Tasti di scelta rapida del sito: Menu principale | Corpo della pagina | Indice delle News
sei in: Home » Alberto Savinio. La commedia dell'arte
Galleria

Esempio di allestimento della mostra: la parete introduttiva della seconda sezione "Letterature dipinte"; all'estrema destra si riconosce "Le matelot" (1927)
"Le matelot" (1927, olio su tela, Roma, Banca d'Italia); sezione "Letterature dipinte"
"Hommes nus o La cacciata dal Paradiso" (1929, olio su tela, collezione privata - courtesy Galleria Berman, Torino); sezione "Miti dipinti"
"L'Abandonné" (1929, olio su tela, collezione privata - courtesy Galleria Tega, Milano); sezione "Architetture dipinte"
Dettaglio dell'apertura nella parete introduttiva alla sezione "Letterature dipinte": si riconosce "Apollinaire. Tête antique" (1927).
"Apollinaire - Tête antique" (1927, olio su tela, collezione privata - courtesy Galleria dello Scudo, Verona); sezione "Letterature dipinte"
"Marche nuptiale" (1931, olio su tela, collezione privata); sezione "Miti dipinti"
"Nascita di Venere" (1950, tempera su masonite, collezione privata); sezione "Architetture dipinte"
Dettaglio della sezione "Oggetti dipinti", sull'impegno di Savinio nelle arti decorative: due abiti degli anni Trenta.
"Le rêve du poète" (1927, olio su tela, collezione privata); sezione "Letterature dipinte"
La seconda sala della mostra, inizio della sezione "Miti dipinti": si riconosce il quadro "Roger et Angélique"
"La vedova" (1931, tempera su tela, Torino, collezione privata); sezione "Miti dipinti"
"Promenade Pompeienne" (1925-26, tecnica mista e collage su carta, collezione privata - courtesy Galleria Tega, Milano); sezione "Architetture dipinte"
"Roger et Angélique" (1931, olio su tela, collezione privata); sezione "Miti dipinti"
"Fleurs étranges" (1930-31, olio su tela, collezione privata); sezione "Architetture dipinte"
Un esempio delle aperture nelle pareti del percorso espositivo, a imitazione delle finestre che abitano i quadri di Savinio
"Bataille de Centaures" (1930, olio su tela, collezione privata - courtesy Galleria dello Scudo, Verona); sezione "Miti dipinti"
Abito (anni Trenta, Roma, collezione privata); sezione "Oggetti dipinti"
"En visite" (1930, olio su tela, Roma, collezione privata); sala introduttiva della mostra
"Objets abandonnés dans la forêt" (1928, olio su tela, Fattorie di Celle (Pistoia), collezione Gori); sezione "Architetture dipinte"
La serie "Eroi" della sezione "Miti dipinti"; si riconoscono, da sinistra: "Prometeo", "Le songe d'Achille" e "Le retour", tutti del 1929.
"Gomorra" (1929, olio su tela, Rovereto MART - deposito da collezione privata); sezione "Miti dipinti"
"Il sonno di Eva" (1941-42, mosaico, collezione privata); sezione "Oggetti dipinti"
"Le songe d'Achille" (1929, olio su tela, collezione privata - courtesy Galleria Tega Milano); sezione "Miti dipinti"
"L'île de charmes" (1928, olio su tela, Regole d'Ampezzo, Museo d'Arte Moderna Mario Rimoldi); sezione "Architetture dipinte"
L'ultima parte della prima sezione "Miti dipinti"; da sinistra: "Bataille de centaures" (1930) e "Gomorra" (1929)
"Monumento marino ai miei genitori" (1950, tempera su masonite, collezione Vincenzina Lanteri Stame); sezione "Miti dipinti"
"Le retour" (1929, olio su tela, collezione privata); sezione "Miti dipinti"
"Nella foresta" (1930, olio su tela, collezione privata); sezione "Architetture dipinte"
Tag-Cloud

alla della galleria quattrocento salani patrimonio palazzo trieste uffizi madonna sono degli opere nelle firenze sale come percorso contemporanea sezione
Mostra

Alberto Savinio. La commedia dell'arte

Milano, Palazzo Reale 25 febbraio 2011 - 12 giugno 2011

La locandina della mostra
La locandina della mostra

Share |


La complessità di un personaggio chiave...

