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A nord di Venezia: scultura e pittura nelle vallate dolomitiche tra Gotico e Rinascimento

Belluno, Palazzo Crepadona 30 ottobre 2004 - 22 febbraio 2005

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A differenza di molte rassegne storiche d'arte devozionale scrostata e pavonazza, l'esposizione A nord di Venezia presenta un corpus di opere estremamente gradevole, anche se riserva forse agli specialisti più assidui meno sorprese di quanto di consueto ci si aspetti da simili ricognizioni sul territorio.

 

La mostra bellunese, coordinata con una campagna della Soprintendenza che ha recuperato diversi altari lignei scolpiti tuttora conservati nelle rispettive parrocchie di appartenenza bellunesi e feltresi, partecipa ai cittadini la distribuzione e l'importanza delle presenze monumentali scultoree e pittoriche nelle chiese della valle. In tale direzione l'iniziativa di questi mesi è stata preceduta negli anni passati dai cicli di visite guidate intitolati Tesori d'arte nelle chiese dell'Alto Bellunese e organizzati dalla Provincia.

 

La focalizzazione sul pubblico locale, alla luce dei frequentatori che abbiamo incontrato a ridosso di Natale, sembra azzeccata e strategica per un territorio in cui moltissime testimonianze d'arte conservano la loro funzione di culto e la loro sede originaria, rimanendo affidate soprattutto all'attenzione dei curati e dei fedeli (importante in tal senso il coinvolgimento della curia vescovile).

 

 

UN APPROCCIO DIDATTICO

 

La scansione delle sezioni tematiche è resa con particolare evidenza: l'introduzione affissa nell'atrio e le brochures distribuite in biglietteria la riassumono in un semplice diagramma; i colori e i tramezzi la riproducono abbastanza fedelmente negli ambienti. La mostra mira ad un discorso schematico e comprensibile, in cui molti pezzi sono presentati soprattutto in funzione di una tesi, pur rimanendo fruibili da molti punti di vista. Rispettiamo volentieri tale ordine topografico, che rispecchia per una volta un ordine concettuale e dei criteri di gradualità retorica. Notiamo tuttavia con rammarico che il corposo catalogo non riflette la selezione delle opere proposte allo spettatore, e perde in valore didattico quanto guadagnato dal percorso, la cui memoria è destinata a perdersi tra le pagine di un normale libro illustrato sull'arte cadorina e feltrese.

 

1. "Il tempo e i luoghi"

 

La stanzetta introduttiva getta uno sguardo sull'esterno appena lasciato e sul territorio: mappe d'epoca e codici miniati evocano castelli, centri urbani organizzati da statuti, scriptoria monastici e luoghi di transito, popolati di piante alpine ed erbari. I pezzi presentati sono quasi in margine all'esordio del discorso, che qui viaggia soprattutto sui pannelli parietali e punta a chiarire alcune nozioni preliminari (cronologia, area territoriale, fenomeni considerati), non senza concessioni all'immaginario dello spettatore.

 

Il ruolo di commento affidato alle carte e alle opere d'arte suggerisce solo la presenza in quest'area di focolai umanistici, rappresentati nella cultura nazionale dal nome di Vittorino da Feltre, ma documentati in mostra anche dai manoscritti collezionati nei cenacoli locali. I codici sono fortunatamente trascritti, essendo titoli e testi una parte integrante del percorso. Una sorta di appetizer .

 

2. L'arte tra la fine del Trecento e la prima metà del Quattrocento

 

Una sezione coraggiosa che riunisce opere di botteghe locali senza concessioni ai begli estranei, i Bellini, gli Alvise, insomma i lagunari, che avrebbero guastato la gaia atmosfera di montagna. Non pochi i polittici integri, tra cui spiccano quelli di Simone da Cusighe, pieni di "firme" e di iscrizioni.

