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Galleria

Copia da Bernardino Luini, Madonna col Bambino in trono (Pavia, Musei Civici)
Cesare da Sesto, Sacra famiglia con santa Caterina (Ermitage)
Pittore lodigiano, Cristo portacroce tra due manigoldi (Pavia, Musei Civici)
Bernardino Luini, Crocifissione con i santi Paolo e Francesco (Ermitage)
Pittore lombardo, Ritratto di donna in veste di santa (Pavia, Musei Civici)
Francesco Melzi, Flora (Ermitage)
Pseudo Francesco Napoletano, Madonna col Bambino (Pavia, Musei Civici)
Gian Francesco Maineri, Cristo portacroce (Ermitage)
Vincenzo Foppa, Santo Stefano (Ermitage)
Bernardino Luini, Figura femminile, affresco staccato da Villa La Pelucca (Pavia, Musei Civici)
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Mostra

Leonardeschi. Da Foppa a Giampietrino: dipinti dall'Ermitage di San Pietroburgo e dai Musei Civici di Pavia

Pavia, Castello Visconteo 20 marzo 2011 - 10 luglio 2011

Giovan Pietro Rizzoli detto il Giampietrino, Maddalena (Pavia, Pinacoteca Malaspina)
Giovan Pietro Rizzoli detto il Giampietrino, Maddalena (Pavia, Pinacoteca Malaspina)

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Il rapporto di collaborazione scientifica siglato nel 2009 tra Ermitage di San Pietroburgo e Musei Civici di Pavia per la realizzazione di progetti culturali, espositivi e di ricerca era stato inaugurato  un anno e mezzo fa al Castello Visconteo della città lombarda con la mostra Da Velázquez a Murillo. Il Secolo d’oro della pittura spagnola nelle collezioni dell’Ermitage. Il calendario degli eventi approda ora al suo secondo punto forte: questa volta, com’è chiaro dal sottotitolo della mostra e dal manifesto che affianca la ‘russa’ Flora di Francesco Melzi ed il pavese Ritratto di dama alla maniera di Boltraffio, i due musei sono comprimari. E se da un lato ci si chiede quanto sia necessario allestire mostre per valorizzare un patrimonio artistico sempre accessibile in loco, resta vero che il dialogo tra collezioni qui proposto può offrire riflessioni, poggia su un significativo background di storia del collezionismo, rende l’esposizione meno artificiosa, ammettendone la natura di confronto tra nuclei museali intorno al tema dei pittori leonardeschi. A ben vedere, inoltre, nelle sale della Pinacoteca Malaspina non è prevista una suddivisione per scuole che metta in luce la coesione del nucleo di dipinti tardo-quattrocenteschi e primo-cinquecenteschi di ambito leonardesco; non è perciò inutile la momentanea estrapolazione della ventina di opere pavesi riferibili ad artisti sensibili alle novità vinciane, opere che, nell'allestimento permanente, si perdono nel salone del castello, in cui sono esposte in una generale impressione di affastellamento.

Chiarito il contesto, saranno necessarie alcune considerazioni per spiegare perché la mostra si riveli (ed è un peccato) quasi nulla più che un’occasione per vedere belle opere provenienti da un museo straniero. E questo nonostante gli innegabili pregi dell’allestimento e la bontà degli spunti proposti, che purtroppo non vincono su alcune incertezze del percorso scientifico e sui limiti del panorama offerto. Se non è legittimo lamentarsi che la maggior parte dei quadri pavesi facciano rimpiangere quello che un’altra città – un esempio su tutti, Milano – avrebbe potuto offrire in un’occasione come questa, diremo con un po’ di doveroso sarcasmo che in questo 2011 dichiarato ‘Anno della Cultura e della Lingua russa in Italia e della Cultura e della Lingua italiana in Russia’, la lingua italiana splende nelle collezioni russe, mentre in casa – con poche eccezioni – delude per strafalcioni o fiacchezza. I leonardeschi in collezione Malaspina, infatti, non reggono il confronto con quelli dell’Ermitage: fatta eccezione per la Maddalena del Giampietrino e poco altro (comunque nulla di veramente imperdibile), sono anzi piuttosto mediocri, sia per qualità pittorica che per invenzione, anche se questo giudizio non tiene conto di doverose riflessioni storiche (sarebbe scorretto mettere sullo stesso piano il marchese Luigi Malaspina di Sannazaro e Caterina II e i suoi successori).

