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Galleria

Haroon Mirza, The National Apavilion of Then & Now (2011) all'Arsenale
Shahryar Nashat, Factor Green, videoinstallazione all'Arsenale
Peter Fischli e David Weiss, Spazio Numero 13 (2011) ai Giardini 
Nathaniel Mellors, "Happy dialects" ai Giardini
La sala dedicata alle opere "Untitled" di Urs Fischer all'Arsenale: al centro si riconosce l'opera ispirata al Ratto delle Sabine di Giambologna
I Para-Padiglioni di Song Dong all'inizio del percorso all'Arsenale
James Turrell, varco d'ingresso a "The Ganzfeld Piece" (2011), all'Arsenale
Shannon Ebner, Untitled, 2011, stampe cromogeniche esposte all'Arsenale
Franz West, Eidos (2009) nel giardino delle Vergini all'Arsenale
Navid Nuur, particolare dell'installazione "Hivewise" (2011) all'Arsenale
Urs Fischer, Untitled (Rudolf Stingel), 2011, all'Arsenale
Yto Barrada, My Family and Other Animals, (2007- ) particolare
L'interno di J. Turrell, "The Ganzfeld Piece" (2011) all'Arsenale
Cindy Sherman, Murals (Senza titolo), 2010, ai Giardini
Il Para-Padiglione di Franz West all'Arsenale
Navid Nuur, Study 8 (The Eye Codex Of The Monochrome), 2010, all'Arsenale
Maurizio Cattelan, Others, riedizione di "Turisti" del 1997 sui soffitti del Padiglione ai Giardini
L'opera con il titolo dell'esposizione realizzata da Josh Smith sulla facciata del Padiglione ai Giardini
La sala dedicata a Sigmar Polke nel padiglione centrale ai Giardini; a sin: Polizeischwein, 1986
Le tracce dell'installazione performance "gelatin pavilion - some like it hot" del collettivo GELITIN al giardino delle Vergini dell'Arsenale
Nicholas Hlobo, Iimpundulu Zonke Ziyandilandela, 2011, all'Arsenale
Christian Marclay, The Clock (2010), all'Arsenale
Luca Francesconi, "Europa 3000" all'Arsenale
Sigmar Polke, opera della serie Seeing Rays (2007) nel padiglione ai Giardini
Gli scatti della serie "Ex-offenders" (2010) di David Goldblatt esposti nel Para-Padiglione di Monika Sosnowska al Padiglione dei Giardini
Nick Relph, The Stryppis Quhite Upon ane Blak Field (2010) all'Arsenale
Christopher Wool, Senza Titolo (2011) ai Giardini, sotto lo sguardo dei piccioni imbalsamati di Cattelan
Meris Angioletti, "Stanzas" all'Arsenale
Monika Sosnowska, Para-Padiglione "Antechamber" per il padiglione ai Giardini
David Goldblatt, serie "Areals" nel Para-Padiglione di Monika Sosnowska ai Giardini
L'installazione-performance di Norma Jeane, #Jan25 (#Sidibouzid, #Feb12, #Feb14, #Feb17...), nel Padiglione Centrale ai Giardini
Immagine dal video di Dani Gal, Nacht und Nebel (2011) all'Arsenale
Nathaniel Mellors, uno dei due video dell'opera "Ourhouse" esposta al padiglione ai Giardini
La discussa sala del padiglione nei Giardini con le tele di Tintoretto; sotto i piccioni di Cattelan si riconoscono, da sin: Trafugamento del corpo di San Marco (1562-66) e Ultima Cena (1592-94)
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Mostra

ILLUMInazioni. 54a Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia

Venezia, Arsenale e Giardini 4 giugno 2011 - 27 novembre 2011

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Premessa

Una Biennale non è mai una mostra come le altre: l'affermazione può sembrare ovvia ma è la premessa necessaria per qualsiasi recensione di questa manifestazione. Al di là dei diversi padiglioni nazionali, è proprio la mostra principale, ospitata alle Corderie dell'Arsenale e nel Padiglione Centrale ai Giardini, che richiede un'attenzione peculiare.
I parametri di scientificità o di coerenza complessiva saltano, perché scopo principale della mostra è documentare le più vivaci e significative esperienze recenti dell'arte contemporanea internazionale, filtrate ovviamente dal ben preciso punto di vista del curatore, personaggio plenipotenziario che di volta in volta confeziona un percorso diverso, in cui le opere non dovrebbero avere altro collante che la qualità.
Il ruolo di deus ex machina (espositivo-mediatica) quest'anno è toccato a Bice Curiger, zurighese, curatrice presso la Kunsthaus della città svizzera, direttrice editoriale di “Tate etc.”, rivista della Tate Gallery di Londra, particolarmente attiva con mostre e pubblicazioni sull'arte contemporanea, da Meret Oppenheim al duo Fischli&Weiss.

