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Galleria

Dettaglio della terza sala; il confronto tra "Senza titolo" (tecnica mista su compensato, rame; 2010) e la "Conversione di Saul" di Andrea Schiavone
Parete del boudoir con "Senza titolo" (tecnica mista su carta su compensato; 2010)
Sala Joppelli: "Senza titolo" (argilla cruda dipinta; 2011)
Il confronto fra "Testa di bambino" di Medardo Rosso e "Senza titolo" (tecnica mista su carta; 2010)
Salotto verde: i due "Senza titolo" (tecnica mista su carta, 250 x 150 cad.; 2010) e davanti "Senza titolo" (argilla cruda dipinta, 2011).
La prima sala della mostra; il confronto fra la "Presentazione al tempio" di Bellini e "Senza titolo" (filo di rame, 1993)
Studiolo: "Scarpette" (filo di nylon lavorato a maglia; 1968)
Parete della seconda sala; "Senza titolo" (tecnica mista su carta, 2009)
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Mostra

Marisa Merz. Non corrisponde eppur fiorisce

Venezia, Fondazione Querini Stampalia 1 giugno 2011 - 18 settembre 2011 (prorogata al 23 ottobre 2011)

L'immagine sul manifesto dell'esposizione (opera non esposta in mostra)
L'immagine sul manifesto dell'esposizione (opera non esposta in mostra)

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La Fondazione Querini Stampalia di Venezia da tempo associa a una collezione d'arte medievale e moderna un interesse particolare per il contemporaneo più recente: senza pensare al meraviglioso intervento di Carlo Scarpa nel pianoterra e nel giardino del palazzo di antica fondazione, si ricordano le molte mostre dedicate negli anni ad importanti artisti e il progetto “Conservare il futuro”, iniziato nel 2004 con la partecipazione di artisti come Paolini e Arienti, invitati a realizzare interventi negli spazi del museo.
In questo periodo, insieme a una piccola e interessante monografica al piano terra dedicata all'artista trentino Riccardo Schweizer, poco noto esponente di un picassismo colto e nutrito alle fonti primarie, gli spazi della collezione permanente sono temporaneamente 'abitati' dalle opere di Marisa Merz, esposti in collaborazione con la Fondazione Merz e Hangar Bicocca.

Testimone ancora viva e vivace degli ultimi cinquant'anni d'arte in Italia, la vedova di Mario Merz si caratterizza per un percorso molto originale, fin dagli esordi, nella seconda metà degli anni Sessanta, nella Torino dell'Arte Povera.
L'attenzione dell'artista è da sempre concentrata sull'idea del tempo artistico come tempo sospeso, momento eterno di contemplazione che si traduce nella proliferazione potenzialmente infinita nello spazio dei materiali delle sue opere storiche; in questo senso, diventa suggestiva la scelta di far dialogare i pezzi esposti con le opere del museo, che ospita alcuni capolavori assoluti della pittura veneziana, a suggerire una continuità sovratemporale e senza limiti spaziali dell'arte.

L'esordio è potentemente efficace in base a quanto premesso: nella sala al piano nobile che ospita la “Presentazione al tempio”di Bellini si dipanano su una parete gli otto triangoli disposti a spirale secondo grandezze decrescenti di “Senza titolo” (1993), una delle due opere storiche dell'artista presenti in mostra, per il resto incentrata sulla produzione più recente.
La corrispondenza tra le calde tinte brunastre della tavola belliniana e i bagliori del filo di rame lavorato a mano (come consueto nell'arte della Merz) instaura un dialogo di grande forza tra le due opere, tutto giocato sui temi comuni della luce e del colore, e valorizza pienamente la specificità creativa dell'artista torinese che, lavorando con tecnica antica materie 'nuove' e mostrando un'attenzione quasi da maestro veneziano al colore e alla tonalità luminosa nelle opere e negli allestimenti, dimostra tutta la sua originalità rispetto ad altri artisti cresciuti nell'ambiente poverista (si veda la diversa concezione della materia e del tempo come divenire in Calzolari, esposto a Ca' Pesaro).

