Tasti di scelta rapida del sito: Menu principale | Corpo della pagina | Indice delle News
sei in: Home » I colori del bianco: mille anni di colore nella scultura antica
Novità
Tag-Cloud

sezione sono uffizi trieste madonna della patrimonio firenze come galleria salani percorso degli nelle contemporanea opere palazzo sale alla quattrocento
Mostra

I colori del bianco: mille anni di colore nella scultura antica

Città del Vaticano, Musei Vaticani 17 novembre 2004 - 31 gennaio 2005

Share |

LA MOSTRA DEI COLORI

 

Sfugge ad ogni schema più convenzionale la mostra ancora oggi visitabile (gratuitamente) presso l’imponente sede romana dei Musei Vaticani. Il lieto evento, fortemente voluto e sostenuto dall’impegno e dalla collaborazione di una équipe di archeologi, chimici e filologi, e soprattutto da tre importanti sedi museali (la Glyptothek di Monaco, la Ny Carlsberg Glyptothek di Copenhagen e i Musei Vaticani di Roma), si presenta come il manifesto di un importante cambiamento nella storia degli studi archeologici e storico-artistici: il definitivo abbandono dell’attenzione formalista neoclassica che prediligeva una cultura figurativa “in bianco” e l’annuncio, quasi provocatorio, di un variopinto mondo antico che intende coprire, anche se a singhiozzi, un arco cronologico di mille anni di storia, dall’arcaismo greco alla prima età bizantina.

 

Alcune tra le più celebri sculture in marmo dell’antichità, provenienti dalle collezioni dei Musei Vaticani, della Glyptothek di Monaco e della Ny Carlsberg Glyptothek di Copenhagen, vengono esposte dopo essere state sottoposte a indagini chimiche, mineralogiche e fotografiche allo scopo di restituirne l’aspetto originario a colori.

La novità più importante di questa coraggiosa iniziativa risiede nella scelta di presentare per la prima volta i risultati delle analisi scientifiche attraverso calchi policromi, alcuni dei quali risalgono all'epoca dei primi studi in questo settore (calchi di Egina), mentre altri sono stati appositamente realizzati in scala 1:1. Tali restituzioni tridimensionali si sottopongono al visitatore come audaci e traumatiche proposte sperimentali, che tentano di superare il bianco artificiale cercando di avvicinarsi a quello che doveva essere l’aspetto originario della statua antica, e approdando a risultati davvero discutibili.

Ogni esempio è illustrato da pannelli esplicativi che, dopo aver fornito le informazioni canoniche (datazione, luogo e circostanze della scoperta), cercano sinteticamente di illustrare le analisi chimiche e le mappature fotografiche che sono alla base di ricostruzioni così distanti da quanto oggi è possibile vedere ad occhio nudo sui reperti.

 

Encomiabile il taglio didattico e divulgativo della mostra, rivolta ad un pubblico vasto ed eterogeneo; non sempre riuscita l’impostazione, insieme cronologica e tematica, della visita.

 

IL“FILO ROSSO ”
In questa “passeggiata”, apparentemente ordinata cronologicamente, ma con qualche strano salto temporale (i frontoni del tempio di Aphaia ad Egina, databili all’inizio del V sec. a.C., sono esposti dopo altri materiali di pieno V e IV sec. a.C.; il busto dell’imperatrice Ariadne, databile al VI sec. d.C., è presentato dopo il ritratto di Caligola ma prima di un sarcofago del 300 sec. d.C. con cui si interrompe la mostra), sono esposti una quindicina di pezzi che propongono un modo nuovo, ma non del tutto inatteso, di vedere la statuaria antica.

Ingresso alla mostra

Un celebre Leoncino da Loutraki, o meglio una sua copia in resina variopinta, dà il benvenuto al visitatore ed anticipa ex abrupto le novità della mostra.
I ambiente: introduzione

Alcuni pannelli esplicativi introducono la mostra, dando indicazioni riguardo alla storia degli studi sulla policromia antica.

