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Galleria

Il famoso Togato Barberini
Filosofi(fotografia di proprietà del Comune di Roma)
Busto di Cicerone dalla Collezione Barberini - Albani(fotografia di proprietà del Comune di Roma)
La meravigliosa Testa Fonseca
L'ingresso dei Musei Capitolini col manifesto della mostra
Arphocras e Corinthus assumono nel loro ritratto funebre non solo la tipica acconciatura di Nerone ma anche alcuni dei suoi tratti somatici(fotografia di proprietà del Comune di Roma)
L'altare dela calzolaio C. Julius Helius(fotografia di proprietà del Comune di Roma)
Il colossale Germanico da Amelia
Caracalla continua a osservarci all'ingresso della mostra
Trova l'intruso. Tale è l'assimilazione con i ritratti imperiali che sembra di essere di fronte a tre ritratti dell'imperatore Adriano... ma il ritratto di sinistra appartiene a un privato cittadino!(fotografia di proprietà del Comune di Roma)
Ritratti femminili nell'ultima sezione della mostra(fotografia di proprietà del Comune di Roma)
La testa di sacerdote conservata a Berlino, lodata da Thomas Mann
L'inutile struttura nella Sala degli Orazi e dei Curiazi(fotografia di proprietà del Comune di Roma)
La moda dei ricci fluenti di Marco Aurelio e Lucio Vero contagia i ritratti contemporanei (Sale Castellani)(fotografia di proprietà del Comune di Roma)
Una visione di profilo permette di apprezzare la grazia perfetta della meravigliosa testa Fonseca(fotografia di proprietà del Comune di Roma)
Sala degli Orazi e dei Curiazi(fotografia di proprietà del Comune di Roma)
I c.d. Catone e Porcia, toccante monumento funerario di età augustea di Graditius e della sua sposa e liberta Graditia(fotografia di proprietà del Comune di Roma)
Venere, Onfale, Igea: repertorio di virtù femminili a disposizione delle ricche borghesi romane(fotografia di proprietà del Comune di Roma)
La famosa testa di terracotta della Collezione Campana, oggi al Louvre, a più riprese collegata ai ritratti derivati dalle maschere funebri
Il momento ludico alla fine della mostra
Sala degli Orazi e dei Curiazi(fotografia di proprietà del Comune di Roma)
Sala degli Orazi e dei Curiazi, ritratti maschili(fotografia di proprietà del Comune di Roma)
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Mostra

Ritratti. Le tante facce del potere

Roma, Musei Capitolini 10 marzo 2011 - 25 settembre 2011 (prorogata al 23 ottobre 2011)

Caracalla col suo magnetico sguardo volitivo ci ordina di visitare la mostra
Caracalla col suo magnetico sguardo volitivo ci ordina di visitare la mostra

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“Ritratti, le tante facce del potere”. Da un titolo come questo, senz’altro accattivante e accompagnato nelle locandine da uno straordinario ritratto di Caracalla dallo sguardo particolarmente penetrante, ci aspetteremmo una mostra sull’uso propagandistico che fecero dei propri ritratti imperatori e personaggi politici dalla Repubblica alla fine dell’Impero.
Questo aspetto è senz’altro presente in mostra, ma si cerca di trattare anche gli altri scopi dell’arte ritrattistica, eternatrice di memoria nei ritratti funebri e creatrice di atmosfere lontane nel tempo e nello spazio con i ritratti, per lo più di ricostruzione, dei grandi poeti, filosofi ed eroi della Grecia arcaica, classica ed ellenistica.
In mostra opere provenienti dai più importanti musei del mondo affiancate al meglio delle ricche collezioni di ritratti capitoline.