“Lo specchio incorniciato di palme dorate, che dal marmo del caminetto levava la sua luce appassita al soffitto carico di stucchi, creava un’illusoria continuazione di quella camera piena d’ombra e di fato, e una felice anticipazione assieme della sorte del nascituro, la cui vita, infatti, si va consumando dentro il mondo degli specchi”: è in questo spazio, in questo tempo che nascono l’anima e la mente di Alberto Savinio, il Nivasio Dolcemare alla cui infanzia è dedicato il testo edito nel 1941 da cui proviene la citazione.
La figura di Savinio è un autentico crocevia di percorsi e moventi culturali della prima metà del XX secolo: il giudizio a posteriori sull’operato delle avanguardie, e analogamente sulla validità del ritorno all’ordine; la costruzione dell’immagine dell’artista e del suo rapporto con il mondo e la propria arte; il senso, conseguente all’autocoscienza del pittore, della metafisica e dell’ironia, della coincidentia oppositorum in opere in cui il confronto tra arte e vita, tra stile e contenuto determina le coordinate di lettura fondamentali.

Non si può sottovalutare il peso della biografia nella produzione di un artista che si confronta, si incontra e si scontra con il fratello, Giorgio De Chirico, così vicino per formazione e altrettanto lontano negli esiti; e allo stesso tempo non ci si può dimenticare di avere a che fare con un personaggio che, prima e più che pittore, è uomo di cultura a tutto campo, ugualmente dedito alla scrittura, al teatro, alle arti applicate, alla musica, alla pittura.
Questo non implica l’impossibilità di dedicare un’esposizione esclusivamente alla sua produzione pittorica (anche perché una mostra è specificamente atta a valorizzare dati visivi), e tuttavia chi si assuma questo impegno dovrebbe partire dalla necessaria premessa di fissare gli estremi e le coordinate di un dialogo equilibrato con la biografia dell’artista (rispetto ai rapporti familiari e al contesto storico-culturale) e con i suoi molteplici indirizzi di ricerca (si ricordi che Savinio inizia a comporre musica e a scrivere alla metà degli anni Dieci, mentre non sono note sue pitture prima della seconda metà del decennio successivo).

...non rispecchiata però in mostra

Tuttavia - e non si capisce bene perché, forse anche per evitare di cadere nel pericolo opposto del biografismo spinto e della svalutazione della pittura rispetto alle altre arti - questo duplice confronto viene totalmente evitato dal curatore della monografica attualmente in corso a Palazzo Reale. Nessun pannello biografico (e nessun riferimento in generale alla formazione dell’artista), nessun richiamo agli altri sentieri creativi battuti da Savinio, se non nelle citazioni che sporadicamente riempiono gli spazi vuoti delle pareti della mostra o si ascoltano all’inizio e alla fine del percorso dalla voce di Toni Servillo, e nelle ultime due sezioni, rispettivamente dedicate alle arti decorative (abbigliamento, ceramiche, mosaici) e alla produzione teatrale (soprattutto alla creazione di costumi e scenografie, e soltanto negli ultimi anni di vita dell’artista).

Al contrario, varcata un’apertura con tendaggio, si entra in un percorso estremamente buio, in cui la luce è generata esclusivamente dai faretti che illuminano scritte e opere, secondo un’idea di allestimento che 'romanticamente' valorizza sia il singolo pezzo come apparizione del genio artistico, sia le parole del curatore come espressione del genio critico, e che compromette inevitabilmente la fruizione (evocazione suggestiva e non spiegazione razionale) e l’apprezzamento delle sottili qualità materiche di velature sovrapposte a stesure magre tipiche della pittura di Savinio.
Al buio avvolgente, cercato dallo studio architettonico che ha curato l’allestimento per conferire un aspetto “teatrale” alla rassegna, si associa l’organizzazione dello spazio per ambienti piccoli, dalle pareti diagonali in cui si aprono finestre profilate e strombate in modo irregolare, a imitazione delle finestre che ricorrono, con un ben preciso significato, nei dipinti di Savinio.