 

Con il Quattrocento il discorso si addensa evidenziando i due poli culturali della mostra: da un lato la presenza di maestranze oltralpine (il salisburghese del San Biagio, o l'austro-ungarico che calando per queste vie realizza un altare a Rimini e lascia a Feltre un gioiello della sua arte, la Madonna alla fig. 1); dall'altro il dialogo con la Dominante, che affianca qui la Sacra Conversazione di Alvise Vivarini (Venezia, Galleria dell'Accademia) con l'"OPVS MATEI" che ne assimila ed esibisce il linguaggio dichiarando orgogliosamente il nome del suo autore Matteo Cesa.

 

Del locale Cesa e del collega Antonio Rosso, che assumono in questa sezione dignità monografica perché ben inseriti in un contesto, è messo in evidenza il profilo di artisti completi da pala d'altare. Le loro botteghe produssero infatti opere di pittura, architettura e scultura, ovvero tavole dipinte, cornici figurate e statue lignee policromate, facilitando in questo tipo di arredo un dialogo con la pittura al quale la statuaria in marmo e ancor più quella bronzea rimasero spesso più fredde.

 

3. Rapporti con Venezia e Padova

 

Compaiono opere illustri, il cui prestigio ha comportato la rimozione dalle rispettive sedi nel 'territorio' (dove erano giunte come pezzi sensazionali per committenti locali): per effetto di spogli di rapina, di vendite o di musealizzazioni, esse provengono oggi da Venezia, Berlino, Bruxelles. Oltre che come risarcimento di opere 'sottratte' e come testimonianza della passata presenza di firme importanti, dipinti come la Sacra conversazione di Alvise Vivarini, messi a confronto qui con le tele di Matteo Cesa, permettono a tutti i visitatori un esercizio filologico di quelli che i percorsi museali concedono raramente, e i manuali di storia dell'arte riducono troppo spesso a francobolli.

 

Importante la ricostruzione della pala d'altare di Santa Maria a Sargnano: da un punto di vista didattico essa illustra, anche se implicitamente, altre forme tipiche della dispersione patrimoniale (lo smembramento in più tavole vendute separatamente) e dell'indagine storico-artistica (la ricomposizione del polittico). A tale scopo sono felicemente riprodotte nel percorso le pagine del taccuino di Giovambattista Cavalcaselle, che hanno permesso di ricomporre l'opera (alcuni pezzi sono presenti, altri dispersi sono sostituiti da fotografie in scala 1:1). L'intera operazione introduce discretamente nel percorso una nota sulla storia della disciplina e della riscoperta internazionale del Bellunese.

 

 

4. Oreficeria, paramenti sacri e medaglistica

 

La sezione presenta oggetti straordinari e di facile presa, come i velluti operati ricamati da artisti oltralpini, le oreficerie venete quattrocentesche, i piatti in ottone tedeschi. Esse dispiegano un repertorio figurativo estremamente ampio e ricordano al visitatore quale straordinario ruolo conservativo abbiano le 'periferie' culturali.

 

L'oreficeria si conferma settore di punta delle mostre di geografia artistica, perché in nessun'altra sezione il tema della mostra è così evidente, e il pubblico si trattiene volentieri. Le sacrestie di provenienza e gli studi futuri si gioveranno assai di questa mappatura del territorio.

 

Diversa l'efficacia delle medaglie: qualcuna illustra i tratti di illustri feltresi, ma nessuna fu prodotta entro i confini di questo territorio, e se ne vede la ragione: la medaglia resta legata a corti e centri urbani con un ruolo politico importante. Gli oggetti proposti sono repliche molto tarde, di bassa qualità e poco leggibili, che poco o nulla hanno a che fare con la storia quattro-cinquecentesca di questa terra: certo i musei civici le mettono volentieri a disposizione, e queste in mostra vengono probabilmente da tarde collezioni bellunesi, ma rimane il fatto che le medaglie sono oggetti seriali difficili sia da spiegare, sia da esporre.