II ambiente: la scultura greca arcaica

Il primo nucleo è costituito da alcuni pezzi tra i più famosi della scultura arcaica: le korai dell’acropoli di Atene e la stele di Aristion.
III ambiente: le terrecotte etrusche e la “tavolozza degli antichi”
Una breve ma densa sezione è dedicata alle terrecotte etrusche in cui il colore è visibilmente conservato; a conclusione di questa, sono esposti in una vetrina coreografica i materiali da cui in antico si ricavava il colore.
IV ambiente: la statuaria greca classica

Percorrendo lo spazio espositivo, il visitatore può scorgere alcuni celebri esempi del V e del IV sec. a.C. (un torso di guerriero del 470 a.C.; una celebre testa in bronzo, copia romana di un originale di V sec. a.C., dalla Glyptothek di Monaco; una lekythos funeraria di fine V sec. a.C. custodita alla Ny Carlsberg di Copenhagen, ma esposta in mostra per questa occasione; la stele di Paramythion della prima metà del IV sec. a.C. dalla Glyptothek di Monaco). Le opere sono illustrate da pannelli esplicativi e accompagnate dalle rispettive ricostruzioni policrome.

V ambiente: i marmi di Egina

Nella sala del Tempio di Aphaia ad Egina si espongono, tra gli altri pezzi:

le ricostruzioni dell’arciere policromo e di Atena;

un plastico ricostruttivo che consente di apprezzare la policromia delle statue nel loro contesto architettonico originario;

un secondo plastico, che illustra i primi tentativi di ricostruzione dei colori del frontone (rosso e blu), e mostra i progressi degli studi scientifici in questo campo.
VI ambiente: scultura dell’età romano-imperiale e tardo-antica

Nell’ultima sezione della mostra si offre al visitatore un breve spaccato dell’uso del colore in età romano-imperiale e tardo-antica. A questo scopo sono stati scelti un originale d’eccezione, l’Augusto di Prima Porta (custodito ai Musei Vaticani), e un ritratto dell’imperatore Caligola, accompagnati entrambi dalle rispettive ricostruzioni policrome.

Nello stesso ambiente sono ricostruite, con un panneggio a fondo blu e disegni a festoni e palmette rosse, alcune lastre di rivestimento dell’aula del Colosso, che si apriva sulla parete di fondo del Foro d'Augusto a Roma. Uno scarto temporale consente di esporre nella stessa sala il busto dell’imperatrice Ariadne (VI sec. d.C.).

Conclusione della mostra

La mostra si interrompe con un sarcofago romano imperiale a scene pastorali (III sec. d.C.): accanto all’uso dei colori, il pezzo esemplifica l''uso della doratura per impreziosire e rendere più nobile il marmo.




Il principale obiettivo della mostra è quello di guidare il visitatore alla scoperta, o meglio alla riscoperta del colore nell’arte antica. Per raggiungere questo scopo si è scelto di adottare una “terapia d’urto” (il primo trauma è provocato dalla presenza, all’ingresso della mostra, del calco sgargiante dal Leoncino di Loutraki).

Come si è detto, nel percorso sono presentati alcuni calchi policromi in resina o in gesso, appositamente realizzati cercando di avvicinarsi a quello che doveva essere l’aspetto originario della statua antica. Allo choc estetico e al voluto disorientamento degli osservatori si cerca di rimediare mediante tre espedienti:

  • le informazioni fornite dall’apparato didascalico. Ogni scultura è illustrata da un pannello che cerca sinteticamente di illustrare le analisi chimiche e le mappature fotografiche che sono alla base delle ricostruzioni.
  • l’esposizione di pezzi che conservano evidenti tracce di policromia. Dopo la sala della scultura greca arcaica, il percorso cronologico è interrotto dall’esposizione di alcune terrecotte architettoniche etrusco-italiche. Attraverso questo accorgimento si cerca di dimostrare in primo luogo che il colore della statuaria antica non è una ricostruzione fantastica; in secondo luogo che non è una consapevolezza dei nostri tempi (alcuni pezzi in mostra infatti facevano parte della collezione di Winckelmann, che è ritenuto ancora oggi, a torto o a ragione, il principale responsabile di un’estetica dell’arte antica tutta incentrata sull’esaltazione del bianco). Poco felice la collocazione di questa sezione (quasi una “bolla di sapone” tra il nucleo arcaico e la sezione classica), che forse sarebbe stata più efficace come introduzione alla mostra.
  • l’illustrazione della “tavolozza” degli antichi. All’interno di una vetrina sono presentati insieme i diversi materiali e pigmenti utilizzati per la colorazione delle sculture.
Se questi accorgimenti aiutano ad accettare l’idea di una statuaria antica variopinta, non bastano tuttavia a ridimensionare lo stupore dell’osservatore dinanzi alle ricostruzioni policrome esposte nel percorso. Del colore viene infatti sottolineata solo ed esclusivamente la presenza, ma nulla è detto riguardo ai supporti su cui veniva applicato, o sulle modalità e sulle misure con cui veniva utilizzato. Non si danno neppure informazioni sulla preferenza di certi colori piuttosto che di altri, né sul diverso uso che se ne fece nel corso dell’antichità. Ne risulta la ricostruzione di una policromia falsata e quasi atemporale, indifferente ai supporti, alle tecniche, alla storia.