All'Arsenale

Con le premesse fatte circa il tipo di evento che è la Biennale, non ci si può aspettare di ottenere grandi chiarificazioni dal titolo della rassegna “ILLUMInazioni”, generico riferimento alla qualità “illuminante” dell'arte e all'internazionalità delle presenze. È bene allora seguire la mostra e, nell'impossibilità di raccontarla analiticamente, evidenziare alcuni tratti salienti.
La prima grande sala all'Arsenale è occupata dalle ingombranti strutture di Song Dong, autore di uno dei quattro Para-Padiglioni che costellano la mostra, un'idea della curatrice per dinamizzare il percorso espositivo con micro-allestimenti destinati ad accogliere opere di altri artisti, caratterizzandone la fruizione: in questo caso, l'elegia del ricordo della casa secolare dei genitori dell'artista in Cina traccia esili strutture in legno, aperte e usurate dal tempo, che dialogano bene soprattutto con le opere del franco-marocchino Yto Barrada, autore di “My Family and Other Animals”, complessa opera fatta di stampe fotografiche e video d'epoca sul Marocco che racconta una struggente mitologia familiare e la ricerca della propria identità di artista per nascita “sradicato”.

Proseguendo nel percorso, dopo l'interessante installazione di Meris Angioletti “Stanzas”, che occupa un ambiente vuoto popolandolo solo di voci che si mescolano e raggi di luce che prendono forma nel buio, in una sorta di psicologia della percezione, si approda al Para-Padiglione francamente più inutile tra quelli pensati dalla Curiger: l'austriaco Franz West, dall'alto della sua ormai consolidata fama di artista fortemente “oggettuale” nelle sue installazioni, un successo consacrato dal Leone d'oro alla carriera assegnato proprio quest'anno (insieme a Sturtevant), si permette di presentare le pareti della sua cucina viennese, dipingendo allo stesso modo i muri esterni di una struttura poligonale che ospita le stesse opere che si vedono nella sua casa, in una forma di narcisismo solipsista quasi insopportabile.

Come inevitabile in ogni Biennale, molte presenze riescono a fatica a superare la cornea dello spettatore, o comunque non sembrano determinare un livello di sintesi concettuale, qualità stilistica o novità di contenuti (i tre parametri con cui è consuetudine valutare l'arte di oggi) così forte, come l'installazione “Europa 3000” di Luca Francesconi, che dialoga a fatica con la linguistica dell'età dei consumi, con la semantica dei segni contemporanei delle stampe in bianco e nero di Shannon Ebner.
Per non parlare dello scarso effetto suscitato dall'accumulazione di tessuti, nastri, stracci, plastiche dell'ingombrante mostro creato nella stessa sala dal sudafricano Nicholas Hlobo, che crea una banale rivisitazione pop di miti folclorici molto più vicina alla “Contamination” esposta da Joana Vasconcelos a Palazzo Grassi (dove del resto compare lo stesso Hlobo) che alla sottile, struggente elegia dell'installazione di Günther Uecker esposta a Palazzo Fortuny.
E così se il video, o meglio, la sovrapposizione di video, di Nick Relph racconta una “creazione di luce” memore di certi effetti psichedelici degli anni Sessanta, l'imponenza austera di “The National Apavilion of Then & Now” del britannico Haroon Mirza (Leone d'argento per un promettente giovane artista) concentra di nuovo l'attenzione dello spettatore sulla propria percezione, mentre Navid Nuur in “Hirewise” propone una sintesi nuova tra artificio e natura, dove la luce e il bosco (natura) sono un neon e un lightbox (artificio), e propone il monocromo dell'era digitale.
“Nacht und Nebel” dell'israeliano Dani Gal, rievocazione della vicenda della dispersione in mare delle ceneri del criminale nazista Adolf Eichmann, al di là di ogni giudizio estetico possibile (troppa retorica su temi ormai abusati, ad esempio) sarebbe forse stata meglio inquadrata nella sezione dei cortometraggi alla Mostra d'Arte Cinematografica.
Dopo una pausa di riflessione nell'installazione “The Ganzfeld Place” firmata da un maestro ormai storicizzato dell'arte contemporanea, James Turrell, ci si avvia alla conclusione del percorso all'Arsenale, dove non si può non segnalare “Factor Green” di Shahryar Nashat, video e installazione che analizza l'importanza del punto di vista e del contesto dello spettatore nella fruizione dell'opera d'arte attraverso il racconto dello spostamento dei dipinti di Tintoretto dall'Accademia chiusa per restauri, finalmente con un punto di vista (auto)ironico che alleggerisce la ricerca su temi per i quali nell'arte di oggi sembra d'obbligo una certa gravità.