 

Di fronte all'impressionante qualità dei bronzi, spessissimo d'epoca, appartenenti al vicino museo, viene da pensare che accanto alle splendide suppellettili sacre avrebbero forse fatto migliore figura due placchette del Riccio, che del Rinascimento padovano rappresentarono probabilmente in queste aree gli apostoli più riveriti.

 

5. L'Oltremonte

 

Particolarmente studiata la sezione dei Vesperbilder, nella quale, complice l'attento allineamento delle sculture e la modularità dell'ambiente, la sostanziale fissità del tipo iconografico (il nostro Cristo in Pietà) aiuta il profano a cogliere l'interazione stilistica tra maestranze salisburghesi e artisti bellunesi. Apprezzabile il distanziamento delle opere dalle pareti.
Naturalmente il tema devozionale e sentimentale rende questo androne una delle sezione preferite dal pubblico, a dispetto di sconcertanti svarioni: per quanto alcuni gruppi siano stati colati in gesso entro apposite forme, i disgraziati autori non meritano certo il titolo di "plastificatori": tutelano la loro classe di "plasticatori", se non il catalogo, anche i più recenti dizionari della lingua italiana.


Una vera satura lanx di altari a portello scolpiti, intagliati, incorniciati, punzonati, politi, policromati, dorati, verniciati, ingioiellati e lucidati, rappresenta con evidente affollamento la produzione di Simone (Simon von Teisten), Ruprecht Potsch, Michael Parth, maestri nativi di Tesido, Brunico ed altri centri valligiani contigui che, a dispetto delle ripartizioni politiche passate e presenti, condivisero con il Cadore queste forme di devozione e di cultura visiva. In contiguità con tali rappresentanze il Maestro dei Crocifissi bellunesi mette in luce la compresenza di testimonianze bellunesi in cui forme e tipi seguono il linguaggio veneto della pianura.

L'EVENTO

Nel puntare ai cacciatori itineranti di mostre, a partire dal ricorso nei canali pubblicistici specializzati e sulla stampa, l'organizzazione punta tuttavia, legittimamente, a sperimentare anche la possibilità di attrarre forme di turismo diverse da quello di villeggiatura. Anche la concomitanza con l'apertura di itinerari a tema, curata dalla Provincia, mostra la recezione di un modello di mostra che nel 2004 ha fatto le fortune di numerosi centri fino ad allora "minori" nella geografia dei flussi legati alle esposizioni ed alle città d'arte.

Rispetto a molti esempi del filone, qui la "presenza del territorio" appare però assai meno occasionale e sporadica: la scelta del tema scaturisce veramente dalle esigenze di tutela e dal patrimonio locale, mentre la presentazione dei pezzi aggira felicissimamente le tentazioni campanilistiche.

Se l'organizzazione di mostre rientra a buon diritto tra i parametri per giudicare un'amministrazione e tra gli strumenti della politica culturale, credo che l'identificazione entusiastica ("qui erano i Dolopi, qui il feroce Achille") delle attempate comitive che ho incontrato durante la mia visita possa costituire una forma di consenso da imparare a valutare quanto quella dei bilanci alberghieri. Senza contare che, per la popolazione, la percezione della propria importanza culturale è prerequisito imponderabile a qualsiasi offerta turistica duratura e compatibile.

C'è da sperare che una eventuale 'Belluno bis', dedicata ad altri aspetti di richiamo e ad altri centri dell'area, non ceda alla tentazione di argomenti scontati, di temi poco pertinenti e di tagli farraginosi e improvvisati: le regioni contigue sono già abbondantemente provviste di simili centri 'espositivi'. Per le aree valligiane il confronto con la storia del territorio, anche per la sua importanza politica, rimane una sfida irrinunciabile.