La prima breve sezione della mostra introduce alla complessa questione delle origini del ritratto romano. I pezzi scelti offrono una risposta esclusivamente funeraria, in accordo con il famoso passo di Polibio (VI, 53-54) a proposito delle maschere (di cera, secondo Plinio, NH XXXV, 6) tratte dal volto dei defunti e conservate con cura in uno stipo, appannaggio esclusivo di quelle famiglie cui una nobiltà di vecchia data garantiva lo ius imaginum e la possibilità di far sfilare durante i funerali la teoria dei propri antenati, impersonati da parenti (o attori) che portavano sul viso quelle preziose maschere. Oltre a un paio di ritratti funebri vediamo l’espressiva testa fittile della Collezione Campana, per la quale è stata più volte proposta una derivazione diretta dalla maschera mortuaria, così come altri due pezzi esposti in questa sezione - una lastra funeraria con i busti dei defunti raffigurati all’interno di due stipi e il celebre Togato Barberini che mostra con orgoglio i ritratti (evidentemente non di pietra) dei suoi antenati - sono stati collegati a più riprese alla medesima pratica.
Con quanto esposto stride il pannello introduttivo all’intera rassegna, esposto proprio accanto a questa sezione, poiché ci avverte che “il percorso della mostra consentirà di rivedere anche altre idee preconcette, per esempio quella che il ritratto romano dipenda dalla tradizione della maschera funeraria”. Allora perché la sezione sugli inizi del ritratto propone esclusivamente questi materiali, senza ulteriori e puntuali problematizzazioni?
E' vero tuttavia che, in una mostra pensata per il grande pubblico, non è possibile addentrarsi seriamente nell’annoso dibattito sull’origine della ritrattistica romana repubblicana, da rintracciare senz’altro in un concorso di elementi diversi, prestando attenzione a sottolineare nel rapporto con le tradizioni precedenti non solo i punti di rottura, ma anche le innegabili riprese e continuità.

Entriamo nel vivo della mostra con la seconda sezione, “Egitto, Grecia, Roma”, che ingombra l'ampio vano della Sala degli Orazi e dei Curiazi e prosegue nella Sala del Capitano.
Sotto la volta scarlatta di un’imponente e verosimilmente costosa struttura fine a se stessa (il cui unico scopo sembra essere quello di sostenere i faretti per l’illuminazione) sono allineati secondo un ordine misterioso, né cronologico né tipologico, una lunga fila di ritratti maschili tra cui spiccano alcuni pezzi famosi come i cosiddetti Mario e Silla dello Staatliche Antikensammlungen di Monaco, il cosiddetto ritratto di Scipione dalla Villa dei Papiri e il Bruto Capitolino spostato solo di qualche metro dalla sua collocazione stabile, assieme a busti ellenistici e ritratti repubblicani, ritratti di ricostruzione di celebri poeti dell’antichità e volti ancora senza nome.
L’Egitto è rappresentato dalla celebre “Grüne Kopf” dell’Ägyptisches Museum und Papyrussammlung di Berlino, lodata da Thomas Mann e di cronologia ancora discussa (con proposte che spaziano dal V al III secolo a.C.) e, inspiegabilmente, da una testa di Sesostri III con corona bianca in granito rosa che, per quanto anch’essa di cronologia dubbia, non ha certo nulla a che vedere né con la Grecia né con Roma!
Di fronte, alcuni pezzi sono accompagnati da pannelli di approfondimento: un gruppo di volti fittili dall’Etruria, la famosa testa bronzea da S. Giovanni Lipioni, oggi alla Bibliothèque Nationale di Parigi, qualche esempio dei famosi ritratti di Delo, un nutrito gruppo di ritratti di impronta greca, romana e italica, vera gioia per gli studiosi di storia dell’arte antica.
L’allestimento della Sala del Capitano è dedicato alla nostalgia per la Grecia, con un pannello introduttivo che illustra brevemente il filellenismo di maniera delle classi privilegiate. Ritratti di filosofi e poeti sono accostati a ritratti che mostrano tratti grecizzanti, come il ritratto di Pompeo (qui il ritratto della collezione Grimani, eponimo del tipo “Venezia”) che richiama direttamente, come è noto, i ritratti di Alessandro nella torsione patetica del collo e, in particolar modo, nell’anastolè sulla fronte. Qualche nota in più pezzo per pezzo avrebbe però certamente aiutato il pubblico digiuno di arte antica ad apprezzare e comprendere la scelta di reperti simili per questa sezione della mostra.