Il salto che si compie entrando nella sala successiva è forte, perché si incontrano le 'testine' che caratterizzano tutta l'attività recente della Merz, tornata alla pittura e alla scultura seguendo un rinnovato interesse per il disegno, in realtà presente anche negli effetti 'grafici' delle sue opere precedenti: la debolezza più forte dell'esposizione sta proprio in questo, nell'aver puntato troppo sulle ultime opere dell'artista, che non possono non lasciare perplessi (e spesso anche delusi) gli spettatori abituati alle sue sperimentazioni originali sui materiali, e fanno pensare a un recupero da transavanguardia tardiva di tecniche antiche secondo dinamiche però ormai logore e desuete, senza più la freschezza che ancora l'opera del 1993 della prima sala rivela intatta.
Questo valga in generale: rimangono comunque alcuni momenti felici in questa produzione, e anche l'allestimento li sottolinea bene. Tuttavia l'assenza di pannelli esplicativi, non sempre compensata dalle succinte (talora vuote e un po' ripetitive) analisi contenute nelle schede a disposizione del pubblico in ogni sala, e la scelta di non valorizzare la piana linearità di un discorso storico, preferendo stacchi netti, non aiutano i visitatori a capirli.
Ad esempio, nella seconda sala, dove si trovano le opere più antiche della collezione, l'iconico volto nero su fondo oro “Senza titolo” (2009), con i suoi tratti essenziali e la bidimensionalità insistita tipica di questa produzione dell'artista, dialoga in modo suggestivo con la “Crocifissione” di Giambono, mentre le due grandi tecniche miste su carta “Senza titolo” (2010) della sala successiva, con i loro azzurri accesi resi più freddi dal bagliore metallico del filo di rame, contrastano eccessivamente con i timbri più cupi e caldi di opere come la “Conversione di Saul” dello Schiavone.

Nel complesso, si tratta di disegni che evocano, più che delineare, volti femminili, come presenze eteree rivelate anche nel trattamento pittorico e quasi bidimensionale delle 'testine' in argilla cruda che appaiono dalla Sala dei Ritratti in poi, piccoli idoli rispetto ai quali l'allestimento valorizza più la risoluta “alterità” (accostandoli a specchiere che non riflettono i piedistalli o alle cromie forti di certe opere su carta) piuttosto che il confronto con il riferimento più spesso evocato, Medardo Rosso: una scelta discutibile, pensando che la Fondazione ospita anche la deliziosa “Testa di bambino” in cera dello scultore, cui invece fanno da sfondo i grovigli e i segni turchini e oro di una grande tecnica mista su carta “Senza titolo” del 2010 (una scelta azzardata, ma forse dettata dalla prudenza di non confrontare le teste della Merz con le vette dello scultore italiano).

Volti come spiriti, ritratti come evocazioni: una qualità quasi 'astratta' che sembra trovare una valorizzazione nella Sala degli Stucchi, dove il doppio ritratto di Paola Priuli e Francesco Querini di Palma il Vecchio dialoga con i due disegni a tecnica mista montati su una struttura a libro dell'artista (“Senza titolo”, 2010).
Se si escludono (oltre al lavoro del 1993 già citato) le straordinarie “Scarpette” del 1968, un pezzo storico dove il filo di nylon lavorato a maglia crea due forme che contengono nei riverberi luminosi del materiale tutto lo slancio poetico e la levità della danza, e che fanno francamente rimpiangere la produzione di quegli anni della Merz, tutta l'esposizione è un “popolo di volti” all'interno di una collezione fortemente caratterizzata da ritratti, scene religiose e di genere: antenati illustri, che muti, con sguardo penetrante guardano gli ultimi eredi, talora sorridendo soddisfatti, più spesso sospirando sconsolati.

 

Autore/autrice scheda: Francesco Guzzetti