Una nota di merito va certamente alla collaborazione pavese-sanpietroburghese nella misura in cui permette di ammirare dipinti di grande qualità, di collocazione geograficamente tanto lontana e significativi per la congiuntura artistica indagata dalla mostra. È altrettanto positivo che Pavia tenti la strada della valorizzazione del proprio patrimonio artistico, patrimonio che a partire dal così bello (eppure trascurato) Castello Visconteo merita senza dubbio più di uno sguardo, in barba all’immarcescibile mediolanocentrismo espositivo. Peccato solo che questa valorizzazione, che poteva fare perno su una mostra dalla tematica nient’affatto banale, non ci sembri davvero realizzata. Innanzitutto: perché i Leonardeschi a Pavia? Avremmo gradito che anche un semplice pannello accennasse alla presenza di Leonardo in città a partire al 1490, alle motivazioni della sua chiamata, insieme a Francesco di Giorgio Martini, per esprimere un giudizio intorno alla fabbrica del Duomo. Leonardo ammirò a Pavia il Regisole e lo studiò in vista della grande impresa del monumento a Francesco Sforza; si occupò più volte dei canali esistenti per progettare nuovi interventi idraulici; volle tornare in città in occasione del suo secondo soggiorno milanese, per approfondire lo studio dell’anatomia presso la prestigiosa università. Il fatto che si punti sul confronto tra due collezioni museali non giustifica una completa astrazione dalla realtà locale, tanto più nel caso di una città con cui il maestro al centro del ‘fenomeno artistico’ indagato ebbe ripetutamente a che fare. Perché ad esempio non suggerire un percorso di visita cittadino intorno al tema della cultura figurativa a Pavia nell’età di Leonardo?

E poi, ancora a proposito di valorizzazione locale, un errore a nostro avviso gravissimo: il biglietto della mostra permette la visita alla sola Pinacoteca Malaspina, escludendo i Musei Civici, l’altro grande nucleo del percorso espositivo del Castello. Non si venga a parlare di valorizzazione quando non si può neppure vedere con lo stesso biglietto della mostra l’Accusa segreta di Francesco Hayez, scelta per il sito internet come immagine simbolo dei musei. Gli orari di apertura della mostra e della Pinacoteca Malaspina sono stati inoltre allungati rispetto a quelli consueti, mentre i Musei Civici chiudono prima. Una difficoltà in più per il volenteroso disposto a pagare un ulteriore biglietto e vedere il resto delle collezioni dopo la mostra: se visita con calma la mostra e la Pinacoteca al pomeriggio, è quasi certo che non ce la faccia a vedere anche i Musei.