Un certo sforzo di attenzione da parte del pubblico è richiesto dalla terza sezione della mostra, “Il volto dei potenti”, che tratta l’importantissima questione della ripresa, più o meno conscia, di tratti e acconciature delle classi dominanti da parte dei privati, a tutti i livelli sociali. E’ certo divertente cercare le riprese più o meno evidenti, ma bisogna che il visitatore abbia voglia di soffermarsi a osservare caso per caso… essendo questa un’eventualità alquanto peregrina, forse un aiutino sul cosa cercare poteva rendere la visita più interessante per la maggior parte del pubblico. Cesare, Augusto, Nerone, Vespasiano, Traiano, Adriano, Antonino Pio sono posti accanto a ritratti e altari funebri di privati sconosciuti che imitano i potenti non solo nelle acconciature ma spesso anche nei veri e propri tratti fisiognomici.
Volendo essere eccessivamente pignoli si potrebbe avanzare qualche riserva sull’esposizione dell’altare funerario del calzolaio C. Julius Helius accanto al ritratto di Vespasiano, che sembrerebbe così essere il modello ispiratore, mentre nella corrispondente scheda del catalogo (di Klaus Fittschen) si nega recisamente tale cronologia, spostando la datazione del monumento alla prima età adrianea.   
Incongruente la presenza di un altorilievo con busto maschile scalpellato, forse di Domiziano: un esempio concreto di damnatio memoriae (sempre che sia questo il caso!) poteva forse trovare una collocazione in una mostra sul ritratto, ma non in una sezione che mette a confronto ritratti di imperatori e imperatrici con i ritratti dei privati cittadini.
La sezione occupa ben sei sale e man mano che si procede i pannelli scompaiono e i reperti si diradano, tanto da trovare nelle Sale Castellani tre o quattro ritratti buttati lì tra le collezioni permanenti, segnalati solo dalla base rossa che li collega al resto del percorso. Il visitatore su cui già si fa largo affidamento per riconoscere i legami, spesso difficili, tra i pezzi esposti, fatica addirittura a capire se si trova ancora all’interno del percorso o se si è perso nei meandri dorati del Palazzo dei Conservatori.

Difficilmente distinguibili tra loro le due sezioni seguenti,  “Principi e privati come dei” e “Lo schema delle immagini”. Nel suggestivo cortile coperto che ospita il Marco Aurelio a cavallo e nel corridoio che vi si affaccia sono raccolte testimonianze dell’identificazione di sovrani (ma anche di privati cittadini) con diversi eroi e divinità per sottolineare visivamente e incisivamente obiettivi politici o presunte virtù. Il pezzo più pregevole e più significativo è il raffinatissimo busto di Commodo come Ercole, che non si sposta di un centimetro dalla sua consueta posizione, mentre una Livia come Cerere Frugifera, un paio di (brutte) Veneri con la torreggiante acconciatura flavia o il turbante di trecce adrianeo, una coppia di coniugi come Venere e Marte, un’Onfale e un’Igea danno un’idea del campionario di virtù divine a disposizione di imperatori e borghesi.
Segue il catalogo delle varie tipologie di statue (togate, loricate, capite velato, a cavallo, in nudità eroica…) che include il Marco Aurelio aggiungendovi le due statue in nudità eroica e loricata di M. Nonio Balbo, nobile benefattore ercolanese, statue dei principi giulio-claudi (tra cui l’imponente statua bronzea vestita di una corazza con ciclo decorativo allegorico da Amelia, probabilmente creata come Caligola e corretta in Germanico), erme, imagines clipeatae e funebri.