Al tragitto “caotico” cercano di dare un ordine le scelte del curatore (lo stesso della precedente rassegna su Dalì a Milano), il quale però, nella già ricordata negligenza verso i rapporti di Savinio pittore con le altre facce della sua produzione e con il contesto storico e biografico, ricorre ad alcune forzature che sembrano nuocere all’apprezzamento dell’artista: la scelta di escludere - come invalso ormai nella prassi espositiva - qualsiasi confronto con testimonianze coeve (in primis del fratello) e di disporre le opere non per evoluzione cronologica, ma per presunte affinità tematiche, si risolve nella sottolineatura di una certa 'monotonia' nella quale effettivamente il pittore rischia di cadere.

Il percorso espositivo: l'avvio

L’esordio, ex abrupto, senza il ricorso a pannelli introduttivi, propone assieme la voce di Servillo che legge Savinio e un capolavoro del pittore, “En visite”, del 1930: profondo conoscitore della Parigi delle avanguardie, nei soggiorni del 1911-15 e del 1927-33, e al contempo attivo partecipante del dibattito sul ritorno all’ordine in Italia tra “La Voce” e “Valori Plastici”, uomo di ricca cultura letteraria e visiva, Savinio ci presenta un'immagine ispirata ai quadri d’interno borghese ricorrenti nella pittura dell’Ottocento, parodiandone il tema attraverso la metamorfosi surrealista delle due figure dalla testa d’anatra e la loro collocazione in uno spazio cubisteggiante nelle proporzioni antimimetiche, il tutto reso con uno stile 'tradizionale' che valorizza le qualità della pittura a olio, ricca di effetti pastosi e di velature.
Il dipinto sintetizza già tutti gli aspetti caratterizzanti dell’arte di Savinio, che lo spettatore può vedere confermati nel dipinto successivo, inaugurale della sezione “Miti dipinti”, e cioè “Roger et Angélique” (1931), capolavoro di ironia, dove il richiamo ariostesco sembra mescolarsi alle vicende familiari (la primogenita del pittore, nata nel 1928, si chiama come la principessa liberata dal paladino, il cui nome verrà dato nel 1934 al secondogenito).
L’apparente capriccio artistico è in realtà espressione di una lucida analisi della condizione dell’arte tra la fine del terzo decennio del '900 e l’inizio del quarto, e così la tanto spesso evocata ironia dell’artista mostra, sotto il gusto del calembour e del pastiche figurativo e letterario, grande profondità critica; è un procedimento, questo, che Savinio mette a fuoco prima nella composizione musicale e poi nella letteratura, ed è un peccato che in mostra questo non venga sottolineato.

L'ironia dissacrante di Savinio

Il tema del mito, effettivamente presente in questi dipinti, ha almeno due significati e due diverse declinazioni: è il recupero di una dimensione mitica legata alla classicità o alla letteratura (il poema di Ariosto in questo caso), e al contempo la mitizzazione della realtà biografica e familiare; ma allo stesso tempo tutto viene desacralizzato attraverso l’irriverente metamorfosi di un nudo potentemente classico con una testa di gallo.
In quella testa sta l’ironia dell’artista, capace di cogliere con efficacia che la critica ai miti della cultura e dell’arte fino a tutto l’Ottocento condotta dalle avanguardie del primo quarto del XX secolo ha ormai esaurito la propria spinta creativa, e si è ridotta alla produzione di nuove mitografie altrettanto ingannevoli: l’esaltazione dell’uomo, della potenza della mente dell’individuo, nella doppia faccia della razionalità più lucida (il cubismo e poi l’astrattismo) e dell’inquietudine dell’inconscio (il surrealismo), non è più intesa come strumento di critica verso la realtà, ma è diventata un nuovo idolo adorato dall’arte.
La conoscenza profonda delle avanguardie consente a Savinio di capire molto bene questo processo; e ugualmente viene sottoposta a critica l’esperienza di “Valori Plastici”, tra ritorno all’ordine e realismo magico, nata come prima risposta alle avanguardie attraverso una nuova lettura di una tradizione non più negata, ed evolutasi però di nuovo nell’idolatria del classicismo: ecco spiegata l’attenzione alle volumetrie potenti dei corpi e il ruolo di ironico sovvertimento che svolge la metamorfosi in gallo, apparentemente affine al biomorfismo surrealista.