Nelle ricostruzioni proposte il colore è una copertura sempre e comunque pesante, che non esalta i particolari ma li nasconde, eliminando i volumi e la finezza della plasticità scultorea: per il turista meno esperto come per il più colto visitatore sarà un vero e proprio trauma vedere il marmo bianco dell’Augusto di Prima Porta, nella sua estrema bellezza e raffinatezza di dettagli, accanto alla ricostruzione policroma, in cui il colore distrugge il volume, appiattendo e annullando le forme della muscolatura, dell’armatura e del mantello. Altrettanto scioccante la variopinta restituzione del celebre ritratto di Caligola, in cui i volumi facciali sono ridotti ad un unico piano frontale, dal colore, che copre come una colata uniforme ogni dettaglio.

Quello che viene definito dalla piccola guida-catalogo come “punto di forza” della mostra, cioè la presenza di ricostruzioni policrome tridimensionali, costituisce dunque il vero limite: il salto tra la spiegazione scientifica dei pannelli e i variopinti calchi è troppo sbilanciato; il grido del colore si impone come solo e unico protagonista a discapito di tutto ciò che rischia di diventare soltanto un suo “supporto”. Il vero choc dell’osservatore non è dunque nella policromia, ma nel mezzo attraverso il quale viene comunicata: superato questo, l’annuncio di una statuaria colorata sarà piuttosto un sollievo.


Il vero e unico punto forte di questa mostra è aver illustrato i primi risultati di minuziose e scrupolose indagini scientifiche: il visitatore può conoscere agevolmente dai pannelli esplicativi tutti i passaggi che hanno portato gli studiosi alla ricostruzione policroma delle statue. All’esaltazione delle tecnologie più nuove e sofisticate non si affianca tuttavia una buona presentazione delle fonti testuali che menzionano l’uso del colore: la letteratura è citata qua e là in maniera non sistematica, ma discontinua e disordinata; in altre parole, manca una sezione filologica adeguata che completi il quadro presentato e lo renda più credibile.

Temi nascosti o quasi assenti

Nel percorrere la mostra si avverte una difficoltà, non superata, nel conciliare continuità cronologica e impostazione tematica: il ridotto numero di materiali non consente di coprire in maniera omogenea e continuativa tutto il periodo preannunciato, per non parlare di alcune immotivate cesure e inversioni temporali che fanno perdere la bussola al visitatore.

All’interno della griglia cronologica, qua e là e in maniera quasi inaspettata, le sculture esposte si offrono come esempio dei diversi fini per i quali le statue erano colorate:
nel caso della kore col peplo si pone l’accento sul fatto che la decorazione può guidare ad una più profonda lettura del soggetto (a seguito della ricostruzione dei colori della fascia centrale della veste, un ependytes, si propone di interpretare l’immagine non come una semplice figura femminile, ma piuttosto come un simulacro di divinità, Atena con lancia e scudo in mano, o Artemide);

  • i marmi di Egina offrono la possibilità di apprezzare le statue policrome in relazione al contesto architettonico originario (felice a questo proposito la soluzione del plastico ricostruttivo in scala che inserisce l’arciere variopinto in uno sfondo a tinta unita di colore azzurro) e di sottolineare al visitatore l’utilità pratica del colore per rendere maggiormente visibili a distanza i dettagli;
  • la stele di Paramythion mostra che la policromia poteva costituire un’alternativa più economica della scultura per la resa dei dettagli (l’artista infatti ha scolpito il solo profilo del vaso);
  • le lastre di rivestimento dell’aula del Colosso, come già prima lo sfondo dei frontoni del tempio di Egina, mostrano che il colore era impiegato anche nella decorazione dell’architettura, dove veniva talora applicato anche alle sculture;
  • il busto dell’imperatrice Ariadne ricorda l’importanza delle pietre preziose e dei materiali pregiati per la resa della policromia;
  • al contrario il sarcofago romano mostra che talvolta attraverso la doratura era possibile simulare un materiale più pregiato.
  • Ognuno di questi argomenti, di cui rimangono allo spettatore suggestioni vaghe e allusive, meritava forse una maggiore attenzione e un maggiore sviluppo all’interno della mostra.
    I COLORI DELLA MOSTRA
    L’allestimento delle sale sembra essere in sintonia con il messaggio principale della mostra: il percorso si snoda lungo ambienti spaziosi e luminosi, che risultano fondamentali. I materiali sono esposti, insieme alle rispettive controparti policrome, con una corretta attenzione alla spazialità (opportuna l’altezza dei piedistalli, ma non sempre giusta la distanza delle statue dalle pareti di fondo).
    L’uso della teca, giustificato nel caso dell’esposizione dei materiali da cui si estraeva il colore che si trovano così riuniti in maniera molto coreografica e suggestiva, risulta invece noioso e demodé nel caso delle terrecotte etrusco-italiche (in un solo caso si preferisce esporre gli elementi architettonici in alto per far apprezzare al visitatore l’utilità pratica del colore di rendere maggiormente visibili a distanza i dettagli).