L’ultima sezione abbandona il discorso generale sul ritratto per concentrarsi sulle acconciature femminili, una vera galleria di ricci e trecce, dall’austera semplicità di un busto votivo di terracotta da Cerveteri del III secolo a. C. e dei ritratti tardo repubblicani all’inconfondibile acconciatura di Livia (senza dubbio la più 'di classe'), alle esuberanti impalcature di età flavia e adrianea, per giungere alle gonfie chiome cotonate del II-III secolo della nostra era. Un po’ dispiace vedere i ritratti femminili trattati separatamente rispetto a quelli maschili (a parte qualche sporadica comparsa nelle sezioni precedenti), essendo ovviamente prodotti delle stesse ideologie e degli stessi stili, ma certo una presentazione separata permette di apprezzare al meglio l’evoluzione delle acconciature, raramente così ben individuabile.

Conclusioni

Una tale riunione di volti illustri e sconosciuti, di varie epoche, tipologie, provenienze e funzioni offre senz’altro un meraviglioso campionario di studio e confronto per studiosi e appassionati (da completare magari con una visita alle sale degli Imperatori e dei Filosofi del Palazzo Nuovo), ma certo risulta poco proficuo e accattivante per il grande pubblico che quotidianamente affolla il museo del Campidoglio. Il visitatore medio si troverà in difficoltà così lasciato a se stesso, nonostante alcuni dei pannelli delle prime sale siano ben fatti e accattivanti anche per i 'laici'. Decisamente troppo sparpagliato e diluito il materiale, in particolare nelle parte centrale della mostra, perché il pubblico possa seriamente seguire lo sviluppo del percorso. Grandi assenti i ritratti del Fayum (per quanto se ne accenni di sfuggita in un pannello), da includere nella sezione “Egitto, Grecia e Roma” magari al posto del ritratto di Sesostri III.

Insensata e di estremo cattivo gusto la balzana idea di disseminare lungo il percorso schermi in cui (incredibile ma vero!) sotto il titolo “che fine hanno fatto i romani?” i ritratti antichi di alcuni imperatori romani si trasformano pian piano in personaggi dello sport e dello spettacolo… Dopo Antonino Pio che diventa Flavio Insinna, sotto il mio sguardo angosciato Adriano, il poeta, il filelleno, l’esteta assume pian piano i tratti di Totti… Certa di un sussulto delle spoglie mortali dell’imperatore, se di lui ancora qualcosa alberga nelle viscere di Castel Sant’Angelo, mi interrogo sulle motivazioni di tale prodezza ma ancora non ne vengo a capo.
In una mostra tendenzialmente austera e, ammettiamolo, anche un po’ noiosa per i non addetti ai lavori, stride la conclusione a sorpresa in un gabbiotto multimediale che offre al visitatore il meritato premio ludico dopo tanta fatica: scelto un ritratto tra quelli in mostra è possibile inviarne la foto con i propri tratti a un indirizzo e-mail. “Diventa imperatore! Il tuo volto tra i potenti” recita il pannello, e a un invito così certo non si può resistere…

Qualche parola la merita, infine, anche l'idea stessa di realizzare mostre all'interno dei Capitolini. Al di là del valore intrinseco delle diverse rassegne, solleva più di una perplessità la decisione di allestire esposizioni temporanee in spazi delicati e ricchi di storia e di opere come questi. Non siamo certo all'assurdità che, in questo senso, rappresentano le "Dieci grandi mostre" della Galleria Borghese, ma anche qui fioccano i problemi, in termini di strutture ingombranti che danneggiano la fruizione degli ambienti (è il caso, lo si è visto, della Sala degli Orazi e dei Curiazi), di opere della mostra che male si integrano con gli spazi, di opere del museo che devono essere spostate, di riconoscibilità del percorso espositivo. Forse l'idea di allestire qui una serie di mostre sull'arte romana (siamo infatti alla seconda puntata, dopo "L'età della conquista", di un itinerario in cinque tappe) andrebbe rivista. Se lo scopo delle mostre è (anche) quello di attrarre visitatori, perché non lasciare stare i Musei Capitolini, ai quali il pubblico non manca, e mettere in piedi le prossime puntate alla Centrale Montemartini, splendida cornice che soffre di una cronica carenza di visitatori?

 

Autore/autrice scheda: Chiara Ballestrazzi