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Galleria

Quarta sala. Antonio Ligabue, 'Traversata della Siberia'.
La seconda sala, dedicata ai temi centrali delle opere di Ligabue.
La prima sala, con una gigantografia di Ligabue all'opera sullo sfondo.
Quarta sala. Antonio Ligabue, 'Tigre'.
Antonio Ligabue, 'Leopardo tra bufalo e iena' e, ai lati, le sculture 'Pantera' (a sinistra) e 'Gioco di linci' (a destra).
Quarta sala. Antonio LIgabue, 'Leopardo', 'Tigre', 'Tigre'.
La terza sala, con gli autoritratti di Ligabue.
Veduta d'insieme della quarta sala.
La terza sala, con al centro la moto Guzzi appartenuta a Ligabue.
Veduta d'insieme della quarta sala.
Il passaggio vetrato alla quarta sala.
La prima sala dedicata ai disegni.
La terza sala, con gli autoritratti di Ligabue su cavalletti.
Quarta sala. Antonio Ligabue, da sinistra a destra: 'Interno con gatto e topo', 'Autoritratto con cane', 'Lotta di galli'.
La prima sala dedicata ai disegni.
Antonio Ligabue, 'Autoritratto'.
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Mostra

Antonio Ligabue. La follia del genio

Mamiano di Traversetolo, Fondazione Magnani Rocca 12 marzo 2011 - 26 giugno 2011

Antonio Ligabue, 'Autoritratto con mosca'.
Antonio Ligabue, 'Autoritratto con mosca'.

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Quella di Antonio Ligabue (1899-1965) è una figura meno semplice da inquadrare di quanto si possa credere: ripercorrere la sua produzione saltando di tigre in tigre e di bue in gallo dà, all’inizio, la sensazione che quest’artista possa essere oggetto di una critica quasi esclusivamente descrittiva, o tutt’al più colorata di guizzanti ricordi di vita paesana. La vita tormentata e insieme semplice di un animale da circo liberato lungo il Po, matto, commovente, spaventoso e infantile. La difficoltà di comprenderlo non sta tanto nelle sue opere, quanto (ma è una nostra impressione) nel suo divenire protagonista di una mostra; anzi, considerando l’iter degli ultimi anni, di più mostre. Conclusa da pochi mesi la monografica fiorentina di Palazzo Pitti (preceduta da quella di Palazzo Reale a Milano del 2008 che intendeva sdoganarlo, una volta per tutte, dalla nomea di pittore naif che per lungo tempo ha impedito alla critica di prenderlo sul serio), ‘il Toni’ torna protagonista di un’esposizione ben fatta alla Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo.

Ben fatta, in quanto ripropone un’organizzazione di base rivelatasi in più occasioni efficace, in primis per la precedente mostra di Renato Guttuso: una suddivisione equilibrata di opere in non più di sei sezioni, ben giostrate in base agli spazi espositivi, con un’intelligente separazione delle opere grafiche (cui si riserva, come per Guttuso, la prima sala, più piccola e dall’illuminazione più adatta a disegni, incisioni e pubblicazioni e documenti esposti in vetrina) da dipinti e sculture. La ‘villa dei capolavori’ si conferma uno spazio espositivo razionale e piacevole, nel quale le mostre non sembrano mai troppo chiassose, sfiancanti o raffazzonate: le opere esposte sono centocinquanta, quasi il doppio di quelle presentate a Pitti (ottanta), con un incremento che riguarda soprattutto i disegni e i dipinti degli anni Quaranta. Non si ha però l’impressione di trovarsi ad una mostra impegnativa, quale in realtà è (fosse solo per il numero di lavori).

Il percorso non si snoda su base cronologica ma sviluppa linee vagamente tematiche: vagamente, perché in realtà i temi cari all’artista (la lotta tra animali feroci, l’autoritratto) si ripetono quasi ossessivamente lungo tutto l’arco della sua attività ed una lettura cronologica non aggiungerebbe nulla, se non forse (ma solo per alcuni lavori) qualche osservazione tecnica. La rossa moto Guzzi del pittore, di cui egli andava orgoglioso al punto da farne un autentico attributo iconografico in alcuni autoritratti ed in cui vedeva il segno di un raggiunto prestigio sociale, è scenograficamente esposta a metà mostra, nella sala principale, a suggerire quel contatto tra pittura e quotidianità che per Ligabue diventava così spesso identificazione.