    Dal punto di vista museografico, l’obiettivo di portare il colore all’attenzione del visitatore viene raggiunto, oltre che da una corretta illuminazione, dall’uso di pareti a fondo bianco, che fa risaltare nettamente la vivace policromia delle ricostruzioni. Quest’ultimo accorgimento, se consente al colore di emergere pienamente dal fondo, non rende giustizia ai tradizionali pezzi “in bianco”, alcuni dei quali - la lekythos da Copenhagen, l’Augusto di Prima Porta e il sarcofago con scene pastorali custoditi presso i Musei Vaticani, celebri originali! - quasi sembrano scomparire. La soluzione risulta troppo invasiva, poiché rompe il sottile equilibrio tra scultura originale e sulla sua ricostruzione ipotetica, catturando tutta l’attenzione dell’osservatore sulle restituzioni policrome.

    Indispensabili per la comprensione di tutta la mostra sono i pannelli esplicativi: nel primo ambiente questi hanno lo scopo di introdurre il visitatore all’argomento con tutte le sue problematiche; nella sezione etrusco-italica motivano la scelta dell’esposizione di questi materiali; come didascalia della teca dei colori riferiscono informazioni utili sulla tavolozza degli antichi; nei restanti casi accompagnano tutti i pezzi esposti, illustrando all’osservatore, in maniera minuziosa e puntuale, ma mai dispersiva e complicata, le tecnologie attraverso cui si sono potute formulare le ipotesi sull’aspetto reale dei materiali.

    ESITO DELLA VISITA
    Per questa mostra si è scelta un'impostazione didattica e divulgativa che consente di cogliere agevolmente le novità e i contenuti dell’esposizione; in altre parole il percorso non è pensato solo per gli specialisti, ma è aperto a tutti, anche al vasto pubblico di appassionati e di curiosi di antichità.
    La scelta di non far pagare un biglietto d’ingresso rende appetibile a chiunque si addentri nei Musei Vaticani di approfittare della fortunata occasione per vedere le “pallide” statue vestirsi di colore.

    Dopo aver concluso il percorso, il visitatore più curioso potrà acquistare ad un prezzo accessibile la piccola guida-catalogo curata da P. Liverani, un utile strumento didattico che, forse in maniera più completa e più ordinata (non per cronologia, ma per temi), illustra i successi dell’iniziativa, offrendosi come valido memento di questa esperienza.

    IL RIFLESSO DEL COLORE NELLA PUBBLICISTICA
    La mostra, che ha già registrato un grande successo a Monaco di Baviera e a Copenhagen, ha ricevuto in Italia numerosi commenti e recensioni sia su quotidiani e riviste (si segnalano in primo luogo un’intervista al curatore scientifico Paolo Liverani su Il Sole 24 ore del 19-11-2004, e un articolo di A. Steiner su Archeo di gennaio 2005), sia sui siti internet, ai quali si rimanda per un giudizio più entusiastico di quello di chi scrive.

    Un celebre da Loutraki, o meglio una sua copia in resina variopinta, dà il benvenuto al visitatore ed anticipa le novità della mostra.Il primo nucleo è costituito da alcuni pezzi tra i più famosi della scultura arcaica: le dell’acropoli di Atene e la stele di .Una breve ma densa sezione è dedicata alle terrecotte etrusche in cui il colore è visibilmente conservato; a conclusione di questa, sono esposti in una vetrina coreografica i materiali da cui in antico si ricavava il colore.un secondo plastico, che illustra i primi tentativi di ricostruzione dei colori del frontone (rosso e blu), e mostra i progressi degli studi scientifici in questo campo.

    Autore/autrice scheda: Alessia Di Martino