Andrea De Chirico (questo il vero nome del pittore) è, quindi, tutto e niente nello stesso tempo, perché prende parte a tutte le vicende dell’arte del suo tempo per distaccarsene e sottoporle al vaglio di un giudizio assolutamente lucido: non è quindi né metafisico né surrealista, afferma la propria originalità (oltreché nella precoce adozione dello pseudonimo, italianizzazione del nome Albert Savine) nello stile così ricco e studiato, e svela che tutte le ricerche artistiche recenti, nel tentativo di raccontare all’uomo un frammento di verità, non offrono altro che artificio.
La presenza ricorrente in tutte o quasi le opere del pittore di un ampio tendaggio, come un sipario, e di una finestra all’interno delle stanze che ospitano le sue figure, è funzionale ad esprimere l’inevitabile teatralità di un’arte/artificio: l’artista, come lo spettatore, è sempre al di qua della finestra, la verità sta al di là, fuori, e non può essere espressa se non attraverso il paradosso e il sovvertimento negativo, cioè due strumenti tipici dell’ironia.

Arte e memoria

Tutto questo, leggendo gli essenziali pannelli introduttivi alle sezioni, non emerge, così come non si coglie l’altra parte della ricerca di Savinio: criticato l’artificio delle arti, il pittore offre al contempo una nuova meditazione sullo statuto dell’opera, a partire dalla convinzione (anch’essa maturata nella musica e nella letteratura) che essa trovi una propria specificità rispetto alla realtà in un aspetto, il tempo.
Il tempo dell’opera d’arte non è quello reale, ma è sospeso in una condizione altra che trova il proprio corrispettivo, nell’uomo, nella memoria: l’artista costruisce sempre un discorso che parte dall’associazione di riferimenti apparentemente inconciliabili, a restituire (sempre nel segno dell’ironia) una condizione di distacco dalle cose molto lontana dalla seriosità incarnata dalle meditazioni sul tempo del fratello Giorgio De Chirico.
Nella memoria non c’è scansione temporale, e dunque mitologia e biografia, storia e quotidianità si mescolano come succede nei suoi libri (si pensi solo a “Hermaphrodito”, autentico pastiche di lingue e narrazioni diverse, uscito a puntate su “La Voce” nel 1916 e poi in volume nel 1918): così il mito classico è ricollocato all’interno di un nucleo familiare che, nell’assenza di colore e nella composizione, ricorda le prime fotografie di famiglia (“Couple et enfant o la famiglia di Ercole fanciullo”, 1927); le forme geometriche care all’astrazione vengono 'profanate' nel loro accostamento ai colori e ai volumi dei giochi dei bambini, e antifrasticamente abbinate al mito virile (“Le songe d’Achille”, 1929); le consuete metamorfosi in uccelli (e chissà che il Loplop di Ernst non abbia influito su questa scelta irridente) convivono con costumi ripresi dalla grande pittura barocca, in quel periodo rivalutata dagli artisti italiani (“Marche nuptiale”, 1931, una specie di parodia di Rubens).

Le opere citate sono tutte nella prima sezione, la più ricca, dove meglio si capisce come Savinio di fatto elabori tutti i propri topoi pittorici nei primi quattro, cinque anni di lavoro, per poi dedicarsi a una continua riflessione (a dir la verità spesso manieristica) su di essi.
L’infanzia, rappresentata nel suo sguardo ingenuo dai colori e dalle forme essenziali della nuova geometria ludica, è uno di questi motivi ricorrenti: spogliata dalle indagini para-psicologiche del surrealismo, essa è il vero contraltare di quella dimensione 'originaria' incarnata dalla classicità, con quell’ironia che di volta in volta la esalta a parodia dello sguardo di Dio (“Gomorra”, 1929) o del dramma dell’uomo (“Hommes nus o La cacciata dal Paradiso”, 1929).