Fischer e Marclay

La fine del percorso all'Arsenale riserva le due maggiori sorprese dell'intera mostra.
Innanzitutto la sala dedicata a Urs Fischer, relativamente giovane ma ormai ben noto nel circuito delle esposizioni d'arte contemporanea, che occupa una sala intera dove le sedie del suo studio e il ritratto a figura intera dell'artista suo amico Rudolf Stingel circondano una riproduzione a grandezza naturale del “Ratto delle Sabine” di Giambologna: l'insieme parrebbe già curioso così, se non fosse che si tratta di sculture tutte in cera che l'artista ha provveduto ad accendere all'inaugurazione della Biennale, e che quindi si stanno lentamente, struggentemente decomponendo davanti allo spettatore, abbandonando la forma e tornando alla materia grezza. Straordinaria lirica sul tempo, l'interpretazione più calzante del tema delle “illuminazioni” (intese come luce della fiamma e chiarificazione dei processi artistici).
Sempre al tempo è dedicata l'altra sorpresa dell'Arsenale: il video Leone d'Oro della mostra “The Clock”, firmato da Christian Marclay, artista svizzero-americano che ha realizzato, attraverso un colossale lavoro di ritaglio, un collage della durata di 24 ore con spezzoni di film dove compaiono orologi disposti in modo da corrispondere al progresso del tempo reale dell'osservatore.
Effettivamente, si tratta di un efficace, originalissimo spunto di riflessione sulla distruzione delle barriere spazio-temporali tra opera e spettatore nell'arte di oggi: il tempo procede come nella vita, e gli orologi di tempi e momenti passati si sincronizzano su quelli presenti “qui e ora”.

A questo punto, il percorso prosegue, superati alcuni padiglioni nazionali (tra cui il famigerato Padiglione Italia, sconsigliato a stomaco vuoto), nei giardini dell'Arsenale, in particolare nel Giardino delle Vergini, dove tra la fornace per la fusione del vetro (funzionante solo nella prima settimana della mostra) del controverso collettivo GELITIN, e il nodo rosa shocking “Eidos” (2009) di Franz West (opera sicuramente più rappresentativa dell'artista), non c'è nulla di particolarmente interessante da segnalare.

Ai Giardini

La mostra termina nel Padiglione Centrale ai Giardini: complessivamente, bisogna premettere che, nonostante certi dettagli facciano pensare che questa seconda sezione sia stata intesa come la parte più forte dell'esposizione, di fatto sembra di assistere a un calo di tensione rispetto all'Arsenale, dove le opere sembrano essere maggiormente calzanti e talora anche accostate con scrupolosa attenzione.
Superata la facciata del padiglione, inutilmente occupata dal titolo della mostra scritto a grandi lettere in blu liquefatto da Josh Smith, già i primi incontri all'interno del padiglione sintetizzano i tracciati fondamentali della rassegna: la presenza di opere storiche, come “Spazio elastico” di Colombo del 1967, a tentare di delineare una genealogia recente, contraddetta però dall'interesse per artisti di moda nel mercato di oggi, come quel Maurizio Cattelan che, esposto anche alla Fondazione Prada di Ca' Corner e alla Punta della Dogana di François Pinault, si conferma artista on the show con la ricreazione di una sua installazione della Biennale del 1997, “Turisti”, disseminando le travi dei soffitti delle sale di inquietanti quanto discreti piccioni imbalsamati.

Questa dialettica trova una spaesante messa in discussione nella grande stanza che ospita i tre teleri di Tintoretto promessi dalla curatrice per la mostra, tra i temi di maggiore dibattito prima dell'inaugurazione. L'"Ultima cena" di San Giorgio Maggiore, “Il trafugamento del corpo di San Marco” e “La creazione degli animali” dall'Accademia dovrebbero enucleare il senso precipuo delle “illuminazioni” volute dalla Curiger, nell'idea stereotipata di Tintoretto pittore dei forti contrasti di luce e nella convinzione che tutta l'arte sia contemporanea: impossibile non leggere una atteggiamento snobistico in questo accostamento, uno sparigliamento delle carte consuete un po' troppo “radical chic” per funzionare, e che soprattutto rischia di risolversi agli occhi del grande pubblico in un confronto impari con gli altri artisti esposti, a cominciare dal rapporto soverchiante nei confronti dell'esile trasparenza del “dipinto invisibile” che lo svizzero Bruno Jakob espone nella stessa sala.