L’idea più interessante alla base dell’esposizione è, come accennato, la tematica collezionistica. I meccanismi del collezionismo storico passato per acquisti, lasciti e doni si nutrirono del gusto di due secoli (il XVIII e il XIX) nei quali l’attrazione per Leonardo divenne un autentico fenomeno europeo, vivificando quel terreno che già a partire dal Cinquecento, di fronte alle sempre più numerose richieste di opere vicine allo spirito e ai modi del maestro, si era rivelato tanto fecondo. Ben fatto il pannello introduttivo (purtroppo esposto, per ragioni di spazio, nel bookshop appena prima dell’ingresso alla mostra), nel quale si ripercorrono in modo conciso ma esaustivo le tappe principali delle acquisizioni di opere leonardesche da parte dei sovrani e dei nobili russi. Menzionando collezionisti che, a partire dagli anni Sessanta del Settecento, si interessarono all’arte di Leonardo (in primis gli Stroganov), si rimarca che tutti i quadri più tardi ricondotti ai leonardeschi erano creduti opere autografe del maestro. La Sacra Famiglia con santa Caterina ritenuta oggi di Cesare da Sesto, e senz’altro uno dei gioielli della mostra, aveva estasiato Stendhal, che la definì addirittura la cosa migliore creata da Leonardo. Il visitatore riesce a cogliere questa componente storica e di gusto fondamentale per approcciare il problema dei leonardeschi, anche se si poteva insistere maggiormente sul problema delle copie e delle derivazioni (comunque non ignorato): proprio attraverso una riflessione sull’elaborazione di modelli e idee del maestro si restituisce la grandezza del mondo vinciano e si possono cogliere gli apporti personali di allievi e seguaci. Grave è l’assenza della Madonna Litta, ancora ritenuta all’Ermitage autografa di Leonardo ma di cui da almeno un quindicennio si discute l’attribuzione e che è oggi preferenzialmente accostata a Giovanni Antonio Boltraffio. L’assenza di opere attribuite a Boltraffio costringe purtroppo ad accontentarsi di un quadro menomato dall’assenza di uno dei nomi fondamentali del leonardismo, evocato dalla pallida (anche per colpa dei restauri) Dama in veste di santa della pinacoteca pavese, ancora anonima ma accostabile alla sua maniera.
Il nucleo pavese proviene quasi interamente dalla quadreria che Luigi Malaspina, a partire dagli anni Venti dell’Ottocento, decise di destinare al pubblico beneficio progettando quello Stabilimento di Belle Arti che dal 1838 divenne la prima sede espositiva della raccolta. Egli ben sapeva che di leonardeschi e non di Leonardo si trattava: la qualità dei quadri non consentiva certo attribuzioni al maestro, ma i dati permettono al visitatore di ragionare sul modo in cui i collezionisti si accostarono al mondo leonardesco e sullo status quo del leonardismo sopravvissuto a Pavia.

Una certa perplessità suscitano la struttura complessiva della mostra e quello che a nostro avviso è un elemento problematico nell’approccio scientifico al tema. La prima delle sette sezioni in cui si articola il percorso è intitolata Foppa e Bergognone. Protagonisti del Rinascimento e raccoglie, accanto alle due tavolette con Santo Stefano e San Michele Arcangelo di Foppa all’Ermitage, il S. Giacomo Maggiore (pure dall’Ermitage) e il Cristo portacroce e monaci certosini (a Pavia) di Bergognone, oltre alla Madonna col Bambino tra santa Maria Maddalena e santa Caterina d’Alessandria di Bernardo Zenale, pure della pinacoteca pavese. Se l’intento è quello di mostrare la fisionomia della pittura lombarda prima dell’arrivo sconvolgente di Leonardo, il risultato è confuso e impreciso: fermo restando che né Foppa né Bergognone (per cronologia e per scelte linguistiche) potrebbero mai definirsi leonardeschi, crea problemi quel Da Foppa a Giampietrino del sottotitolo della mostra (quasi si volesse assimilare il grande maestro bresciano al gruppo dei discepoli di Leonardo), così come la mancanza di accenni ai tentativi di Foppa e di Bergognone (ma anche di Zenale) di aprire, nella loro produzione avanzata, un dialogo con la rivoluzionaria concezione di luce e sfumato del maestro toscano. Si perde così la complessità di un panorama molto ampio, in un accostamento anacronistico di opere eseguite a decenni di distanza tra di loro (il che non è poca cosa, visto il breve volgere di anni in cui matura il grande cambiamento della pittura lombarda dopo l’arrivo di Leonardo) e la cui presenza, nonostante il pannello esplicativo, non convince e non è chiara al visitatore. Del resto, anche la Pala Bottigella di Foppa, mantenuta nella Pinacoteca ed esposta dopo il recentissimo restauro, sebbene segnalata come parte del percorso della mostra non dice nulla sul tema leonardesco, né d’altro canto potrebbe: sono altre, e non conservate a Pavia né all’Ermitage, le opere foppesche su cui ragionare in fatto di aperture all’arte di Leonardo. La sensazione che si sia voluto liquidare un problema troppo grosso con un pugno di opere si ripresenta nell’ultima sezione, dove sotto il titolo velleitario La lezione leonardesca si diffonde e amplifica la sua portata si raccolgono dipinti assolutamente insufficienti ad illustrarlo, di cui solo la bella copia della Madonna del cuscino verde di Andrea Solario (Ermitage) è effettivamente degna di nota.