Una ricerca del primordio che, oltre al classico e all’infanzia, tocca anche (ovviamente) il primitivo, cioè un mondo caotico di forze ctonie, anche qui demitizzate nella parodia delle forme elementari sostenute da improbabili archi rampanti in “Bataille de centaures” (1930), dove le criniere folte e lucenti fanno pensare a una parodia dei “Cavalli sulla spiaggia” dipinti dal fratello negli anni Venti: in effetti, si è indotti a pensare che il rapporto con il fratello, forte di una comune formazione sotto il segno dei Dioscuri, e pacifico fino ad alcune rotture intervenute negli anni Trenta, influisca su alcune scelte pittoriche di Savinio, spesso (e qui si coglie la distanza tra l’apparente leggerezza dell’uno e la grave severità dell’altro) parodistiche (a cominciare dalle sue coppie di potenti nudi con teste animali o ridotte a minime protuberanze, in dialogo con le coppie di manichini dechirichiani).

Spesso questi dipinti 'di memoria' recano titoli che fanno pensare alla nostalgia di mondi perduti e mai più raggiungibili, di paradisi visibili solo in immagine (“Les fruits des Hespérides”, 1930, rappresentati in bianco e nero contro un fondo colorato), dove il richiamo letterario si fa più intenso, come esprime l’opera forse più significativa dell’artista, “Le rêve du poéte” (1927), esposta nella sezione successiva, “Letterature dipinte”, con pochi pezzi (tra cui il quadro simbolo della sezione, “Le matelot” del 1927) e sostanzialmente dedicata alla memoria, a dieci anni circa dalla morte, di Apollinaire, conosciuto e apprezzato da Savinio.
In una serie di quinte sovrapposte, si vedono il promontorio con un faro, memoria della natia Grecia, la casa abitata a Parigi, i libri (letti e scritti), un frammento scultoreo di una divinità maschile indefinibile (ancora 'desacralizzato' dal colore) e infine, in primo piano, la figura seduta del poeta, reso statua, con le fattezze del volto affini ad Apollinaire, in posa melanconica: il tutto, però, è collocato su un palcoscenico sulla spiaggia, a limitare di nuovo la validità e la serietà apparente del discorso artistico.

Il percorso espositivo: le sezioni conclusive

La terza sezione, “Architetture dipinte”, è forse la più forzata perché isola l’architettura finestrata che inquadra i soggetti di Savinio in alcune opere specifiche, come se non fosse una caratteristica sostanziale di tanti dipinti già esposti nelle sale precedenti, qui ribadita in un capolavoro come “Fleurs étranges” (1930-31), dove al di qua e al di là, memoria monocroma e artificio policromo, geometrie ludiche e stile 'barocco' si confrontano nella stessa immagine; a queste opere si affiancano esempi diversi, come “L’île de charmes” (1928), una filigrana di segni dalla cromia quasi 'elettrica' contro un cielo fosco, memore di certe opere di El Greco.

Le ultime due sezioni sono dedicate all’impegno dell’artista in altri ambiti creativi (le arti decorative e il teatro) e chiudono una rassegna che per altri versi penalizza, a parere di chi scrive, l’approccio critico alla figura di Savinio, sia nelle scelte curatoriali (tranne che nella selezione delle opere, generalmente di alta qualità) sia nell’allestimento, in perfetto stile “mostra d’arte contemporanea di Palazzo Reale”.
L’attività teatrale soprattutto, insieme alla scrittura e alla musica, è il momento di maggiore felicità creativa nell’ultima fase di Savinio, segnata invece da un declino della qualità e dell’originalità delle opere pittoriche (come si può notare anche dagli esempi tardi esposti in mostra, come “Monumento marino ai miei genitori” del 1950). I testi (la mostra chiude con il video di “Alcesti di Samuele”, edito nel 1949, nella regia di Ronconi), i bozzetti per le scenografie e i costumi rappresentano l’esito più alto cui può aspirare un impiego ormai decorativo delle forme elaborate con altro significato dal pittore; all'interno di questo materiale spiccano gli schizzi per la memorabile “Armida” di Rossini con Maria Callas allestita e diretta al Maggio Fiorentino nel 1952, anno della morte di questo personaggio cruciale del panorama culturale e artistico italiano.

Autore/autrice scheda: Francesco Guzzetti