La prossima edizione, qual ne sia l'argomento, potrebbe magari valorizzare maggiormente la storia delle campagne, degli eventi storici e degli interessi storiografici che hanno gettato luce su tesori artistici del Bellunese e del Feltrese, rimanendo come spesso succede senza un seguito coerente. Un saggio del catalogo mostra già l'attenzione della Soprintendenza verso questi temi, ma per una mostra positivamente 'identitaria' alcuni di questi tracciati possono essere davvero fondamentali, e fornire attraverso libri e cataloghi strumenti educativi permanenti.


Palazzo Crepadona a dispetto del nome, o forse in consonanza con tale gentilizio, non è uno di quegli edifici in cui l'altezza dei piani nobili consenta l'esposizione ariosa di opere visivamente e fisicamente ingombranti. Tuttavia, a persone abituate alle gallerie d'arte odierne, e soprattutto alle esposizioni ad ostacoli, il risultato nel suo complesso non può che apparire buono ed onesto. Apprezzabile la volontà di limitare il più possibile i tramezzi, lasciando la scansione delle sezioni alle svolte del percorso, ai cambiamenti di piano e alla variazione dei morbidi colori di fondo (terra di Siena naturale, verde bottiglia). Solo le statue su piedistallo assumono lungo i corridoi una dosata funzione scansiva, esaltata da appositi aggetti del fondale e dalla buona percorribilità dei 180 gradi di visuale frontale.

L'allestimento si segnala per l'uso funzionale delle gigantografie, status symbols ormai imprescindibili dell'arredamento da grande mostra. Non intendiamo discutere qui gli standards di design che inducono a imporre sul background degli spazi espositivi dei patterns vagamente evocativi dei temi trattati, come sullo sfondo di una cover o di un desktop. Vogliamo solo rilevare, nell'ottica della massaia, che le gigantografie possono discretamente fungere anche da apparato illustrativo, con la semplice aggiunta di piccole didascalie, di brevi riferimenti nei pannelli introduttivi e di un po' di grano salis nella scelta dell'opera riprodotta e della sua posizione nel percorso. Come avviene nella mostra di Belluno.
Il numero delle riproduzioni a grandezza naturale e degli ingrandimenti decorativi utili è superiore alla media, e rende possibile evocare i capolavori di riferimento che un'esposizione non può mai ospitare, ma risultano pur sempre necessari alla comprensione del discorso nelle sue articolazioni visive.

La somministrazione di tali riproduzioni con l'allegato foglietto esplicativo ha anche il piacevole effetto collaterale di rispolverare memorie liceali - coltivabili nel fine settimana successivo in seno a quei terribili luoghi disadorni, spogli di panche, chiamati non a caso musei.

A nord di Venezia riesce così, in toni modesti, laddove molti grandi eventi sono naufragati: i grandi nomi, necessariamente invocati dalla presentazioni di lacerti ed opere 'minori' difficili, escono dagli accenni furtivi della "cartellonistica" e vengono mostrati all'interno del percorso con l'importanza, le dimensioni e l'illuminazione che meritano, anche se in riproduzione.


Al di fuori della zona espositiva, l'organizzazione sconta invece qualche piccola pecca nelle carenze della segnaletica urbana e per il fatto che a Palazzo Crepadona la presenza di itinerari sul territorio è poco evidenziata. Un vero peccato, visto l'impegno profuso in tal senso dalla Provincia.

A fronte di una mostra decisamente curata, come questa, assume un involontario risalto la presenza nella corte di un bel sarcofago privo di didascalie, e il silenzio sulla sede (un palazzo storico) della mostra. Nel caso che l'amministrazione comunale decida di ripetere l'esperienza, ecco un punto che completerebbe la percezione turistica del territorio e il decoro dell'insieme (il catalogo del lapidario del Museo Civico è appena uscito). Allettante, a fine percorso, la contiguità della piccola biblioteca, forse valorizzabile in futuro.

Autore/autrice scheda: Walter Cupperi