Messo in chiaro questo, e ferma restando la difficoltà di collocare Ligabue nel pantheon degli artisti contemporanei più quotati e riconosciuti, l’occasione è buona per raccogliere alcune osservazioni sia sull’esposizione che sul catalogo. Ci sono parsi innanzitutto troppo scarni e semplicistici i pannelli: una contraddizione, in una mostra che, come quelle che l’hanno preceduta, intenderebbe affermare Ligabue come artista di livello e non solo come artista istintivo e autodidatta, ‘artista a metà’ il cui impulso e la cui ripetitività nella scelta dei soggetti toglierebbero profondità di lettura alle opere. Si potevano descrivere meglio scelte iconografiche e mutamenti di stile: anche nel catalogo questa lacuna salta all’occhio, specie laddove si parla in più occasioni di tre ‘periodi’ dell’attività pittorica di Ligabue senza però dire su quali basi tecniche e/o cronologiche questa suddivisione viene operata e lasciando nella totale incertezza chi volesse documentarsi. Anche il pannello di apertura della mostra, con le note biografiche, avrebbe potuto e anzi dovuto essere più ricco, senza che questo significasse appesantirsi oltre misura: dove ad esempio si accenna alle prime monografiche dedicate all’artista quand’egli era ancora in vita (nel 1961 a Roma, nel 1962 a Guastalla e nel 1965 a Reggio Emilia, con una mostra apertasi pochi giorni prima della sua morte), perché non scrivere dove le esposizioni si sono tenute e a cura di chi? Un accenno sarebbe stato doveroso almeno nel caso dell’esordio alla galleria romana ‘La Barcaccia’, vista l’importanza dello scenario in cui Ligabue si trovò catapultato, in un viaggio che molte testimonianze ricordano rocambolesco per un artista dalla vita così solitaria, selvatica ed errabonda.

Si innesta qui un problema di fondo della preparazione scientifica della mostra, che avrebbe meritato almeno un tentativo di approfondimento, magari in un saggio nel catalogo: la questione della fortuna critica di Ligabue. Nel pannello biografico in mostra (così come nelle note in catalogo) si legge che dal 1948 alcuni critici cominciarono ad interessarsi ai lavori di Ligabue. La breve antologia pubblicata in catalogo non può sostituire una rassegna, fosse pure schematica, dei riscontri che l’artista ebbe nel panorama della critica contemporanea. Data l’innegabile difficoltà di dare il giusto peso a questo artista (per il quale non soddisfa più né la frusta definizione di naif, né un generico e un po’ velleitario accostamento ai Fauves o a suggestioni vangoghiane), un maggior spazio alla critica sarebbe stato perlomeno coscienzioso. Tanto più che tutte le mostre di un certo respiro a lui dedicate fino ad ora sono state curate da Augusto Agosta Tota, presidente del Centro Studi e Archivio Antonio Ligabue di Parma (nonché curatore ed editore del catalogo), e da un comitato scientifico guidato da Marzio Dall’Acqua e Pascal Bonafoux, autori dei saggi in catalogo, mentre Vittorio Sgarbi come al solito dà tutta l’impressione di ingrediente dallo sperato successo pubblicitario e non certo di elemento inteso a rafforzare la scientificità dell’iniziativa. Sebbene una curatela così monolitica si possa spiegare con il fatto che si tratta dei maggiori studiosi dell’artista, resta l’impressione che un ampliamento del ventaglio critico gioverebbe agli studi come alla presentazione al pubblico, scavalcando il dubbio (inevitabile anche in chi non abbia visto altre mostre dell’artista) che queste esposizioni non portino a molto di nuovo e ripropongano nelle varie occasioni lo stesso background di studi senza preoccuparsi di arricchirlo.