Tra le presenze migliori della sezione, l'essenzialità severa del puro ascolto nell'installazione sonora di Giorgio Andreotta Calò, “Ritorno”, nel Giardino delle sculture di Scarpa: un messaggio audio in cui la sola voce dell'artista, giunto a piedi alla nativa Venezia da Amsterdam, legge poche righe sul tema dell'attesa e della circolarità del tempo, trasformando la percezione del giardino come luogo dell'assenza e della contemplazione.
Tra le presenze storiche del Padiglione, molto poetica l'installazione del duo svizzero Peter Fischli e David Weiss, “Spazio numero 13”, allestimento scenografico dei loro recenti lavori in argilla cruda, forme astratte che ricordano però oggetti reali, con una grande luna proiettata sulla parete: tra la fattualità dell'opera (il titolo stesso è il numero della sala del padiglione in cui è esposta) e l'evocazione di altri mondi.
Altrettanto non si può dire del wall-drawing stampato su tela adesiva con cui Cindy Sherman riveste un'intera sala (“Murals”): l'artista è uno altro dei riferimenti ormai assestati del gotha dell'arte contemporanea, tuttavia la rimeditazione tra provocatoria ed evocativa sull'immagine del proprio corpo, anche nell'ironica strizzata d'occhio al kitsch contemporaneo delle immaginette religiose e del stampe retro, non dice granché di nuovo su un percorso artistico, cruciale nel passato, e forse ora in una fase di stanchezza.

Di tutta la Biennale, l'artista che forse meglio interpreta un concetto di “illuminazione”, intesa come indagine sulle qualità “creative” della luce e quindi come riflessione sul punto di vista dell'artista verso il mondo e dello spettatore verso l'arte, è Sigmar Polke, morto lo scorso anno, omaggiato con una sala che ripropone lo storico “Polizeischwein” del 1986 e opere del 2007 della serie “Seeing Rays”, dove la presenza di filtri o schermi tra occhio e immagine articola in modo dinamico il ruolo dell'osservatore.
Il resto del percorso ai Giardini offre ancora poche presenze significative: suggestiva e inquietante la coppia di video della serie “Ourhouse” nella quale l'inglese Nathaniel Mellors racconta partendo da uno spaccato di vita famigliare il potere deformante, arrogante e autoreferenziale del linguaggio, che diventa straniamento grottesco nelle teste in movimento meccanico dell'installazione “Happy dialects” dello stesso artista, mentre l'autoreferenzialità della macchia pittorica e del segno nei dipinti su lino di Cristopher Wool odora ormai di naftalina.
Se sicuramente colpisce il radicale coinvolgimento dello spettatore operato in “#Jan25 (#Sidibouzid, #Feb12, #Feb14, #Feb17...)” dall'enigmatico Norma Jeane (figura rimasta pervicacemente nascosta, al punto da non conoscerne l'identità né se si tratti di un collettivo o di un individuo), che offre allo spettatore un cubo di plastilina colorata da prendere, manipolare e attaccare al muro, ben diversa è l'intensità degli scatti di David Goldblatt, nelle due serie “Areals” e “Ex-offenders”, che raccontano rispettivamente l'indiscriminata urbanizzazione e il disagio sociale e umano delle città del Sudafrica con uno stile molto attento ai dettagli e di grande intensità.
Peccato però che queste fotografie siano esposte negli spazi spigolosi del Para-Padiglione di Monika Sosnowska, una struttura a stella fatta di assi per l'edilizia rivestite all'interno di carta da parati, che suscita un effetto da “interno borghese” che, complice la scarsa illuminazione e i coni d'ombra creati dall'angolosità delle pareti, smorza l'effetto potente delle opere di Goldblatt.
L'ultimo Para-Padiglione, concepito da Oscar Tuaron e collocato tra i padiglioni di Grecia e Brasile, è abbastanza insignificante, anche se il peggiore si conferma quello di Franz West.

Molti altri sarebbero gli artisti da citare, tra presenze storiche e inedite, interessanti e noiose, ma non si farebbe altro che frammentare ulteriormente il panorama di una mostra già di per sé, per definizione, sezionata in percorsi diversi, talora tra loro opposti, autentico specchio di una situazione complessiva dell'arte in difficile equilibrio tra incoerenza e varietà di stimoli, indifferenza e fin troppo chiari interessi.
Bice Curiger confeziona comunque un percorso complessivamente di buon livello, con alcune punte di rilievo e poche cadute rovinose, anche se la nutrita presenza di artisti svizzeri sembra indicare nella comune provenienza (la curatrice è nata a Zurigo) forse l'unico vero collante di un percorso non sempre ben “illuminato”.

 

Autore/autrice scheda: Francesco Guzzetti