanalata sia dai faretti angolari (posti agli angoli del soffitto e puntati verso l’alto), sia dai faretti “a cascata” delle teche. La leggibilità delle opere esposte, ben pausate, è sostanzialmente ineccepibile.
 UNA MOSTRA "POCO PARLATA"

Gli apparati della mostra si limitano purtroppo ad un solo pannello didascalico d’introduzione (oltre alle due targhe che marcano il passaggio tra le due sezioni della mostra): Succinte le legende (numero di catalogo, autore, data e luogo di nascita e morte dell’autore, soggetto, dati d’archivio del pezzo). Una copia del catalogo, fissata su un supporto inamovibile, è consultabile dal visitatore solo al termine del percorso espositivo.

Il lodevole proposito di presentare il materiale prezioso - ma d’apprezzamento arduo - dello Speculum avrebbe richiesto probabilmente un maggior controllo didattico. Diventa invece imprescindibile l’ausilio chiarificatore del catalogo, cui non è però possibile ricorrere in mostra. Il volume si dimostra peraltro uno strumento buono e aggiornato, non privo di spunti che avrebbero potuto essere meglio sfruttati nel percorso.
L’esposizione non rende minimamente giustizia, ad esempio, alla complessa tradizione sottesa alla nascita di una iniziativa editoriale come lo Speculum (i “taccuini romani” di artisti del ‘400 e del ‘500; le prime incisioni “sciolte” dell’inizio del ’500, e le pionieristiche raccolte di stampe apparse sul mercato editoriale romano sullo scorcio degli anni quaranta del XVI secolo, che raffiguravano i ritratti dei Cesari e di altri viri illustres). Precedenti che avrebbero sicuramente meritato di essere rappresentati, anche solo attraverso una documentazione visiva indiretta, perché rispetto ad essi lo Speculum va considerato un punto di svolta, fortemente innovativo e assai meno caotico nella forma e nelle finalità.

Taciamo la possibilità di mostrare al pubblico il valore documentario delle stampe lafreriane per la ricostruzione dell’aspetto originario di alcuni monumenti antichi e del loro contesto archeologico. Si sarebbe però potuto istruire meglio il visitatore sulla complessità dell’ambiente editoriale romano in cui si muoveva il Lafréry, illustrando, ad esempio, il suo rapporto con il “socio” Antonio Salamanca (1478-1562) o col concorrente Giovan Battista de’ Cavalieri (1525-1601).

In tal senso è esemplarmente fuorviante il pannello didascalico all’ingresso della mostra. Esso riporta sostanzialmente l’Introduzione redatta per il catalogo, ma apporta dei tagli che ne rendono meno lucida l’esposizione. Sono infatti sacrificati alcuni preziosi accenni ai repertori grafici precedenti lo Speculum e ai rapporti tra Lafréry e Salamanca (di cui è impossibile non notare le firme come editore di diverse stampe in mostra). Non trova infine spiegazione neppure l’uso di incisioni d’autori vari o di copie di stampe più antiche all’interno dello Speculum. Un visitatore attento avrebbe probabilmente gradito accedere a queste informazioni lungo il percorso espositivo, trovandole magari corredate dai dati bibliologici relativi al volume De Tolnay qui esposto.

UN PERCORSO POCO ATTRAENTE
In contrasto con l’esposizione permanente ospitata dal museo, molto più guidata e “parlata”, l’allestimento, ineccepibile per la leggibilità e per la selezione del materiale, risente fortemente della mancanza d'un apparato didattico di supporto.

È indubbio che non pochi, disorientati dalla mancanza di un vero percorso guidato, avranno rinunciato ad una vista accurata dopo qualche breve occhiata, per dedicarsi invece con maggior agio alla visita del Museo. Il contrasto tra le due scelte espositive è alquanto stridente.

Per il visitatore che non sia del tutto digiuno delle tematiche connesse con l’incisione cinquecentesca, al contrario, la mostra offre il piacere di ripercorere uno dei capitoli fondamentali della “storia dell’antico” tracciata nel XVI secolo, e risulta senz’altro ricca di spunti da recuperare “post-mostra” con una lettura meditata del catalogo (per il quale è stata inoltre scelta opportunamente la formula della maneggevole piccola guida-catalogo ad un prezzo accessibile). Permane comunque il dubbio che si sia forse persa un’occasione per valorizzare realmente, avvicinandola anche alla comprensione del pubblico, la ricchezza di un opera come lo Speculum.

Autore/autrice scheda: Leonardo Bochicchio