Quest’affermazione non è, a ben vedere, del tutto onesta, per quanto legittima: non va dimenticato che la mostra propone tre opere inedite ed una mai esposta e soltanto catalogata presso l’Archivio delle opere autentiche di Ligabue curato dal citato Centro Studi di Parma. Peccato che (altra piccola nota di demerito, anche per il catalogo) l’unico modo per capire di quali opere si tratti sia passare in rassegna tutte le schede, comprese le note relative a precedenti esposizioni e pubblicazioni. Perché non segnalare sul cartellino che si tratta di opere per la prima volta esposte al pubblico? E perché non segnalarlo anche nel testo delle schede, tanto più che la gran parte di queste sono quasi esclusivamente descrittive e spesso ripetitive?

Sono a questo punto doverose due altre osservazioni, l’una sulla mostra e l’altra sul catalogo. I cartellini che accompagnano le opere non ne chiariscono, con pochissime eccezioni, la provenienza. Il titolo è accompagnato da un numero di inventario, che per il visitatore non significa nulla e costituisce anzi un problema, perché nessun pannello spiega cosa esso indichi. Solo leggendo il catalogo capiamo che si tratta del numero di inventario delle opere nella catalogazione ufficiale curata dal Centro Studi Antonio Ligabue. Sarebbe stata più utile la semplice dicitura ‘collezione privata’, che non un dato interessante solo in sede di studio o approfondimento. Quanto al catalogo, va notato che le opere non in mostra citate nei confronti non vengono riprodotte in fotografia: non si capisce l’utilità di un confronto se per comprenderlo è necessario disporre del catalogo ragionato dell’artista (edito da Augusto Agosta Tota nel 2005), specie se il rimando è costante e non limitato a pochi casi.

Nel complesso va comunque ribadito che la mostra presenta un nucleo di opere ricco ed esauriente per capire l’artista: molto belle le sculture, anche se sarebbe stato auspicabile un accenno alla pratica delle fusioni in bronzo ricavate dalle argille di Ligabue, che rivela grande abilità plastica nel suo approccio non solo istintivo, per quanto carico di pathos, alla scultura (non per nulla egli ricevette i più sostanziosi rudimenti artistici nello studio dello scultore Marino Renato Mazzacurati, che lo avvicinò nel 1927-28). Davanti alle fusioni, così come alle stampe da incisione, il visitatore si chiede chi può averle volute, chi stabilì le tirature: Ligabue era il personaggio che era, e quando ci viene detto che il più delle volte non si preoccupava neppure di cuocere le argille viene da sé chiedersi chi ha voluto fondere in bronzo le sue sculture. Tornano dunque, chiudendo il cerchio, le domande sulla sua fortuna critica, accompagnate da quelle sulle sue fonti, altro tema che ci sarebbe piaciuto vedere accennato nei pannelli, e magari trattato in catalogo: le illustrazioni d’infanzia, le stampe ottocentesche, il cinema, la televisione. Ci si chiede come un personaggio che entra ed esce ripetutamente dai manicomi e vive interi periodi in solitudine lungo le gomene del Po sia rimasto tanto affascinato da tematiche degne di Salgari, condendole con una spiccata personalità e con riflessioni che emergono nei numerosi dettagli macabri e nei penetranti autoritratti. Ci si chiede quale sia il peso dei ricordi dell’infanzia svizzera e lo stimolo delle illustrazioni dove si vedono campanili a cipolla, castelli teutonici, slitte siberiane, corride.

La mostra di Mamiano è senza dubbio una buona occasione per conoscere Ligabue e costruirsi un’idea strutturata della sua produzione. Non essendo però la prima mostra curata dagli studiosi che se ne sono occupati (e che più hanno scritto di lui), avrebbe offerto l’occasione adeguata per un approfondimento di tematiche mai bene inquadrate: sarebbe stato questo il modo migliore di rendere omaggio a Ligabue, molto meglio che asserirne in maniera lapidaria e non sempre argomentata l’ingresso tra gli artisti più importanti del Novecento. Perché davanti ad una figura così sui generis, è impossibile non farsi domande. A partire dalla domanda più semplice: quanto è stato davvero artista Antonio Ligabue?

Autore/autrice scheda: Chiara Bernazzani