Le sezioni meglio strutturate sono quelle di taglio monografico dedicate al Giampietrino e a Bernardino Luini. Va però segnalata anche qui un’assenza notevole, quella della Pala di S. Marino del Giampietrino, ora al Vescovado di Pavia. Dal momento che si è scelto di dedicare ad essa un intero pannello, esponendo anche le incisioni ottocentesche che ne derivò Cesare Ferreri, ci si chiede perché non sia stata riprodotta almeno per intero anziché parzialmente come si è fatto. Spiace rilevare, accanto all’assenza nei cartellini di riferimenti cronologici (anche di massima) per la datazione delle opere, le vistose imprecisioni nella trascrizione dei testi che accompagnano le incisioni, tra l’altro interessanti in quanto di ambito pavese ed espressione dell’attenzione collezionistica locale per i leonardeschi: saltano facilmente all’occhio errori banali ed evitabilissimi di punteggiatura, doppie, maiuscole e minuscole, che rendono l’idea di un lavoro raffazzonato e non filologico. Imprecisioni non mancano purtroppo neppure nel catalogo, dove accanto a errori inammissibili (come la corte sforzesca confusa, ancora a inizio Cinquecento, con quella dei Visconti) si rintracciano sviste più o meno grandi. Nel catalogo le opere sono pubblicate distinguendo il nucleo dell’Ermitage da quello di Pavia e le schede si devono alle curatrici dei due musei, Tatiana Kustodieva e Francesca Porreca.

Bisogna ammettere che l’esposizione è ben curata: eleganti le pareti a fondo blu, buona l’illuminazione e molto apprezzabile l’assenza di barriere, che facilita la fruizione e consente una visione molto ravvicinata dei dipinti. Sebbene i pannelli siano abbastanza esaurienti, manca qualche cenno più approfondito ai protagonisti della stagione del leonardismo e alle dinamiche di affermazione e diffusione del fenomeno: essendo limitato, per questioni di scelte collezionistiche, il panorama di opere e autori in mostra (specialmente per quanto riguarda l’apporto pavese, in buona parte fatto di anonimi), si poteva integrare la mostra con qualche informazione in più sulla bottega di Leonardo e i suoi maggiori protagonisti, magari con riproduzioni di opere citate o accostabili a quelle esposte ma assenti perché parte di altre collezioni.

Nel complesso si può dire che la visita, piacevole anche per il numero non altissimo di opere (una quarantina), consente di ammirare dipinti interessanti ma non permette di afferrare davvero la portata del fenomeno dei seguaci di Leonardo. Se il sottotitolo ammette onestamente che solo dei leonardeschi di due collezioni si tratta, le sezioni di più ampio respiro (impossibili da esaurire) potevano essere evitate, o integrate con testi che aiutassero ad inquadrare la portata di questa congiuntura artistica al di là del saggio che le due collezioni scelte possono offrire. Per concludere con un ulteriore cenno al rapporto di collaborazione tra le due istituzioni museali coinvolte in questa mostra, esso prevede, nella primavera 2012, la riproposizione a Pavia della mostra Ottocento italiano dopo la tappa russa: a tempo debito sarà utile valutare il senso di tale evento espositivo dal momento che, a quanto pare, ne saranno protagoniste opere in buona parte conservate nei musei cittadini.

 

Autore/autrice scheda: Chiara Bernazzani